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Bottega Conticelli. La forma dei sogni

L’INTERVISTA/ Stefano Conticelli
di Roberta Olcese

Stefano Conticelli è un artigiano del lusso Made in Italy, quando descrive le sue creazioni si trasforma in un fiume in piena.
Rapidamente scorrono davanti agli occhi di chi lo ascolta decine d’immagini di giocattoli in legno, aeroplanini, cavalli a dondolo, coperte in cachemire dai tagli particolari. E poi biciclette, Vespa e Fiat Cinquecento originali, tutte rigorosamente foderate e rese uniche dalla qualità dei pellami e dei tessuti utilizzati, tanto che a guadarle viene voglia di ordinarne una, anche se i tempi di consegna possono essere lunghi, almeno quanto le stagioni.
I manufatti che prendono forma dalle mani di Stefano Conticelli sono vere opere d’arte commissionate per case principesche e marchi blasonati: dai negozi Loro Piana ai corner nelle sale del Senato a Roma. “La mia storia è una favola, non devo far niente se non percorrerne la strada e farmi condurre in giro per il mondo trainato dall’inesauribile energia positiva di un camioncino giocattolo”.
E, come uno sciamano, Conticelli mescola arte, estro e intuizione. Ascoltando la sua “favola” ci si immerge nel laboratorio dove nascono le idee e il “life style” di Bottega Conticelli: mille metri di open space nel cuore dell’Umbria.
Ma ecco che dopo anni di produzione per marchi eccellenti nel campo del lusso, oggi l’artigiano umbro lancia il suo brand e sogna una bottega itinerante.

Stefano, qual è la forza della Bottega Conticelli?
Quando entri in bottega ciò che ti colpisce non è l’oggetto singolo, ma il mondo che ti si apre davanti, come entrare in un paese dove tutto è magia. A maggio saranno otto anni dal nostro esordio, ma sembra che ne siano passati cinquanta per quanta strada abbiamo percorso e per il successo improvviso e inaspettato. Abbiamo contatti incredibili che nascono così per caso, quasi un passaparola fra clienti che cercano la sartorialità nell’unicità del pezzo. Oggi con la globalizzazione le aziende hanno perso la loro identità.

Ci racconta come ha iniziato?
Sono un autodidatta. Ho un’affinità spontanea e speciale con la pelle e il cuoio, ho la fortuna di comprendere e “abbracciare” qualsiasi materiale e tirarne fuori il meglio, come si fa con le persone. Trovo facilmente le venature giuste del legno e del marmo, riconosco la finezza della fibra dei tessuti e riesco a lavorarli. Ho questo dono, lascio la mia impronta su ciò che creo, lo considero un know-how preziosissimo.

E la sua bottega?
L’azienda nasce dal “camioncino” per Loro Piana. A quarantaquattro anni mi sono trovato improvvisamente senza lavoro, ed è stato un vero tsunami. Ho iniziato a raccogliere gli scarti delle segherie, assemblavo i legni, li pulivo per farne cornici da specchi che vendevo nei mercatini di Roma e Firenze. Le mie creazioni sono piaciute subito, erano pulite ed essenziali, ma colpivano per la loro ricercatezza. Allora ho preso coraggio e ho attrezzato uno scantinato sotto casa. Un giorno sono passati i miei nipotini, Rachele, Valentina e Tommaso: alle bambine ho regalato una paperella con le ruote, mentre al maschietto ho promesso un camioncino per il compleanno. L’ho costruito con tanta passione e sulla capote di tela grezza ho scritto: “Tommy Trasporti Palermo-Napoli-Milano-Venezia-Torino”, come si leggeva sui camion di una volta. Il giorno della festa sono arrivato col mio camioncino e all’improvviso tutti gli amichetti che giocavano con la Play Station si sono dedicati al regalo di Tommy, che la sera ha portato nel suo letto nemmeno fosse un orsacchiotto. Ho quindi pensato: questo bambino mi sta lanciando un messaggio. Presto detto ho scritto a due riviste raccontando i fatti: “Buongiorno, è possibile che un bambino di undici anni abbandoni un gioco elettronico per dedicarsi a un camioncino di legno e tela grezza?” Il mensile Dove, ha raccolto il messaggio e messo sulla copertina il camioncino di Tommy. Da lì sono iniziate le interviste e poi gli ordini. Ho anche un registro dei percorsi dei miei camioncini: il numero 300 è del principino Jacques di Monaco mentre il 301 è di Aldo Wannenes a Genova.

