Intervista a Simonetta Brandolini d’Adda
Presidente Friends of Florence
Signora Kortum Brandolini, lei nasce negli Stati Uniti ma trascorre l’adolescenza prima in Francia poi a Verona, dove suo padre è impegnato nelle forze della NATO; padre che giovanissimo aveva risalito l’Italia con la V Armata Americana, per poi trovare l’amore a Roma. A Verona si sedimenta il suo legame con l’Italia e con l’arte, ma tornata negli Stati Uniti si iscrive a medicina, fin quando Firenze non spariglia le carte e la sua vita prende una strada diversa. Cosa l’ha portata fin qui?
La passione per l’arte e certamente il mio legame con l’Italia partono da lontano, già prima che ci stabilissimo a Verona, quando ogni estate venivamo in vacanza a Roma, la città di mia madre, e da lì viaggiavamo e visitavamo il Paese, che ai miei occhi di bambina appariva come un “vecchio mondo” ricco d’arte, ricco di storia, con uno stile di vita tanto diverso rispetto agli Stati Uniti, e tutto ciò mi affascinava.
Quando ci siamo trasferiti a Verona ero una ragazzina di dodici anni. Avevo l’età per capire e apprezzare l’arte, e Verona era perfetta, e oltretutto vicina a Venezia e Padova. È stato un tempo davvero importante per la mia formazione, e quando dopo cinque anni siamo tornati negli Stati Uniti, a Washington, dove la vita scorre diversamente, dove si cammina senza guardare, dove non c’è una chiesa che abbia più di duecento anni, mi sono sentita persa.
Mi sono iscritta alla Tufts University a Boston e ho scelto medicina perché è sempre stata la mia passione, ma essendo un’università interdisciplinare avevo la possibilità di associare altri corsi a quelli del programma accademico. Così ho iniziato a seguire storia dell’arte, e la professoressa era così appassionata e coinvolgente nelle sue lezioni che l’arte prendeva vita.
Intanto ero arrivata al terzo anno, con l’opportunità di fare un’esperienza di studio all’estero. Ho subito pensato all’Italia perché conoscevo la lingua, e mi sono iscritta al programma dello Smith College a Firenze, il più antico programma per studenti americani aperto nel 1931. Avevo professori solo italiani e studiavo con Anna Maria Petrioli Tofani, che all’epoca era direttrice del Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi e in seguito anche della Galleria; contemporaneamente seguivo i corsi di Mina Gregori alla facoltà di storia dell’arte. La mia “camera con vista” guardava sugli Uffizi.
Tornata a Boston mi sono trovata a un bivio, divisa tra scienza e arte, divisa tra Stati Uniti e Italia. Alla fine ho scelto l’arte e ho scelto Firenze, dove intanto avevo conosciuto il mio futuro marito. Ci siamo sposati subito dopo la mia laurea. Vivo qui dal 1975.
L’amore per la Toscana, per Firenze e Siena in particolare, non solo per ragioni affettive perché a queste terre è legata la sua famiglia, i Brandolini d’Adda, ma anche per scelta culturale, l’hanno portata a fondare insieme a sua sorella l’organizzazione non profit Friends of Florence, con sede a Washington, che quest’anno celebra i 25 anni della sua attività. Come è arrivata a maturare questo bellissimo progetto?
Maturavo l’idea di una fondazione a favore del patrimonio artistico già dagli anni Ottanta. Avevamo una casa vicino Venezia dove ci recavamo spesso, essendo mio marito per metà veneto e per metà toscano. Ogni tanto collaboravo con Save Venice, un’organizzazione americana non profit che ammiro moltissimo, nata subito dopo l’alluvione del 1966. Li aiutavo negli eventi in città e mi chiedevo perché a Firenze non vi fosse qualcosa di analogo, quando era evidente che soprattutto i monumenti avessero bisogno di un intervento conservativo importante, che mancava dal tempo dell’alluvione.
