Essere moderni tra realtà e sogno

L’arte del XX secolo ha visto spesso incrociarsi artisti e movimenti tra loro lontani ma uniti dalla reciproca volontà di esplorare i reconditi spazi dell’animo umano, che oltre le ideologie, s’interrogava e si rifletteva nelle espressioni artistiche di un presente sempre più incerto e discordante. Nella prossima asta Web – Live di Opere Moderne e Multipli del 22 ottobre 2026 saranno esitatI lavori di artisti che attraverso la loro opera hanno segnato indelebilmente un secolo di grandi fermenti artistici e culturali, altisonante nelle aspirazioni e fragile negli sviluppi di una storia lacerata dall’abisso delle guerre e dall’alienazione dell’uomo travolto dallo sviluppo tecnologico e industriale. Cinque lotti per raccontare un catalogo eterogeneo dove troviamo opere realizzate ad olio su tela, su tavola e compensato…

Perché il cappello non è un semplice accessorio…

Vestire vintage è una tendenza divenuta uno stile, e niente è più alla moda che combinare il vecchio con il nuovo. Se la borsa è l’oggetto iconico per eccellenza, il cappello vive oggi un grande revival. C’è stato un tempo in cui era diventato semplicemente l’accessorio con cui ripararsi dal freddo, dalla pioggia e dal sole, dimenticando un po’ la lezione dei grandi couturier francesi, per cui il cappello è l’elemento che definisce la linea dell’abito e aggiunge un tocco di eleganza a chi lo indossa, l’accessorio fondamentale e irrinunciabile di ogni collezione…

La collezione Curtis a Venezia e le cornici come oggetto d’arte. Quando l’arredo diviene l’arte della meraviglia

Negli splendidi spazi tardo barocchi di Villa Carrega Cataldi a Genova si sono tenute le aste del 29 e 30 settembre che riguardavano gli oggetti provenienti “Dalle collezioni Curtis di Palazzo Barbaro” a Venezia” e una bella raccolta di cornici antiche di varie epoche che componevano il catalogo “Di oro, di lacca… e altro. La cornice come oggetto d’arte”. Insieme hanno totalizzato 814.571 euro, con una percentuale di venduto per valore del 352% e per lotto del 68.2% La collezione di Daniel e Ariana Curtis a Palazzo Curtis a Venezia riflette la stratificazione di gusti e generazioni di collezionismo: accanto a dipinti antichi di scuola veneta ed emiliana, convivono l’arredo veneziano del Sette-Ottocento, insieme a tappeti, porcellane e oggetti d’arte asiatica, testimonianza di quel gusto cosmopolita e collezionistico tipico delle grandi case veneziane di fine Ottocento. La vendita ha raggiunto 701.791 euro con una percentuale di venduto per valore del 395.6% e per lotto del 67.7%.

L’arte delle battaglie di Giovan Giacomo Leonardi dedicata a Guidobaldo II Della Rovere duca di Urbino

Nella prossima asta Web-Live di Libri e Manoscritti del 15 ottobre 2026, sarà esitato “Delle battaglie de nostri tempi” un eccezionale manoscritto inedito verosimilmente scritto tra il 1540 e il 1552 da Giovan Giacomo Leonardi  – diplomatico, uomo d’armi e teorico militare al servizio dei Della Rovere – riconducibile al vasto progetto del “Principe cavaliero”, al quale l’autore lavorò durante la maturità e per il quale ottenne nel 1561 un privilegio di stampa, rimasto inutilizzato (lotto 47, stima 60.000 – 100.000 euro). Giovan Giacomo Leonardi (1498-1562), pesarese, studiò diritto a Bologna e Ferrara, dove si laureò nel 1522. Intrapresa la carriera militare al servizio di Francesco II Sforza (1495-1535), partecipò nel 1525 alla difesa e alla fortificazione di Pavia durante l’assedio francese; nel 1528 passò al servizio di Francesco Maria I Della Rovere (1490-1538), duca di Urbino e capitano generale delle forze terrestri della Repubblica di Venezia. In qualità di suo rappresentante presso il Collegio dei Savi, riferiva sull’andamento delle operazioni e trattava i finanziamenti destinati all’esercito…

