Intervista a Giuseppe Ferrero
Nel 2023 la vostra collezione di ceramiche storiche della manifattura Lenci è entrata a far parte del patrimonio dei Musei Reali di Torino. Qual è stata la scintilla di una passione che vi accompagna da oltre trent’anni?
La ceramica è tra le diverse forme d’arte quella che da sempre sentiamo più affine alla nostra sensibilità. Una vicinanza quasi istintiva che nasce dal fascino della materia che si plasma fra le mani dell’artista. Un amore che coltivavamo già nel fiore degli anni, quando giravamo fra i mercatini di Torino alla ricerca di oggetti per arredare la casa. È al Balon, infatti, che all’inizio degli anni Ottanta abbiamo fatto il nostro primo acquisto: la statuetta di un pellerossa seduto prodotta dalla Ars Pulcra intorno alla metà degli anni Trenta, che ci aveva attratti per la vivacità dei suoi colori. Non riconoscevamo ancora il valore e la qualità dei pezzi; ciò che ci guidava era la piacevolezza dell’oggetto.
La nostra prima ceramica Lenci è arrivata proprio in questo periodo di relativa conoscenza della manifattura, un mondo per noi ancora tutto da scoprire. Era una statuetta che rappresentava una figura femminile, forse una sirena che usciva dal mare; un pezzo degli anni Cinquanta preso in asta, che oggi non comprerei ma che allora ci aveva colpiti. Nel frattempo – siamo ancora intorno alla metà degli anni Ottanta – avevo stretto amicizia con il dottor Casimiro Porro, allora amministratore delegato della Finarte Casa d’Aste, che sapeva del nostro interesse per le manifatture torinesi che cercavamo con una certa costanza, ma senza un indirizzo preciso.
L’episodio per noi significativo, che ha determinato il nostro futuro di collezionisti di ceramiche Lenci, avviene finalmente nei primi anni Novanta, quando attraverso il dottor Porro veniamo a conoscenza della raccolta di ceramiche torinesi del sociologo Giampaolo Fabris. Si trattava di una collezione di oltre cento pezzi dal valore storico, per metà Lenci e per metà Essevi, che il professore era intenzionato a vendere, ma con l’impegno da parte dell’acquirente a non disperderla. Incuriositi andiamo al suo castello di Pino d’Asti dove il professor Fabris conservava la collezione: lì, davanti a quei pezzi per noi assolutamente nuovi è scoccata la scintilla e insieme la nostra passione per le ceramiche Lenci, che ci ha convinti a formare una collezione ragionata della manifattura storica. Ci aveva impressionati la qualità di quelle ceramiche: non semplici statuette ma creazioni artistiche. Erano pezzi prodotti in pochi esemplari nei primissimi anni della manifattura, antecedenti alla metà degli anni Trenta, che si distinguevano per la finitezza dei dettagli e la scelta inusuale dei soggetti. Questo in breve è stato il nostro inizio e la ragione della collezione.
Costruire una collezione consapevole comporta un percorso di studio, ma anche contare su qualcuno che possa consigliare, indirizzare, e talvolta sostenere davanti alle difficoltà che si incontrano nel lungo cammino della ricerca. Quali sono stati i vostri riferimenti più importanti?
Mia moglie Gabriella è stata ed è il mio primo e più importante riferimento. È lei che in certi momenti mi ha dato il coraggio di osare, e fare quel salto economico che occorreva per acquisire alcuni pezzi significativi della collezione. È lei che ha imballato e trasportato in più viaggi con la sua auto tutte le ceramiche dal castello di Pino d’Asti a Torino, mentre io per lavoro mi trovavo all’estero.
I primi consigli su come orientarci sono arrivati dal professor Fabris, indicandoci in Nino e Norma Rigano i veri conoscitori a Torino della manifattura Lenci. I signori Rigano avevano una bottega di piccolo antiquariato in via Maria Vittoria, e si erano specializzati nella vendita di ceramiche d’epoca di diverse manifatture. A quel tempo il rapporto tra venditore e acquirente era di grande collaborazione, molto diverso da oggi, e Nino e Norma Rigano sono stati per noi consiglieri preziosi. Da loro abbiamo acquistato il nostro primo pezzo storico, il Don Chisciotte e Sancio Pancia di Giovanni Grande, il più grande e complesso di tutta la produzione della manifattura insieme al Trionfo di Bacco. Un esemplare straordinario, dai colori brillanti, perché l’unico fra quelli conosciuti realizzato sottovetrina: un procedimento molto delicato per pezzi di queste dimensioni, che rischia la rottura ad alte temperature.