Ho cominciato a parlarne con le persone che conoscevo, con gli amici americani che avevano la casa a Firenze e sentivano come me l’urgenza di dare un sostegno al patrimonio artistico della città. Così ho preso la decisione di impegnarmi in prima persona, e insieme a mia sorella che vive a Washington, e con l’aiuto di suo marito avvocato, abbiamo fatto richiesta al Governo degli Stati Uniti dello status di “organizzazione 501(c)(3)”, la categoria fiscale che identifica gli enti non profit per cui le donazioni sono completamente deducibili dalle tasse. Abbiamo ottenuto lo status dopo solo sei mesi, quando normalmente occorre un anno; abbiamo costituito un board e scritto lo statuto della Fondazione. Dal 2000 siamo operativi, e da allora per Firenze abbiamo fatto la differenza.
La Fondazione opera a sostegno del patrimonio artistico di Firenze e della Toscana rivolgendosi al mecenatismo internazionale, per gran parte americano. In che modo agite per sensibilizzare nuovi potenziali benefattori?
Questo è un aspetto per me importantissimo. Sin dall’inizio abbiamo lavorato sulla comprensione e l’apprezzamento dei tesori culturali di Firenze e della Toscana attraverso conferenze, seminari e viaggi culturali aperti a gruppi ristretti di donatori, avvalendoci della competenza di storici dell’arte, curatori e studiosi, e della collaborazione di istituti, musei e università italiane e internazionali. Dal 2007 operiamo a progetti comuni con l’Aspen Institute in Colorado; il primo aveva per titolo “Florence, Birthplace of the Modern World”, ed era un seminario di cinque giorni a Firenze accompagnato da un programma di visite, che trattava dell’arte e dell’architettura del Rinascimento. Da questa collaborazione sono nati progetti culturali interessanti, come il seminario tenuto in Colorado su Dante, a cui è seguito un itinerario in Italia nei luoghi del Poeta, e quello su San Francesco d’Assisi e Giotto, come innovatori di un linguaggio della spiritualità e dell’arte; l’ultima conferenza ha riguardato Leonardo, culminata in un viaggio che andava da Firenze a Milano, fino alla Francia.
Abbiamo anche importanti collaborazioni in Europa e negli Stati Uniti, come la Stanford University, la New York University, il Chicago Art Institute, i musei del Prado e del Louvre, e come membro della Young Presidents’ Organization, che promuove programmi educativi e conferenze in tutto il mondo, organizziamo per Firenze e l’Italia eventi culturali che sono importantissimi, perché è lì che si sensibilizzano i giovani imprenditori al patrimonio artistico e si formano i donatori di domani.
Ogni anno ci concentriamo su due eventi, uno a ottobre e l’altro a febbraio (i mesi in cui il turismo è meno pressante), ed hanno sempre un focus su Firenze e la Toscana, ma spaziano a tutto il Paese e anche all’Europa; ad esempio, partendo dai dipinti di Caravaggio nelle collezioni degli Uffizi e della Galleria Palatina, abbiamo ripercorso la vita e l’opera dell’artista tra Roma, Napoli e la Sicilia.
In questi venticinque anni i nostri programmi hanno toccato tantissimi temi che sono anche l’occasione per presentare i restauri in corso, o sono il coronamento di essi, o sono finalizzati a promuovere nuovi progetti, come il viaggio da Madrid a Firenze alla scoperta dei capolavori dell’arte italiana e spagnola, era mirato a trovare i finanziamenti per il restauro dell’Annunciazione di Beato Angelico al Prado.
A proposito dell’Annunciazione del Prado, ci sono progetti promossi dalla Fondazione che varcano il territorio fiorentino, come il ritratto della Famiglia Bellelli di Degas al Museo d’Orsay, e adesso il restauro del monumento equestre al Gattamelata di Donatello a Padova. Come nascono e cosa li unisce alla consueta attività di Friends of Florence?