Com’è arrivato a Loro Piana?
È tutto merito di mia sorella che ha regalato un camioncino a Vittoria, figlia di Sergio e Luisa Loro Piana. Entusiasti, poco dopo, ne hanno chiesto uno anche per i figli Pietro e Margherita: ho fatto un packaging speciale e l’ho consegnato. Quando Sergio in seguito mi ha commissionato camioncini unici per i loro negozi con la dicitura “Loro Piana Attenzione Trasporto Cachemire”, ho compreso di aver creato qualcosa apparentemente semplice ma sostanzialmente eccezionale. Le richieste sono velocemente cresciute e ampliate anche a tappeti, giochi da tavolo, elicotteri, tender, aerei, tutti rivestiti in cachemire.

Cosa le ha portato questa esperienza?
Molti contatti e tante storie. Una volta, un principe inglese dopo aver visto un mio camioncino a New York mi ha contattato per ordinarne uno, ma ha preteso che alla realizzazione fosse presente il suo maggiordomo: è davvero arrivato fin da noi a controllare che il lavoro fosse fatto a mano partendo da un pezzo di legno. C’è poi la storia della signora svizzera rimasta colpita dalle cuciture di due maniglioni in pelle per il negozio Loro Piana a Gstaad. Mi ha chiamato per arredare il suo yacht con tappeti e una coperta bianco ottico di alta sartoria cucita “punto cavallo”: la tratta come un bebè, è un pezzo unico.

Uno dei pezzi forti della Bottega è la “sua” Vespa, come nasce l’idea?
Anche qui tutto ha origine dal caso. Un amico mi ha chiesto di personalizzare la sua Vespa. Per fare il primo pezzo ho impiegato sei mesi tra incolla, taglia, scolla e cuci. È molto complicato “customizzare” il manubrio di una Vespa: si deve rigirare un pezzo di cuoio a trecentosessanta gradi. Al momento sono il solo in bottega che riesce a realizzarlo: servono la forza del martello e la dolcezza dell’acqua per aprire i pori del cuoio, e il sole e la tramontana per asciugare la pelle. Un Natale durante un evento per i cantieri Riva allo Yacht Club di Montecarlo mi hanno ordinato una Vespa personalizzata. Ho spiegato subito la complessità del lavoro e quindi l’impossibilità di stabilire i tempi di consegna: il cuoio si asciuga solo all’aria, non al forno. D’inverno serve il vento freddo della tramontana, e quello fu un inverno caldo: ha avuto la sua Vespa a fine aprile. Per fortuna mi ha aspettato!

Però le ha dato soddisfazioni.
Sì, l’abbiamo esposta alla Triennale di Milano durante il Salone del Mobile, e poco dopo ho ricevuto l’incarico di customizzare le sedie di Philip Stark.

Una follia?
Ho inseguito la principessa Hanya di Giordania, cognata della regina Rania, a un concorso ippico a Villa Borghese a Roma: volevo regalarle una borsa a forma di sella, conoscendo la sua passione per i cavalli, creata esclusivamente per lei. L’ha molto gradita e a quell’incontro ne sono seguiti altri.

Si considera un artista?
Faccio il mio lavoro con passione e amore. Vorrei trasmettere emozione. Sto anche creando un archivio con i miei lavori più importanti. Ma soprattutto c’è lo studio delle tecniche e delle materie. Sperimento i metalli, dal bronzo, al ferro, all’argento, ma porto all’interno della bottega anche la plastica, la juta e i materiali sintetici naturali, come il silicone. Faccio prove di fusioni, il mio è un lavoro di scoperta costante. Adoro gli smalti a caldo: il primo lavoro con questa tecnica è stato un’enorme teiera di porcellana per Asprey London.

Che progetti ha per il futuro?
Una bottega itinerante, magari a bordo di una nave con cui cambiare porto ogni sei mesi, mi piacerebbe trovare un partner, un armatore un po’ sognatore come lo sono io. La prossima estate saremo a Porto Cervo, ci ospiteranno in uno spazio di trecento metri. È solo il primo passo.