Intervista a Marco Mozzo
Direttore Museo di San Marco di Firenze
Il Museo di San Marco, fondato nel 1869, ha sede nella parte monumentale dell’antico convento domenicano, progettato da Michelozzo e realizzato tra il 1437 e il 1443 su commissione di Cosimo de’ Medici. Qual è la storia di questo luogo che ha rivestito un ruolo centrale nella vita religiosa, culturale e politica di Firenze tra Quattro e Cinquecento?
Il Museo di San Marco di Firenze, ospitato nell’antico convento domenicano di San Marco, è un luogo di straordinaria importanza storica, religiosa, artistica e politica, soprattutto nel periodo compreso tra il Quattrocento e il Cinquecento. La sua storia si intreccia con le vicende dei Medici, del Rinascimento fiorentino e con figure centrali della spiritualità e della cultura europea. È stato il luogo dove hanno vissuto alcune delle personalità più importanti della Storia fiorentina da Sant’Antonino Pierozzi a Beato Angelico, da Girolamo Savonarola a Fra Bartolomeo, ai maestri della Scuola di S. Marco, da Guido Carocci a Giorgio La Pira. Un luogo che possiamo identificare con la storia cittadina di Firenze dal Medioevo al Novecento.
Quando parliamo di Beato Angelico non possiamo prescindere da San Marco: chiostro, sala capitolare, corridoi e celle del convento conservano il più esteso ciclo pittorico creato dall’Angelico su commissione di Cosimo de’ Medici. Lo stile espresso in questi affreschi pensati per il culto e la meditazione dei frati, come si differenzia dalle grandi opere devozionali celebrative del fasto e della potenza economica delle famiglie nobiliari e delle corporazioni fiorentine?
Il ciclo pittorico di San Marco, in particolare le scene nelle celle dei frati, ha una funzione ben precisa: favorire la meditazione quotidiana. Ogni frate, nella sua cella, poteva trovare un’illustrazione che lo aiutasse a riflettere sulla propria condizione spirituale e a contemplare il divino in modo intimo. Le scene evangeliche, come quelle dell’Annunciazione o di San Domenico che abbraccia la croce nel Chiostro di Sant’Antonino ispirano tranquillità grazie a un linguaggio che palesemente contrasta con i toni squillanti e la brillantezza dei colori delle sue grandi opere devozionali che adornavano cappelle e chiese. Nelle pitture del convento di San Marco, l’arte è vista come un veicolo per l’anima, non come una forma di espressione celebrativa del committente o dei fedeli. In questo contesto, la sobrietà dell’Angelico appare come una forma di ascesi spirituale, lontana dalle necessità terrene di potere e prestigio.
Per queste ragioni San Marco è un museo unico e sorprendente, dove architettura e pittura rispondono a uno stesso progetto religioso e culturale da leggere nella sua interezza. Quale pensiero deve guidare il visitatore che entra in questo spazio?
Il pensiero principale che deve accompagnare il visitatore è quello della riflessione interiore. San Marco non è un luogo da attraversare con l’intento di consumare velocemente l’esperienza, ma uno spazio da vivere, come se fosse ancora il convento che ospitava i frati domenicani. Ogni angolo del convento, ogni cella, ogni affresco, è stato pensato per stimolare la meditazione silenziosa e la contemplazione profonda. Il visitatore dovrebbe avvicinarsi a questo luogo con l’idea di sospendere il frastuono del mondo esterno e farsi guidare dalle immagini e dalle atmosfere per entrare in contatto con una dimensione più intima e spirituale.
Il Museo conserva la più ampia raccolta di opere su tavola dell’Angelico confluite a San Marco negli anni Venti del Novecento. Sono 16 capolavori: dalle opere monumentali, alle grandi e piccole tavole, ai reliquiari, alle predelle, ai pannelli. Come si è concretizzata l’idea di destinare San Marco a museo celebrativo dell’arte di Beato Angelico?