Un altro prezioso contributo ricevuto dal professor Fabris è stata la ricca documentazione della manifattura Lenci da lui raccolta nel corso degli anni, nonché il catalogo ragionato, allora appena edito, di Alfonso Panzetta, all’epoca ancora studente universitario, che per primo aveva ordinato tutto il repertorio ceramico della manifattura, dal 1928 al 1964, senza il quale per noi sarebbe stato impossibile orientarci. Il libro di Panzetta ci ha aperto un mondo fornendoci informazioni fondamentali: finalmente sapevamo chi erano gli autori, il numero progressivo delle ceramiche, la loro datazione e molto altro.
In tempi più recenti, invece, è stato importante l’incontro con la professoressa Maria Grazia Gargiulo, che ha svolto diversi studi sui repertori della Lenci, ma anche sugli epigoni e la produzione artistica di Sandro Vacchetti. Da lei abbiamo reperito alcune ceramiche straordinarie di Giovanni Grande e Gigi Chessa: di Chessa le Due figure distese, un pezzo unico in terracotta dipinta a mano del 1929, di cui non si conosce un altro esemplare, e l’Arlecchino, anch’esso in terracotta decorata dall’artista, prototipo del modello messo in produzione nel 1928, ma con una diversa scala cromatica, più delicata, in linea con il gusto della manifattura.
La Casa Ceramica Lenci è anche uno scenario interessante per approfondire le singole personalità artistiche che hanno collaborato con la manifattura. Sono autori eclettici che spaziano attraverso pittura e scultura, incisione e illustrazione, teatro e letteratura, che amano sperimentare varie forme espressive e fra queste la ceramica. La Lenci è per loro un’opportunità di lavoro, nondimeno un ambito di ricerca. Cosa hanno portato in creatività alla manifattura?
Ciò che ha distinto la Lenci rispetto alle case ceramiche di quel tempo è stata la scelta coraggiosa dei coniugi Scavini, fondatori della manifattura, di affidare la creazione dei modelli non a disegnatori o allievi delle accademie, ma a un gruppo di giovani e talentuosi artisti torinesi e piemontesi, che spiega l’originalità dei modelli prodotti fra il 1928 e il 1930. Poi, il riflesso internazionale della crisi del ’29 impone nuove strategie all’azienda, che al suo massimo sviluppo era arrivata ad occupare oltre seicento dipendenti. Alcuni artisti importanti per la manifattura come Giovanni Grande cessano la loro collaborazione, e la Lenci deve rivedere la fascia del proprio mercato. La qualità dei materiali, la cura estrema dei dettagli, la decorazione manuale, infatti, gravavano enormemente sui costi di produzione e quindi sui prezzi di vendita, troppo elevati in piena crisi economica.
La nostra collezione si incentra appunto sugli anni 1928-1930, considerati la stagione storico artistica della manifattura, con alcune incursioni nel periodo definito di transizione stilistica, compreso tra la fine del 1930 e il 1937.
La prima stagione della Lenci è stata davvero innovativa, di grande libertà stilistica e di ricerca, come nel caso dei nudi di Gigi Chessa, vere e proprie sculture che all’interno della produzione della manifattura rappresentano quasi una storia a sé. In questi anni la Lenci si caratterizza per modelli fra loro assolutamente eterogenei, risultato delle esperienze e delle sensibilità degli artisti che in ambiti diversi stavano emergendo nel panorama culturale torinese: per cui le sculture di Gigi Chessa; le sensuali figure femminili di Sandro Vacchetti, che della Lenci è stato anche direttore artistico; il mondo letterario mitologico popolare di Giovanni Grande, e quello raccolto silenzioso poetico della moglie Ines, di cui il meraviglioso Angelus; i soggetti animalier di Felice Tosalli; le atmosfere sospese e fiabesche di Claudia Formica; i nudini di Nillo Beltrami; la capacità inventiva e l’ironia di Mario Sturani: penso ad esempi come Gli amanti sul fiore, Le signorine e Scalata alle stelle. Sono questi alcuni dei diciassette artisti che collaborano con la Lenci negli anni storici, ma che danno un’idea dell’eterogeneità degli stili espressi dalla manifattura.
Come è nata l’avventura di Enrico ed Elena Scavini?
La Casa Ceramica Lenci è partita con un disegno molto preciso, che poi si è rivelato economicamente sbagliato, ma artisticamente significativo. A sostenere il progetto è stata Elena König Scavini, personalità curiosa e piena di interessi: era lei la testa e il cuore della Lenci; lui era ingegnere, organizzava la produzione e si occupava più o meno bene dei conti dell’azienda. La Lenci aveva iniziato nell’immediato dopoguerra come fabbrica di articoli di qualità dedicati principalmente al mondo dell’infanzia, ma confezionava anche abiti, realizzava mobili, oggetti d’arredo e molto altro. Era famosa soprattutto per le sue bambole in pannolenci: un panno di loro creazione, un’invenzione straordinaria che nel tempo aveva generato numerosi imitatori, e quindi competitori.