Un legame possiamo trovarlo nel fatto che Angelico e Donatello sono due grandissimi interpreti del primo Rinascimento fiorentino, e il ritratto della Famiglia Bellelli di Degas è nato dal soggiorno dell’artista francese a Firenze, tra l’estate del 1858 e la primavera del 1859. Ma a parte questo, trovo che le collaborazioni con le istituzioni museali e le fondazioni che sono mosse dal nostro stesso principio – come American Friends of Prado per il restauro dell’Annunciazione, e Save Venice per quello del Gattamelata -, siano fondamentali perché ci aprono a un mondo più vasto, dove c’è sempre qualcosa da scoprire e da imparare, ed è la ragione per cui promuovo con entusiasmo queste iniziative nel nostro consiglio di amministrazione.
Il progetto dell’Annunciazione è stato bellissimo. Ho visitato il laboratorio del Prado che è straordinario, e dal Prado sono venuti a Firenze per osservare e studiare come lavorano i nostri eccellenti restauratori; così si scambiano informazioni e competenze, si allacciano collaborazioni che sono sempre un motivo di crescita umana e professionale. Anche il progetto di Degas è nato durante un viaggio organizzato per i nostri mecenati, che aveva per tema l’opera di Claude Monet, e ci ha portati a Giverny e Parigi, dove per noi si è presentata l’occasione di collaborare con American Friends Musée d’Orsay al restauro del ritratto della Famiglia Bellelli, in previsione della grande mostra Manet-Degas che si è tenuta a Parigi e al Metropolitan di New York tra il 2023 e il 2024.
E poi da parte mia c’è l’aspirazione a fare di più, a dedicarmi esclusivamente a Friends of Florence, perché in realtà la Fondazione è la mia passione ma il mio lavoro è un’altro, quello che abbiamo creato io e mio marito all’inizio degli anni Ottanta con The Best in Italy, che a poco a poco sto lasciando nelle mani di mia figlia, proprio per concentrarmi sulla Fondazione, una creatura stimolante ma impegnativa, perché ogni progetto – dagli eventi, alle conferenze, ai viaggi, ai restauri -, è seguito personalmente da me; perché è importante stare a contatto e confrontarsi con storici dell’arte, curatori, conservatori, restauratori, mecenati, per tessere nuove relazioni e nuove amicizie, che sono sempre una fonte di arricchimento personale e per la Fondazione.
Il mecenatismo culturale nasce e si radica nella società civile americana attraverso le grandi dinastie del capitalismo sorte tra Otto e Novecento: se da una parte è l’espressione del proprio status, dall’altra è responsabilità sociale e principio di restituzione alla comunità. Chi sono i mecenati di oggi in America?
Qualsiasi forma di mecenatismo per gli americani abbienti è una questione morale, un dovere che sentono verso la loro comunità e non solo; quindi, anche aiutare delle realtà che sono altrove, come nel nostro caso salvaguardare un patrimonio artistico che è di Firenze ma è anche dell’umanità, per gli americani è un gesto naturale.
Questi mecenati sono persone che danno un grande valore all’istruzione e all’educazione, per cui aprirsi alla cultura e conoscere nuove realtà è prima di tutto una crescita personale. Molti di loro negli Stati Uniti sono generosi benefattori di istituzioni culturali, come Jim Dicke, originario dell’Ohio, da 23 anni amico solidale della Fondazione, sempre pronto a dare il suo contributo anche per progetti a lungo termine: “What do you need?”, è la sua risposta ogni volta che lo chiamo; oppure Dan Pritzker della grande famiglia di filantropi americani Pritzker, che con la loro Fondazione sono tra i nostri principali sostenitori.