La Madonna Curtis di Jacopo Tintoretto. La fiera spavalderia di un giovane maestro

Appartenente sin dagli ultimi scorci dell’Ottocento alla celebre collezione della famiglia anglo-americana Curtis di Palazzo Barbaro sul Canal Grande – uno dei cenacoli culturali più sofisticati della Venezia fin de siècle, frequentato da Henry James e John Singer Sargent -, la tela qui presentata costituisce una testimonianza di straordinario rilievo per delineare la prima attività di Jacopo Robusti. Il dipinto si inserisce con forza filologica nel dibattito sulla giovinezza del pittore, configurandosi come un nodo cruciale per comprenderne l’evoluzione stilistica. La sua rilevanza qualitativa e formale trova puntuale riscontro nel recente saggio di Andrea Donati (cfr. Donati 2016), che definisce il dipinto “di grande bellezza”, ravvisandovi “tutte le caratteristiche del giovane Tintoretto, che qui muove i primi passi con assoluta audacia”. In questa fase germinale, databile intorno al 1538, la composizione risolve in modo magistrale ed empirico le prime influenze lagunari: da un lato vi si scorgono gli echi del paesaggio e della colta spazialità prospettica di Bonifacio Veronese – debitamente evidenziati a suo tempo da Rodolfo Pallucchini -, dall’altro emerge già quel senso di prorompente monumentalità mutuato dai modelli di Jacopo Sansovino, artefice della diffusione della “maniera” centro-italiana a Venezia…

Daniel e Ariana Curtis a Palazzo Barbaro a Venezia. Una casa affacciata alla cultura del mondo

Affacciato sul Canal Grande, Palazzo Barbaro fu per secoli dimora di una delle famiglie più illustri della storia veneziana; alla morte dell’ultimo discendente, Marcantonio Barbaro, nel 1858, l’edificio subì la sorte di molti palazzi cittadini nel secolo che seguì la caduta della Repubblica, passando di mano in mano fino ad arrivare ad una coppia di bostoniani, Daniel Sargent Curtis (1825-1908) e Ariana Wormeley Curtis (1833-1922), che lo presero prima in affitto nel 1881 e ne acquistarono poi il secondo piano nobile e i piani superiori nel 1885. Ne seguì un restauro condotto con rispetto e misura, dalla riapertura dell’antica porta d’acqua gotica sul Canal grande al recupero degli stucchi e dei dipinti del soffitto del salone, dove tuttora si conservano le tele di Giambattista Piazzetta, Sebastiano Ricci e Antonio Balestra. Da allora i Curtis arricchirono la casa con acquisti mirati, il più memorabile dei quali il “Ritratto del cavalier Giovanni Grimani” di Bernardo Strozzi, aggiudicato nel 1894 alla storica vendita del patrimonio Morosini-Gatterburg in concorrenza, secondo la testimonianza di Henry James, con il Museo di Berlino e oggi conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia…

La cornice, ovvero, la più mobile degli arredi

La cornice oltre a incorniciare una tela è una testimone del gusto del suo proprietario, all’interno di un preciso contesto storico, artistico e culturale. È quindi la più mobile degli arredi, capace di evolversi con duttile creatività attraverso i secoli. Fino al Quattrocento la cornice era parte integrante e indivisibile del quadro, ma alla fine del secolo si afferma la cornice mobile, come quella a tabernacolo, che nei primi anni del Cinquecento si evolve in quella a cassetta, perfetta per una galleria di ritratti ad uso prevalentemente privato.  Elegante, semplice e lineare, liscia o dipinta, resterà a lungo la più diffusa, declinata in numerose varianti a secondo delle zone di provenienza. Nelle versioni più lussuose venivano arricchite con decori a pastiglia, con motivi bulinati o incisi, e dorati con la tecnica a foglia d’oro. Dal tardo rinascimento assistiamo ad una progressiva distanza tra il dipinto e la sua incorniciatura, oramai intesa come un oggetto a sé stante di alto artigianato, sostituibile secondo la moda e il gusto del collezionista…