L’intuizione di Elena Scavini di iniziare una produzione di ceramiche arriva sull’onda del successo delle arti decorative all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1925, che lei visita tornando piena d’entusiasmo e con tante ambizioni. La sua idea era creare ceramiche di pregio artistico che incontrassero il gusto dell’alta borghesia torinese, e non solo; quindi un’estrema cura esecutiva, materie prime di qualità come le terre d’Olanda, artisti e non decoratori, che in parte già collaboravano con la fabbrica Lenci. Una ricerca che però imponeva alti costi di produzione e si inseriva in un contesto di grave crisi economico-finanziaria internazionale generata dalla caduta della borsa di New York, che insieme ad una gestione incerta dell’azienda da subito aveva fatto emergere i primi problemi.
Una soluzione per Elena Scavini fu allora pensare a modelli più accattivanti e al tempo stesso ridurre i costi, per esempio, iniziando a limitare le collaborazioni con gli artisti e sostituendosi a loro nel disegno delle ceramiche. Infatti, dal 1933, Elena Scavini, che fino a quel momento si era sostanzialmente occupata della produzione, entra come autrice delle famose signorine, rappresentazioni della tipica ragazza moderna e alla moda degli anni Trenta. Modelli più commerciali ma di successo, che abbiamo scelto di aggiungere ai pezzi storico artistici selezionati per la Sabauda insieme alla dottoressa Enrica Pagella, sia per dare un’immagine più completa della manifattura fino al 1937 (anno in cui i coniugi Scavini escono dalla proprietà dell’azienda), sia per rendere uno spaccato di storia del costume italiano. Rientra in questo periodo di cambiamento stilistico e creativo anche una vasta produzione di scatole, vasi, ciotole, già a partire dal 1930, che avevano la duplice funzione di creazioni artistiche e oggetti d’uso. Sono invenzioni peraltro bellissime e fantasiose di autori come Sturani, Chessa e Grande.
Quali pezzi comprende la donazione alla Galleria Sabauda?
La donazione non comprende tutta la nostra collezione, ma una selezione di 132 ceramiche individuate insieme alla dottoressa Pagella, allora direttrice dei Musei Reali. Ovviamente abbiamo dato ampio risalto alla parte storico artistica della collezione includendo la quasi totalità delle ceramiche degli anni 1928-1930, ad eccezione di alcuni pezzi, per dare spazio a un numero di esemplari appartenenti al secondo periodo, la maggior parte compresi fra il 1931 e il 1933, con una piccola selezione fino al 1937, così da portare all’attenzione del pubblico più interessato l’evoluzione della manifattura in questi anni. Anche la decisione di esporre le ceramiche per argomenti anziché per autore è nata proprio con l’intento di restituire una visione generale della Lenci, piuttosto che porre l’accento sulle differenze esecutive e stilistiche dei singoli.
Si è poi creata l’opportunità di arricchire la nostra donazione di una trentina di opere d’arte moderna, provenienti dalla raccolta del Novecento italiano della Galleria Sabauda. La proposta di contestualizzare le ceramiche Lenci all’interno del dibattito artistico torinese di quegli anni ci è sembrata pertinente proprio alla vicenda stessa della manifattura, e al tempo stesso ha creato un legame tra la nostra donazione e la Pinacoteca.
La scelta dell’immagine simbolo della collezione, Gli amanti sul fiore di Mario Sturani, del 1929, è stata invece una nostra richiesta. Sentivamo di dover liberare la Lenci dallo stereotipo più ovvio dei modelli femminili di Elena König Scavini, che certo non esprimono la complessità delle prime esecuzioni, quindi privilegiando un discorso di contenuto piuttosto che di riconoscibilità.
Tra i pezzi della collezione quali hanno richiesto maggiore impegno e costanza nella ricerca?
Mario Sturani è stato il più difficile da reperire, perché i suoi primi modelli così particolari, a volte esuberanti, hanno avuto poco successo di pubblico. Pensiamo alla fine degli anni Venti e a certi pezzi di fantasia quali l’eccentrico Maialetto, di cui sono noti solo tre esemplari: è infatti difficile immaginare come questa bizzarra invenzione potesse incontrare il gusto della borghesia di allora. Sturani ha disegnato diversi modelli innovativi, fantasiosi, ironici e giocosi riferiti al mondo delle fiabe e dell’infanzia, che hanno avuto un grande successo di critica ma non altrettanto di pubblico, e per questo prodotti in pochissimi esemplari, rari, se non rarissimi per noi da reperire.