Noi operiamo a favore del patrimonio culturale attraverso il principio delle donazioni – diverso dalle sponsorizzazioni -, che si fonda sulla fiducia che ci è accordata dai donatori e dagli operatori del settore dell’arte e del restauro con i quali lavoriamo in sinergia. Chiediamo solo una targa di ringraziamento, che poi abbiamo scoperto essere anche un modo per stimolare l’interesse di altri mecenati, che apprezzano il nostro impegno e ci contattano per delle donazioni. È accaduto quando i Giorgi della Pennsylvania hanno visitato gli Uffizi e dalle targhe dei restauri hanno saputo del nostro sostegno all’arte del territorio, e di ritorno negli Stati Uniti ci hanno contattati per quattro grandi donazioni finanziate attraverso la Fondazione di famiglia, che hanno portato ai restauri delle cappelle dei Pittori e di San Nicola in Santissima Annunziata, della Croce dipinta del Carmine di Ambrogio Lorenzetti alla Pinacoteca di Siena, e della Sala della Guardaroba in Palazzo Vecchio. Lo stesso è accaduto per il professore di studi umanistici della Columbia University Jon Cherubini, purtroppo scomparso subito dopo il suo geneoroso lascito giunto assolutamente inatteso alla nostra Fondazione, e che d’accordo con sua cugina abbiamo devoluto al restauro della Cappella del Cardinale del Portogallo nella basilica di San Miniato, di cui era profondamente innamorato.
Qual è l’eredità lasciata dal Rinascimento in cui gli americani si identificano?
Per gli americani la civiltà moderna ha le sue radici a Firenze. Ad affascinarli non sono solo l’arte e il territorio, ma la storia incredibile di una piccola città che con una moneta d’oro ha conquistato l’Europa e ha prodotto il Rinascimento; un pensiero che per gli americani ha una forza attrattiva grandissima.
La parte difficile è contestualizzare l’arte all’interno della storia. Gli Stati Uniti non sono l’Italia dove il patrimonio è diffuso, lo respiri e lo incontri anche solo passeggiando per strada; negli Stati Uniti si deve necessariamente entrare in un museo per avere un’idea dell’arte nella storia, eppure questo non basta. Pertanto organizziamo giornate di studi affiancate a itinerari culturali, e ci avvaliamo della preziosa consulenza di professori universitari, per offrire delle basi di conoscenza partendo dalle civiltà classiche, dal Medioevo e l’età comunale che introducono alla nascita del Rinascimento. Anche i nostri benefattori, pur essendo persone istruite, che amano viaggiare ed hanno una mente aperta, devono essere accompagnati nella comprensione della storia e dell’arte. Negli Stati Uniti hanno una grande diffusione gli audiolibri prodotti da “The Great Courses”, una società specializzata in video e audio educativi a più livelli di apprendimento. Noi li indirizziamo nelle letture, ma i programmi culturali svolti dalla nostra Fondazione restano il loro riferimento principale.
Come procede Friends of Florence ai progetti di restauro?
I progetti più impegnativi sia in termini di fundraising sia di lavoro da svolgere – come la Tribuna degli Uffizi che riguardava molte opere con diverse tipologie di restauro -, devono essere sottoposti all’approvazione del consiglio di amministrazione, ed avere almeno il 60-70% dei finanziamenti già garantiti prima di iniziare la raccolta fondi.
Poi ci sono i progetti adottati direttamente da un donatore, ossia è il donatore a contattarci per un restauro; in quel caso troviamo il progetto che risponde al suo interesse e procediamo senza il consiglio di amministrazione, ma sempre con i finanziamenti sufficienti a iniziare i lavori.
Abbiamo anche fondato un premio biennale giunto alla settima edizione, Friends of Florence – Salone dell’Arte e del Restauro di Firenze, per progetti a favore del patrimonio culturale fiorentino non superiori a 20 mila euro, IVA inclusa. Il premio nasce dalla collaborazione con il Salone, e dalla nostra vicinanza a tutti gli operatori del settore del restauro e della conservazione dei beni artistici di Firenze, a cui è rivolto il concorso; per questo, oltre al progetto vincitore, ci impegniamo nel tempo a raccogliere fondi anche per gli altri candidati. Nelle sei edizioni precedenti sono stati presentati 245 progetti, di cui nel complesso 29 sono quelli portati a termine per un totale di 580 mila euro, che hanno riguardato opere importanti del patrimonio culturale fiorentino, come il Vaso Medici degli Uffizi, il monumentale cratere neoattico della seconda metà del I secolo a.C.