Antonio Mancini, Ofelia e la famiglia Curtis. Uniti nella cultura del saper vivere

Uno degli incontri più significativi nella maturità artistica di Antonio Mancini (Roma, 1852 – 1930) fu quello con Daniel Sargent Curtis, collezionista americano e raffinato promotore delle arti, che insieme alla moglie ariana Wormeley Curtis trasformò Palazzo Barbaro sul Canal Grande in uno dei più importanti centri della cultura internazionale a Venezia. Il rapporto tra l’artista e la famiglia Curtis superò il tradizionale rapporto tra pittore e committente, configurandosi come una profonda consonanza culturale all’interno del raffinato ambiente internazionale che animava la dimora veneziana. Particolarmente significativo fu il legame con Ralph Wormeley Curtis, figlio di Daniel e ariana, pittore e appassionato conoscitore d’arte, che disponeva a Palazzo Barbaro di un proprio studio. Tra i due artisti si instaurò un rapporto di reciproca stima e frequentazione, alimentato dagli scambi nei rispettivi atelier e dalla comune appartenenza a quell’ambiente veneziano internazionale che riuniva personalità come John Singer Sargent, Henry James, James McNeill Whistler ed Ettore Tito. Per Mancini Palazzo Barbaro rappresentò non soltanto una prestigiosa sede di committenze, ma un luogo privilegiato di confronto con una cultura figurativa internazionale…

Premier Cru Cros Parantoux di Henri Jayer. La perfetta natura della Borgogna

Se Henri Jayer è divenuto una leggenda nel mondo della viticultura della Borgogna, è per un piccolo terreno, le Cros Parantoux, situato nella parte più alta e più impervia della collina di Vosne, che durante la guerra veniva coltivato a topinanbur, tanto era povero il suo suolo. Così, nel 1950, il solo a presentarsi dal notaio, rispondendo a un annuncio pubblico per la vendita di una parcella di quel terreno esposto ai venti freddi, poco profondo, roccioso e calcareo, che nessuno voleva, fu Henri Jayer.
Nato nel 1922 a Vosne-Romanée, sin dalla fanciullezza si è alimentato della cultura dei mitici vini della Borgogna. Troppo piccolo per essere chiamato alle armi nella Seconda Guerra Mondiale, mentre i fratelli partivano per il fronte, il ragazzo che sognava di diventare un aviatore restò con il padre a curare la vigna di famiglia, di cui poi erediterà alcune parcelle di Echezeaux e Beaux Monts. Suo vicino di casa era René Engel, fondatore di una delle più prestigiose tenute della Côte d’Or e, nel 1942, del primo corso di laurea in enologia a Digione…

Francesco Antonio Selvi e la Serie medicea. La gloria bronzea di una famiglia

Francesco Antonio Selvi nacque a Firenze nel 1684, e qui si formò nella bottega del medaglista e scultore Massimiliano Soldani Benzi, dove apprese la tecnica della fusione e affinò l’occhio per la ritrattistica. Risulta menzionato tra i collaboratori che aiutarono Soldani nella realizzazione del monumento sepolcrale del Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Antonio Manoel de Vilhena, commissionato nel 1729 da Niccolò Baldini per la concattedrale di San Giovanni alla Valletta. Con i suoi quarant’anni di attività, Selvi può essere considerato il più prolifico autore di medaglie della prima metà del XVIII secolo. Il primo esemplare noto firmato è datato 1711; l’ultimo è del 1753. Ad oggi gli sono attribuite su base documentaria, stilistica o in quanto firmate, più di duecento medaglie diverse, tutte realizzate in bronzo. L’apprendistato presso Massimiliano Soldani Benzi, che proprio alla fine del XVII secolo era stato nominato Maestro della Zecca di Firenze, permise a Selvi di entrare facilmente nelle grazie della Corte granducale. L’opera medaglistica più significativa, per la quale viene ricordato, è la Serie medicea, di cui esistono due versioni cronologicamente distanti…