A partire dal 1911, la grande Esposizione Internazionale d’Arte a Roma diede una forte spinta alla valorizzazione dell’arte Rinascimentale e alla rivalutazione dei grandi maestri fiorentini, contribuendo a riscoprire l’importanza di Beato Angelico. A partire da questi anni, prende avvio il progetto di riunire le sue opere in un luogo simbolo della spiritualità fiorentina come il convento di San Marco. Dal 1919 in poi per volere del soprintendente di allora Giovanni Poggi venne fatta una campagna di recupero delle opere disperse, e tavole, reliquiari, predelle e altri dipinti di Angelico cominciarono a confluire a San Marco, dando vita alla più ampia e importante collezione di opere dell’Angelico al mondo.
I numerosi e importanti restauri che in questi anni hanno interessato l’opera dell’Angelico a San Marco in che modo hanno contribuito ad approfondire la conoscenza della sua arte?
Non solo i più recenti restauri, generosamente finanziati dai Friends of Florence, ma se guardiamo anche al passato – a partire ad esempio dagli interventi pionieristici condotti da Dino Dini sui cicli pittorici del convento – qualsiasi restauro ha rappresentato un momento di scoperta, una tappa fondamentale nel percorso di conoscenza e comprensione del modus operandi di questo artista, consentendo agli studiosi di riconoscere in lui qualità pittoriche davvero uniche, e confermando il ruolo di protagonista che ha ricoperto tra i massimi esponenti della pittura del primo Rinascimento.
Un altro protagonista del Museo è Fra Bartolomeo, con il celebre ritratto di Savonarola, gli affreschi, la Pala del Gran Consiglio per Palazzo Vecchio e del Giudizio finale per Santa Maria Nuova (poi ultimata da Mariotto Albertinelli). Quanto la sua spiritualità, votata a un linguaggio semplice e lineare, è stata d’esempio al giovane Raffaello nel suo soggiorno fiorentino?
Quando Raffaello arrivò a Firenze nel 1504, il giovane artista si trovò a contatto con una città che stava vivendo un periodo di straordinario fermento culturale. Firenze era il centro del Rinascimento, e i grandi maestri come Leonardo da Vinci, Michelangelo erano i modelli a cui molti artisti giovani si ispiravano. Durante il suo soggiorno fiorentino, Raffaello ebbe modo di osservare da vicino le opere di Fra Bartolomeo, il quale già a quel tempo era riconosciuto per la sua capacità di fondere la pittura religiosa con la spiritualità più profonda.
Sebbene celebrativo dell’opera dell’Angelico, attraversando le sale del Museo si incontrano, tra gli altri, il bellissimo Cenacolo di Domenico Ghirlandaio, gli esponenti della Scuola di San Marco, e nel chiostro gli affreschi realizzati dai principali interpreti del Seicento fiorentino. Quale testimonianza offrono del panorama artistico cittadino tra Quattro e Seicento?
Il Cenacolo di Ghirlandaio, le opere della Scuola di San Marco, e gli affreschi barocchi nel chiostro di Sant’Antonino raccontano un passaggio storico e culturale che riflette non solo le trasformazioni artistiche, ma anche quelle religiose e politiche che segnarono la Firenze da fine Quattrocento a Seicento, rendendo il Museo di San Marco un luogo dove la spiritualità si mescola alla storia dell’arte e alla evoluzione del pensiero e ai cambiamenti che ha subito in quei secoli la società.
Fa parte del complesso di San Marco la Biblioteca di Michelozzo, considerata la prima biblioteca pubblica del Rinascimento, destinata a tutti gli studiosi, anche laici, per volere di Cosimo de’ Medici. Qui si custodisce ancora una preziosa collezione di oltre 100 codici miniati, tra cui il famoso Graduale di San Domenico a Fiesole di Beato Angelico. Come si è formato questo patrimonio librario, poi in gran parte disperso, e quale ruolo ha avuto la Biblioteca nel tessuto culturale di Firenze tra Quattro e Cinquecento?
