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Unici, Classici Innovativi

Intervista a Daniele Cornaggia e Bruno Muheim
di Serena Guardabassi Viòlo

Come nasce Arsmoda?

Bruno Muheim – Daniele nasce nel mondo del teatro e della scenografia, io vengo dalla banca e dal mercato dell’arte. Sono venti anni che collaboriamo insieme in questa società. All’inizio Daniele era pertanto rivolto essenzialmente all’aspetto creativo, mentre io curavo la parte amministrativa. Al contrario, oggi le nostre funzioni sono senza dubbio più intercambiabili. Abbiamo iniziato con i gioielli. Da qui siamo passati alle borse e a tutti gli accessori di moda ad esclusione delle scarpe – per le quali occorre un tipo di lavorazione completamente diversa -, e infine agli oggetti. La nostra ispirazione può avere delle origini geografiche molto diverse, dall’Africa all’Asia passando dal Giappone, ed essere influenzata da periodi molto differenti, dal Settecento all’Art Déco, ma sempre tradotti in chiave contemporanea. Un altro dato fondamentale per noi è andare dalle forme più complicate, barocche a quelle estremamente lineari con una preferenza per queste ultime: è sempre facile aggiungere e molto più difficile snellire arricchendo una forma senza impoverirla. La nostra fortuna è realizzare le nostre creazioni attraverso tre botteghe molto professionali interne al nostro stesso laboratorio: una per il bijou, una per il cuoio, una per il tessile. Sono queste le tre tecniche che riuniamo in quella che è la nostra produzione, un po’ il nostro marchio di fabbrica, un dato abbastanza unico, in quanto a noi piace tantissimo mescolare materiali diversi: dalla pelle, al cuoio, alle conchiglie, alle corde, al metallo, alle pietre, alla tecnica del tessile piuttosto che del bijou.

L’altro aspetto per noi essenziale è la ricerca dei materiali. Abbiamo chilometri di ripiani di piccole scatole con elementi differenti da assemblare fra loro, da quelli in cristallo degli anni Venti a forme moderne in titanio; da vecchie passamanerie del Settecento a dozzine di oggetti diversi in onice, passando da legni pregiati come l’ebano a forme in plexiglas tipiche degli anni Quaranta.
Andiamo in Asia oramai da molto tempo, circa quindici anni. All’inizio i nostri viaggi erano due o tre volte l’anno, adesso è sufficiente spostarsi una sola volta, poiché con internet tutto diventa più semplice e possiamo, ad esempio, far tagliare alcuni nostri materiali addirittura in Cina. Le nostre realizzazioni sono rigorosamente prodotte nei nostri laboratori in Italia, ma il taglio delle pietre non può essere altrimenti eseguito che in Cina, per due ragioni: una evidente, il costo, e l’altra per la rigorosa qualità del lavoro e di come viene svolto in questo Paese diversamente che in altri luoghi dell’Asia.
Ciò ci permette di realizzare creazioni che sono in parte un omaggio alla Milano rinascimentale e alle sue botteghe, con materiali quale il cristallo di rocca ripensato in chiave estremamente moderna e sempre con una o più finalità d’uso, come questo candelabro che può semplicemente trasformarsi in una scatola, tipico oggetto meneghino nel gusto dei Miseroni e dei Saracchi. Abbiamo inoltre riscoperto il galuchat, gran materiale proprio dell’Art Déco che nessuno aveva più utilizzato ad eccezione di Armani quando, circa diciotto anni fa, ha chiesto a noi di rielaborarlo. Ricordo che all’epoca esisteva solo il galuchat degli anni Venti, ossia questa pelle usata con trattamenti molto rigidi, che si applicava incollandola su superfici piane, perché era impossibile lavorarla. Adesso, soprattutto nelle Filippine, fanno del galuchat molto morbido che può essere maneggiato e trattato con molta più facilità.
Sebbene possa apparire un discorso pretenzioso, noi non partiamo mai a caso, c’è sempre, dietro i nostri oggetti, una logica intellettuale, abbiamo sempre ammirato gli arredi in acciaio tipici della Russia del Settecento, famosi per essere stati prodotti a Tula, un paese straordinario per il suo altissimo e raffinatissimo artigianato situato a sud di Mosca. Gli abbiamo reinterpretati utilizzando l’ematite, in quanto non esistono più le maestranze, le competenze capaci di tagliare e lavorare questa nobile lega. Infine, è un grande divertimento per noi riutilizzare tutti i materiali di scarto, niente va quindi sprecato – in questo siamo molto attenti all’ambiente – come la carta sminuzzata per ufficio oppure la limatura dei metalli operata da noi, che spesso ci piace mescolare alla resina per produrre dei coperchi per scatole in oro oppure in argento.

