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Fondazione Achille Castiglioni. Una casa delle idee

di Giovanna e Carlo Castiglioni

Lo studio di architettura Castiglioni nasce nel 1936 ad opera di Livio Castiglioni, il più grande dei fratelli, che laureatesi in quell’anno ottiene dal padre, scultore, alcuni dei locali che utilizzava in Corso di Porta Nuova 52 in Milano. L’anno successivo il secondo fratello, Pier Giacomo, entrava anche lui nello studio, mentre solo alla fine della guerra nel 1944 anche Achille inizia a lavorare con i fratelli. Nel 1952 Livio lascia lo studio per continuare una strada parallela come consulente della Phonola prima e della Brionvega poi. Nello stesso tempo realizza progetti audio e di illuminotecnica all’epoca fantasmagorici e tecnologicamente innovativi. Così Achille e Pier Giacomo continuano da soli, nel 1962 spostano lo studio in Piazza Castello al 27. Con la scomparsa di Pier Giacomo (1968), Achille prosegue l’attività professionale da solo fino al 2002.

A.C. e Diabolo (foto H.Findletar)_mod

Achille Castiglioni e “Diabolo” foto H.Findletar

Se tre erano i fratelli Castiglioni (Livio, Achille e Pier Giacomo), tre fratelli Castiglioni (seppur con composizioni di genere diverse, un maschio e due femmine) siamo noi, i figli di Achille. E nessuno di noi architetto, per caso o per scelta, tutti profondamente diversi, per età, storia personale, indole, background professionale.
Alla scomparsa di nostro padre, ci siamo ritrovati davanti l’arduo compito di decidere cosa fare dello studio; una decisione per noi epocale.
Lo studio per noi tre figli, ci vedeva accomunati da una eguale sensazione di timore divertito verso quel luogo dove si concretizzava il lavoro di nostro padre, l’antro magico, inviolabile e in incessante divenire di progetti. Si varcava quel portone e si aveva la netta sensazione di entrare in un mondo dove tutto ciò che riguardava l’esterno, non poteva avere spazio o ascolto; lo studio era il luogo del lavoro inteso in senso puro, dove le idee, i discorsi, le risate ‘progettuali’, l’ironia di uno schizzo risuonavano e rimbalzavano tra le menti e le pareti, bucando la fitta coltre del fumo di sigaretta, accompagnati dal suono della carta delle caramelle scartate o dall’aroma di un cioccolatino. Lo studio era una sorta di seconda casa per i fratelli Castiglioni, questa è la verità. Una seconda casa dove si divertivano moltissimo, una casa che amavano tanto se non di più di quella dove effettivamente vivevano, un luogo dove si sentivano accolti, completi, perfettamente ‘a fuoco’.
La loro personalissima stanza dei giochi.
Quindi immaginatevi, noi, alla scomparsa di nostro padre, con le chiavi dello studio tra le mani.
‘Cosa facciamo?’ La domanda.
Cosa potevamo fare di quel luogo, per il quale dire che avevamo un profondo rispetto era dire un millesimo di ciò che sentivamo?
Cosa dunque poteva maggiormente essere in linea, in armonia, con ciò che lo studio era stato, per i Castiglioni, per noi, per chi l’aveva vissuto, visto, sognato? Quale formula potevamo adottare per trasformare senza stravolgere? E così abbiamo scelto: uno studio museo che scardinasse da un lato lo schema stesso del museo e dall’altro il nostro modo di percepire lo studio Castiglioni. Scrollandoci noi per primi di dosso parte dell’aura sacra che quasi non ci faceva avvicinare allo studio, abbiamo col tempo concepito un modo di accogliere i visitatori che li faccia sentire spettatori attivi dei racconti, che sono la parte più viva e interessante delle nostre viste guidate. Un modo per far realmente interagire i visitatori con gli oggetti, i progetti lo ‘spirito’ che per anni ha animato questo luogo, facendoli sentire coinvolti con tutto ciò che si trovano ad osservare. Lo studio è contaminato in questo modo? Sì, sicuramente. Ma è vivo. E questa per noi è la cosa più importante.
Da questa prima decisione in passaggi successivi nasce la Fondazione in partecipazione Achille Castiglioni: 14 dicembre 2011.
In questi anni abbiamo realizzato numerose mostre, interventi con lo scopo di ampliare le storie degli oggetti dei Castiglioni e di approfondire il loro approccio progettuale. Achille diceva agli studenti:” il designer è colui che lavorando in équipe progetta e realizza oggetti veri per dei bisogni reali. Il designer non deve fare dello stile e tanto meno della moda. Il designer non è un artista estroso. Il metodo di lavoro del designer è molto diverso da quello dell’artista. Il designer produce oggetti in serie per la comunità.” In queste poche righe possiamo trovare gran parte della filosofia progettuale dei Castiglioni dove il rapporto fra progetto e produzione è costante e sempre parte di un processo condiviso con chi materialmente deve poi ralizzare in concreto il progetto.
Achille sottolineava: “è fondamentale che il progettista sia a stretto contatto con l’industria, ne conosca i modi produttivi, collabori strettamente con i tecnici che hanno dell’industria stessa una conoscenza molto maggiore della sua, veda e si renda conto delle modalità di lavoro degli operai. Quindi un designer si deve preparare ad accettare, con un certo senso di umiltà, tutti i consigli e le critiche dei tecnici e capire che nel 70 % dei casi hanno ragione.”
“Quindi il problema del designer non è solo un problema di forma e di creatività, ma un problema etico; si tratta di conoscere, giudicare, scegliere e per ultima cosa creare.”
In altri termini alla base del processo di progettazione deve esserci sempre “la volontà e il desiderio di instaurare uno scambio, anche piccolo, con l’ignoto fruitore che userà ciò che è stato progettato”.