L’aspetto più delicato del fundraising è creare un feeling tra il donatore e l’opera, che accade se dell’opera restituiamo la storia e il contesto in cui è nata. Poi ci sono i capolavori, direi i simboli della città che si promuovono da soli: quando l’allora direttrice dell’Accademia, Franca Falletti, ci ha contattati per il restauro del David, in 24 ore avevamo già raccolto i fondi necessari.
Conservare il patrimonio significa anche guardare a quelle gemme dell’arte diffuse sul territorio, meno spettacolari ma ugualmente fondamentali, che faticano a trovare dei finanziatori. In che modo la Fondazione cerca di arrivare a queste piccole realtà da valorizzare e conservare?
Una delle ragioni per cui è nato il Premio Friends of Florence è proprio per arrivare anche al patrimonio nascosto, alle opere custodite nei depositi in attesa di un restauro, ma che non hanno la forza di intercettare dei finanziatori, come la collezione di 119 acquerelli cinesi su pith paper del Museo Stibbert, realizzati per il mercato occidentale della prima metà dell’Ottocento; oppure quelle opere che non hanno l’attrattiva del capolavoro, come l’affresco della Madonna della Misericordia di Bernardo Daddi del Museo del Bigallo, o il dipinto detto dell’Ossessa proveniente dalla chiesa di San Jacopo Soprarno, ancora coperto dal fango dell’alluvione nei depositi della chiesa di Santa Felicita; o l’affresco della Madonna del Latte del Maestro della Cappella Rinuccini della chiesa di Sant’Ambrogio, vincitore dell’ultima edizione. Sono opere note agli studiosi, ma che in un patrimonio artistico tanto ricco di capolavori non arrivano a interessare il grande pubblico.
Fanno parte del tessuto culturale cittadino anche i tabernacoli, che a poco a poco stiamo restaurando, monumenti importanti per il culto e la devozione; per questo, insieme alla Soprintendenza, al Comitato per i Tabernacoli e al Comune di Firenze, abbiamo stretto una partnership con la Fondazione Angeli del Bello, che svolge varie attività dedicate alla tutela e al decoro di Firenze, fra queste la cura dei tabernacoli e la rimozione delle scritte vandaliche.
Quindi non guardiamo solo ai capolavori delle grandi basiliche e dei grandi musei, come la Pietà Bandini di Michelangelo, la Deposizione del Pontormo, o la Porta del Paradiso del Ghiberti, ma anche alle chiese minori, alle piccole gemme che comunque fanno parte di un patrimonio importante, vasto e diversificato di Firenze.
Dai più lontani progetti come la Loggia dei Lanzi, il David e i Prigioni di Michelangelo, ai più recenti come la Cappella Brancacci, la statua di Giuditta e Oloferne di Donatello, la pala della Deposizione Strozzi dell’Angelico. In questi 25 anni quanti interventi di restauro e quanti fondi avete raccolto e donato a favore del patrimonio artistico?
Facendo una stima approssimativa direi che ad oggi abbiamo sostenuto all’incirca 450 progetti di restauro, e raccolto fondi per almeno 15 milioni di euro. Io stessa mi sorprendo per quanto abbiamo fatto in questi 25 anni di attività.