Oggi, la nostra società occidentale è dominata dal pluralismo culturale, dove chi vuole ha la possibilità di accedere al sapere in modo illimitato mediante l’intelligenza artificiale e il digitale. All’epoca, le biblioteche, come la Biblioteca di San Marco, non erano solo un luogo di raccolta e di conservazione di libri, ma diventavano un punto di riferimento per la diffusione del sapere. Custodi di questo sapere erano i conventi e i monasteri.
La Biblioteca di San Marco, voluta da Cosimo il Vecchio, a differenza delle altre, è stata anche una delle prime biblioteche pubbliche frequentata non solo dai frati ma aperta a tutti gli studiosi, anche laici, in un’epoca in cui l’accesso al sapere era riservato a pochi privilegiati. Il nucleo originario, che Cosimo riuscì ad acquisire, era appartenuto al bibliofilo e umanista Niccolo Niccolì, ampliato poi nel corso dei secoli successivi con altri volumi.
L’indice della Biblioteca, oggi custodito presso la Biblioteca Estense, uno dei più antichi a nostra disposizione, ci permette di avere un quadro generale di quale fosse il sapere a disposizione della comunità domenicana: erano conservati testi sacri, appartenenti alla tomistica domenicana ad esempio, ma si spaziava dalla letteratura alle scienze. Questo acceso pluralismo intellettuale ci deve far comprendere la rivoluzione culturale che si stava vivendo a Firenze. La Biblioteca non solo era un luogo di lettura, ma anche di confronto e discussione tra filosofi, teologi e umanisti.
La sua direzione, iniziata a settembre 2024, arriva dopo numerosi interventi di restauro, riallestimento delle sale e degli spazi museali, portati avanti a varie tappe dai suoi predecessori. Adesso l’attesa mostra dedicata all’Angelico, che si svilupperà tra Palazzo Strozzi e San Marco. Quali sono i suoi progetti e le sue priorità per il Museo tra conservazione, valorizzazione e promozione del suo patrimonio?
La mostra vede l’impegno non solo del Museo di San Marco, ma anche della Direzione Regionale Musei Nazionali Toscana che nella persona del suo direttore, il dottor Stefano Casciu, ha fin da subito sostenuto e appoggiato il progetto, assumendo anche la co-curatela scientifica insieme al dottor Angelo Tartuferi, esperto di arte medievale, che mi ha preceduto nella direzione museale.
Il mio arrivo, come ha bene sottolineato, coincide con un momento particolarmente delicato, ma anche – a mio avviso – fortunato e incoraggiante per gli sviluppi del museo che può contare su uno staff curatoriale e tecnico qualificato ed entusiasta, e dal personale addetto alla fruizione, accoglienza e vigilanza, altrettanto valido e impegnato quotidianamente in diverse attività (dalla comunicazione ai servizi educativi e tecnici).
Certamente la mostra sarà un volano importante per ridare slancio e riportare nuovamente il museo al centro dell’attenzione che merita nel panorama museale italiano e non solo. La sfida sarà quella di non vanificare gli importanti traguardi raggiunti in termini di credibilità, di bagaglio di esperienze acquisite e di rapporti internazionali avviati. A tal proposito, stiamo già lavorando per i prossimi anni per cercare di migliorare sempre più i servizi al pubblico, differenziandoli, riorganizzando gli uffici con nuovi spazi destinati anche alle attività didattiche ed espositive, ampliando gli orari di apertura, e per definire anche sul piano dell’offerta culturale proposte differenziate in termini di mostre dossier, visite guidate e laboratori, che auspichiamo di poter organizzare grazie anche al supporto e alla collaborazione con altre realtà del territorio. Riuscire a far percepire il museo, le sue straordinarie collezioni e i suoi spazi come luoghi inclusivi in cui riconoscersi, dove chiunque (famiglie, cittadini, appassionati, turisti) possono ritornare a frequentarli e a viverli con esperienze sempre nuove, rappresenta a mio avviso uno dei principali obiettivi a cui il museo dovrà guardare nei prossimi anni.
Tutti i crediti fotografici sono su concessione del Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei nazionali Toscana – Museo di San Marco di Firenze