Sappiamo che avete lavorato anche per i couturiers francesi…

Daniele Cornaggia – Abbiamo lavorato per Christian Dior, per Givenchy, per Yves Saint Laurent in particolare, ma il nostro fiore all’occhiello resta Giorgio Armani. La grande retrospettiva della sua maison al Guggenheim Museum di New York, presentata anche a Milano, aveva tutti i gioielli realizzati da noi, in un sodalizio che dura da più di venti anni e che ci ha visto creare oggetti e bijoux esclusivi, dei più incredibili. La nostra è una nicchia molto molto stretta, ancora più lussuosa, ancora più folle, ancora più delirante che funziona magnificamente e che in questi momenti di recessione a una donna più classica non troppo fru-fru, tipica di Armani, piace tantissimo.

Ma se doveste guardare a un nome della moda che è stato veramente importante, che ha portato un nuovo linguaggio, quale indichereste?

Daniele Cornaggia – All’estero vi è stata Madeleine Vionnet, assolutamente straordinaria, mente Elsa Schiaparelli si imponeva per un linguaggio suo totale e innovativo. In Italia senza dubbio l’innovazione portata da Giorgio Armani alla fine degli anni Settanta, con un totale svecchiamento dell’immagine femminile e la destrutturazione dell’abito, è stato un fenomeno assolutamente straordinario.

Qual è il mondo contemporaneo che potrebbe essere avvicinato a Schiapparelli?

Bruno Muheim – La creazione attuale non lo permette. Forse l’architettura parla Balenciaga, per me il più creativo in assoluto. Quest’estate abbiamo visitato lo stesso giorno il museo Guggenheim di Bilbao e il museo dedicato a questo grande sarto a Getaria, a pochi chilometri dalla grande città basca. Balenciaga e Gehry parlano la stessa lingua, d’una chiarezza assoluta, quella delle grandi cattedrali gotiche.

Daniele Cornaggia – Schiapparelli nasce in un momento dove l’abito deve essere borghese, codificato in un certo modo. Esistono dei codici precisi: esistono le corse a Longchamp, massima vetrina dell’eleganza parigina; esistono donne che vestendosi in couture si cambiano d’abito tre volte al giorno. Lei rispetta totalmente questo codice ma al tempo stesso lo distrugge, inserendo il discorso del surrealismo. Schiapparelli rompe una tradizione, rompe un certo modo di essere e di vestire la donna pur mantenendo delle forme. Oggi il mondo è completamente diverso. Schiapparelli riprende idee che stravolgono e cambiano totalmente il modo di pensare l’arte della moda. Dobbiamo a lei il ritorno dell’animalier, in parte ripreso anche da Cartier nei gioielli, del folk, del surrealismo. Il suo famosissimo abito ‘Scheletro’ da cocktail è un abito molto borghese, lungo, in crêpe di lana, ma con tutte queste costole, questo scheletro imbottito, e perciò in rilievo, che crea una vera opera d’arte.
Stiamo difatti recuperando canoni propri del passato senza una vera spinta propulsiva…

Bruno Muheim – Schiapparelli riprende dei temi, dei motivi che sono del Settecento. Ha saputo essere innovatrice con una propria, enorme, cultura di base. All’epoca, e questo è un aspetto estremamente interessante, vi è stata una liaison fortemente proficua fra creatori di moda, musicisti, pittori, scrittori e il resto del mondo dell’arte e della creatività.

Qual è l’oggetto più complesso che avete realizzato e quante ore di lavorazione ha richiesto?

Bruno Muheim – Trecento ore di lavorazione, come un mantello creato e realizzato per il signor Armani, dove la contaminazione fra couture e tecnica ha avuto un ruolo fondamentale. La tecnologia è un aspetto che a noi piace molto. Ciò che ci interessa è viaggiare dal dato più moderno a quello più classico. Sono i nostri due estremi. Quello a cui tendiamo è un linguaggio comune fra aspetti tra loro opposti.

Daniele Cornaggia – Non mancano oggetti che hanno richiesto tre, quattro mesi di lavorazione. C’è sempre alla base una struttura rigorosa con un tocco vagamente surrealista nelle nostre creazioni. Per surrealista intendiamo una storia più o meno segreta dietro l’oggetto creato.