Siamo partiti presentandoci ad Antonio Paolucci, allora Soprintendente al Polo Museale Fiorentino, poi divenuto un grande amico personale e della Fondazione, per capire in che modo potevamo contribuire alla conservazione del patrimonio artistico della città. Lui ci parlò del Ratto delle Sabine del Giambologna nella Loggia dei Lanzi e ci accompagnò in piazza della Signoria; ma fatto il sopralluogo con il consiglio di amministrazione, ci apparve chiaro che tutte le sculture in marmo della Loggia, ad eccezione del gruppo in bronzo con Perseo e la Medusa di Benvenuto Cellini, erano bisognose di un restauro, che decidemmo di sostenere interamente, lasciando Paolucci abbastanza incredulo: “Ma siete sicuri?”, fu la sua risposta.
Quando è nata la Fondazione il nostro impegno era finanziare un grande intervento di restauro ogni anno; poi, a poco a poco siamo cresciuti, ed oggi possiamo sostenere fino a 30/35 progetti più o meno impegnativi e complessi. In questi anni siamo sempre riusciti a cogliere l’entusiasmo dei nostri donatori e ad avere i fondi necessari per dare avvio ai progetti.
Una parte sostanziale delle vostre donazioni, circa l’85%, sono devolute ai progetti di restauro, ma Friends of Florence agisce anche attraverso il finanziamento di quelle attività che lavorano e formano alla conservazione del patrimonio artistico. Come avviene il vostro sostegno?
Cerchiamo di sostenere il mondo del restauro in vari modi e per quanto possiamo. Se da un parte il Premio Friends of Florence contribuisce all’arte, dall’altra aiuta proprio questi straordinari professionisti altamente specializzati, che svolgono un lavoro fondamentale sul patrimonio artistico ma non sono sufficientemente aiutati dallo Stato. I finanziamenti arrivano direttamente ai laboratori di restauro di Firenze, che sono tra i principali centri al mondo nella conservazione dei beni artistici; anche durante la pandemia abbiamo cercato di dare il nostro sostegno anticipando i progetti fermi a causa del lockdown. Il nostro è un rapporto che si basa sul dialogo, la collaborazione e la partecipazione a tutto il processo del restauro, anche per risolvere i problemi là dove si presentano.
Un altro aspetto importante è il contatto diretto con l’esperienza del restauratore; perciò portiamo le scuole a visitare i laboratori, per mostrare ai ragazzi come questo mestiere sia fondamentale per tramandare alle generazioni future il patrimonio culturale che oggi abbiamo il privilegio di ammirare; oppure coinvolgiamo i donatori con visite straordinarie ai cantieri, perché possano apprezzare da vicino la qualità del restauro e la professionalità dei tecnici; e organizziamo conferenze sulla conservazione e la tutela dei beni artistici.
Ad aprile abbiamo tenuto un importante convegno di due giornate dedicato al progetto della Cappella Brancacci, con i restauratori, i ricercatori scientifici e gli storici dell’arte che hanno lavorato agli affreschi di Masolino, Masaccio e Filippino Lippi. Un convegno per specialisti ma aperto anche alla cittadinanza, che illustrava quattro anni di lavori, dal 2021 al 2024: dalle vicende storiche e conservative della Cappella Brancacci fino all’attuale restauro, al risultato raggiunto dalle indagini scientifiche del CNR, alle tecniche esecutive dei tre artisti, a un confronto ravvicinato tra Masolino e Masaccio.
Per il restauro della Cappella Brancacci sono stati raccolti da Friends of Florence 300 mila euro di finanziamenti. Un progetto impegnativo dove la scienza è stata messa con successo al servizio del patrimonio culturale. Quale è stata la sua esperienza?
L’aspetto davvero interessante del progetto è stato assistere alla collaborazione di così tante realtà, e vederle lavorare in totale sinergia. Erano coinvolti il Comune, la Soprintendenza e l’Università di Firenze, l’Opificio delle Pietre Dure, il CNR e noi. Per quattro anni la Cappella Brancacci si è trasformata in un laboratorio permanente, dove sono state impiegate le tecniche più avanzate e innovative messe a punto dal CNR, che poi sono servite ai restauratori per intervenire con precisione soprattutto sui distacchi della parete destra della Cappella affrescata da Filippino Lippi. Le rivelazioni più interessanti sono giunte dalle analisi delle tecniche esecutive utilizzate dagli artisti, incredibilmente avanzate per essere nel Quattrocento. A breve verranno pubblicati anche gli atti del convegno, già previsti nel finanziamento del progetto.