Quando abbiamo iniziato la nostra collezione Lenci cercando tra i brocanteurs e i mercatini di Torino si potevano ancora trovare le signorine di Elena Scavini, qualche pezzo di Giovanni Grande, qualche animale di Felice Tosalli, ma nessuna ceramica di Sturani. La nostra ricerca ha avuto una svolta quando è esploso il fenomeno internet e si è passati dall’ambito locale o regionale a quello internazionale. A quel punto sono entrate in scena nuove figure commerciali, che intessendo una fitta rete di relazioni in tutto il mondo si sono impegnate nel reperimento di alcuni pezzi rari.
Le ceramiche più belle di Sturani le abbiamo trovate in Inghilterra e negli Stati Uniti con provenienza Cuba, paesi, oltre l’Italia, dove la Lenci aveva esposto nei primi anni Trenta in mostre monografiche. Lo stesso può dirsi di Gigi Chessa, di cui Lenci ha prodotto pochi modelli, alcuni addirittura rimasti prototipi, perché considerati troppo distanti dal gusto del pubblico alto borghese a cui si rivolgeva principalmente la manifattura.
Il vostro interesse collezionistico ha sicuramente vivacizzato il mercato delle ceramiche Lenci, nonché richiamato l’attenzione su una manifattura quasi dimenticata. Come avete visto cambiare il mercato?
Quando abbiamo iniziato nessuno tra i collezionisti di ceramiche Lenci, anche i più preparati, aveva in mente una raccolta che comprendesse tutti i pezzi, circa 140, considerati di valore storico artistico; piuttosto, chi collezionava lo faceva per tema o per autore. Il margine per reperire pezzi significativi era quindi abbastanza ampio e i prezzi ancora modesti, ancorché già ci fosse una differenza importantissima tra le ceramiche di qualità e quelle di minor pregio artistico.
La nostra irruzione sul mercato nei primi anni Novanta, con la visione di mettere insieme una raccolta ragionata di tutta la produzione storica, ha stravolto la questione. Seppur in pochi, cinque o sei collezionisti non di più, si è generata una forte concorrenza che ha creato un deciso aumento del valore delle Lenci.
Il mercato si è quindi spostato dai mercatini e dai piccoli antiquari alle case d’asta italiane e internazionali, arrivando, per certi pezzi, anche a cifre molto superiori alla stima iniziale. In questi anni di vivace concorrenza del mercato delle aste ho affrontato diverse situazioni: collezionisti che hanno cercato di ricomperare da me dopo aver perso la disputa di un pezzo importante, o mercanti che battevano contro di me per poi ripropormi l’acquisto. Come tutti i mercati ha influito moltissimo la domanda e la rarità del pezzo: se trovassi il Pupazzo di Sturani, tra i pochissimi ancora significativi per la nostra collezione, penso che dovrei affrontare una cifra importante.
Torino ha un ruolo importante nelle ragioni della collezione e della donazione ai Musei Reali. Un gesto di restituzione e riconoscenza verso la città che parte da lontano, proprio da quella stagione ricca di opportunità imprenditoriali e culturali che Torino rappresenta tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Cosa vi affascina di quella pagina di storia moderna?
Torino tra le due guerre è lo specchio fedele di ciò che è stato il carattere della città nel Novecento, più o meno fino ai primi anni Novanta del secolo. La città si presentava in fortissima crescita industriale grazie a imprenditori coraggiosi che erano anzitutto innovatori.
Una tendenza che aveva coinvolto tutto il tessuto cittadino, quello imprenditoriale appunto, ma anche culturale e sociale, e che ha definito il carattere di Torino; quindi, grandi personalità industriali, grandi competenze nella formazione e nella cultura d’impresa, grande sensibilità verso le tendenze più aggiornate dell’arte, grande spirito sociale, perché Torino è anche la città dei Santi sociali e delle storiche battaglie sindacali.
La Lenci alla guida di Enrico ed Elena Scavini si inseriva in questo contesto, riuscendo con successo a coniugare industria e arte, spirito d’impresa e vocazione al contemporaneo. Iniziarono la loro produzione ceramica in un momento di grande slancio per le manifatture italiane e di affermazione in ambito europeo, individuando sin dal principio in una serie di temi e modelli il proprio mercato. Un’impresa importante con oltre seicento dipendenti e un gruppo di giovani protagonisti della scena culturale cittadina tra le due guerre. In questo la Casa Ceramica Lenci è un esempio che fa sintesi dei molti lati per noi affascinati di Torino in quel periodo storico.