In questi quattro anni l’impegno è stato anche mantenere aperto l’accesso del pubblico alla Cappella, con visite su prenotazione guidate da restauratori e studiosi, che offrivano l’incredibile opportunità di vedere da vicino i meravigliosi affreschi, grazie al sistema di ponteggi dotato di elevatore.
Il Progetto Brancacci è stato un successo anche nella collaborazione tra pubblico e privato, e dal punto di vista della ricerca scientifica applicata ai grandi cicli di affreschi è stato un modello per il futuro.
Friends of Florence ha consolidato negli anni importanti collaborazioni con alcune delle principali istituzioni museali di Firenze, che nel tempo si sono tradotte in diversi finanziamenti di restauro e conservazione del patrimonio. Quanto è importante stabilire tra museo e mecenati un rapporto costante nel tempo, che permetta di progettare iniziative a lungo termine?
È importantissimo. Quando è nata la Fondazione gli Uffizi e l’Accademia non godevano ancora di autonomia speciale e avevano meno risorse di quante ne abbiano oggi. Con loro abbiamo collaborato in modo continuativo fino alla Riforma del Ministero della cultura, e raccolto donazioni per numerosi interventi conservativi che hanno richiesto finanziamenti costanti prima di essere completati.
Per gli Uffizi abbiamo sostenuto il restauro della Sala di Niobe, della Tribuna, della collezione medicea di antichità (progetto iniziato nel 2004 e ultimato nel 2015), delle sale dedicate a Botticelli, a Pollaiolo e agli artisti del primo Rinascimento nel programma dei “Nuovi Uffizi”, e per il Gabinetto dei disegni e delle stampe la realizzazione di una nuova sala di studio; mentre gli interventi finanziati per la Galleria dell’’Accademia hanno riguardato i dipinti cinquecenteschi della Tribuna, il David e i Prigioni, il modello preparatorio per il Ratto delle Sabine del Giambologna, oltre al progetto per il censimento dell’intero corpus delle opere di Bartolini, e per quindici anni il monitoraggio e la ripulitura dei capolavori di Michelangelo, che ogni sei mesi devono essere spolverati dalle scorie che si depositano sul marmo per il grande flusso di visitatori.
Oggi, d’accordo con i nostri donatori, troviamo giusto guardare a quelle realtà che non dispongono delle stesse risorse dei grandi musei, ma che conservano dei capolavori assoluti dell’arte, come l’opera di Beato Angelico al Museo di San Marco. Quella con San Marco è una collaborazione iniziata nel 2007 con il chiostro di Sant’Antonino, e da allora in modo costante sosteniamo gli interventi che di volta in volta si rendono necessari, grazie all’affetto speciale dei nostri donatori verso questo Museo e verso l’Angelico, fino al restauro da poco concluso della Deposizione Strozzi.
Un’altra collaborazione importante è con il Museo Archeologico, nata nel 2014 proprio attraverso il Premio Friends of Florence, per il restauro del bronzo ellenistico della Testa di cavallo Medici Riccardi. Con i fondi raccolti in questi anni sono stati completamente rinnovati gli allestimenti del Monetiere (una delle più grandi raccolte pubbliche in Italia di monete antiche), e della preziosa collezione di gemme dei Medici e dei Lorena (di cui a breve sarà pubblicato anche il catalogo); sono state poi realizzate alcune nuove sale: quella dedicata al celebre Vaso François (il vaso attico più prezioso di tutta l’antichità, detto anche Rex Vasorum), quella del Sarcofago delle Amazzoni (uno dei rarissimi esemplari di sarcofagi in marmo dipinto), e quelle dei bronzetti greco-romani.
Allo stesso modo cerchiamo di sostenere con continuità i progetti di restauro delle chiese. La nostra più antica collaborazione è con la basilica della Santissima Annunziata, di cui abbiamo finanziato i restauri degli affreschi del Chiostrino dei Voti e della Cappella del Giambologna, oltre a quelle già citate di San Nicola e dei Pittori. Più recente è invece la collaborazione con San Miniato al Monte, iniziata nel 2018 con il restauro del ciborio in occasione del millenario dell’Abbazia, proseguita con la Cappella del Cardinale del Portogallo, fino ai più recenti interventi che hanno riguardato i marmi e il grande mosaico dell’abside, l’altare con il Crocefisso di terracotta invetriata, il pulpito e la transenna, il Busto reliquiario di San Miniato; mentre è quasi ultimato il restauro della cripta.
In questi ultimi anni la Fondazione ha sostenuto diversi interventi di restauro sulle opere di Beato Angelico, anche in previsione della grande mostra che aprirà a settembre a Palazzo Strozzi e San Marco. Come nascono questi progetti?
Sono diversi anni che con la Fondazione sosteniamo Beato Angelico, e l’imminenza della mostra ha accelerato alcuni restauri. Abbiamo iniziato con gli affreschi delle lunette del chiostro di Sant’Antonino a San Marco, poi nel 2014 la grande scena della Crocifissione del Capitolo; nel 2019 l’Annunciazione del Prado; nel 2020, ancora a San Marco, il nuovo allestimento della Sala del Beato Angelico e il restauro della Pala di Bosco ai Frati; mentre per il complesso di San Domenico a Fiesole si è da poco concluso l’intervento conservativo sull’affresco con il Cristo crocifisso nella sala del Capitolo del convento, e nella chiesa sta per terminare il restauro della Pala che un tempo era collocata sull’altare maggiore.
A San Marco dopo due anni è tornata a febbraio la Deposizione Strozzi, intanto che si stanno ultimando i pannelli dell’Armadio degli Argenti con le “Storie di Cristo”, e nel chiostro di Sant’Antonino l’intervento sull’affresco della Crocifissione, sostenuto di slancio da un donatore americano rimasto colpito dall’articolo apparso ad aprile sul New York Times, che ripercorreva la storia del restauro del Crocifisso di San Domenico attraverso le parole appassionate dei tre medici che per primi si sono interessati all’opera, dopo averla “scoperta” mentre si trovavano a Fiesole per un convegno.
Non è inusuale che ci siano così tanti estimatori di Beato Angelico negli Stati Uniti; è un artista da sempre molto amato dagli storici e dagli appassionati d’arte. Io lo trovo sublime e resto incantata dalla spiritualità che riesce a trasmettere. Anche Lucia Biondi, che ha restaurato la Deposizione Strozzi, mi ha confessato di aver quasi pianto quando dopo due anni di convivenza con l’opera questa è tornata a San Marco. Un dipinto sublime a cui il restauro ha restituito tutto il suo splendore, anche nei piccoli dettagli dei volti dei santi dipinti sui pilastri della pala, così espressivi! Si parla giustamente di Masaccio come del grande rivoluzionario della pittura, ma l’Angelico non è stato meno fondamentale per la nascita del Rinascimento, e spero che questa mostra porterà tantissimi visitatori a capire la sua importanza.
Nel 2019 le è stato conferito il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana. Cosa rappresenta per lei questa onorificenza?
Un grande onore, anche perché io sono sì americana ma anche italiana, ed è bello essere riconosciuta e apprezzata dal Paese dove vivo da cinquant’anni. Mio marito e i miei figli sono molto orgogliosi del mio titolo di Cavaliere, anche se per loro è diventato un modo affettuoso di prendermi in giro.