di Fulvio Ferrari
Chi ha conosciuto Toni Cordero e la sua opera, volendo sintetizzarne un ritratto, cita volentieri l’espressione “rinascimentale”. In effetti, nella brevissima postfazione dell’unico volume apparso sui suoi lavori, l’architetto afferma: «Non è il ricongiungimento con la natura l’obiettivo delle arti liberali?». Questo desiderio, questa necessità di conoscere la natura – il tutto –, incluse le opere con cui l’uomo attraversa la sua arte, il suo pensiero, i suoi manufatti ha arricchito il mondo, inquadra una persona che vuole profondamente indagare la vita in ogni suo verso facendone ricca esperienza. Non c’è quindi da stupirsi se operosamente raccoglie mobili, marmi antichi o freschi di segagione, quadri e fotografie, ma anche coltelli (ne possiede uno con centinaia di lame, acquistato dal coltellinaio Lorenzi in via Monte Napoleone) o campionari di sete e feltri, carte laminate e divinità indiane, microscopi teschi in avorio o modelli di lampadine e ancora campioni di legni, di vetri colorati, di lamiere grecate e forate, di cappellini giapponesi, di lance indiane, di smalti. Archivia da rotocalchi articoli di viaggi, recensioni di vario genere, stralci di vissuto, cataloghi, riviste di moda e di tendenza, di architettura e di arte. Per sistemare la carta, compra una gigantesca libreria che scorre a comando su binari, proprio come gli armadi delle moderne farmacie, e trasforma il piano alto del suo studio di piazza Carignano in un luogo di sbigottimento librario.
Nei ritorni da New York Sebastiana riempie le valigie con i libri che il padre ha nel frattempo acquistato su catalogo. Il fattorino della libreria Bloomsbury di Brunetta Carena sale pressoché quotidianamente le scale barocche dello studio per depositarvi gli ultimi arrivi. Se un libro piace molto, Cordero ne compra subito due copie. Ha paura di perderli, che non siano più resi, che periscano nel fuoco. E in effetti quando gli rubano un’auto che verrà ritrovata incendiata scompare una delle due copie di un prezioso catalogo: l’altra l’aveva per fortuna regalata a un amico. Ad agosto, nella solitudine della città vuota, scompiglia e riordina la biblio- teca. A casa tiene volentieri le pubblicazioni d’arte, mentre curiosamente conserva quelle di viaggio in ufficio. Ma non c’è da stupirsi: i viaggi costituiscono per lui materiale vivo da cui trarre ispirazione e nuovi sentimenti, gli antidoti alla «paralisi della facoltà poetica, allo spaesamento di fronte alla banalità», dice. Autentico e originale professionista, esplora con passione e con una certa avidità ogni cosa che sta attorno a lui. Interroga i filosofi e i loro libri, assolda gli artisti (notissimi o sconosciuti) per i suoi progetti. Impasta scultura e architettura, è affascinato dagli archivi, ama gli artigiani, litiga con i clienti, impaziente del loro smarrimento di fronte a tavole di progetto per le loro dimore eseguite con chine sottili su fogli millimetrati: mostrano interni con orizzonti mentali difficili da afferrare per l’ingenuo committente.
È talmente impegnato che il tempo da laurearsi lo troverà solo nel 1982, a quarantacinque anni, e forse lo fa soprattutto per rendere una cortesia a Mario Roggero, amico e preside della facoltà di Architettura, che lo tiene in gran considerazione. Dice: «Vorrei non essere uno scriba architetto e nemmeno architetto». Sa di essere per indole, per istinto, per un sentire che «la bellezza contenuta nelle forme seduttive della visione può avere un grano di vitalità». Nonostante lavori per l’alta borghesia e per il mondanissimo mondo della moda (sono di suo disegno i negozi europei di Kenzo, alcuni franchising Armani, Blumarine, i Top Ten torinesi, il “CP Company di Manhattan”), Cordero non “frequenta”, rifugge la mondanità e passa le sue serate in biblioteca, spesso interrogando riviste più o meno vecchie di architettura, Domus e Casabella innanzitutto, in una minuziosa indagine dei loro eleganti contenuti. Ed è proprio con questa attività che ritrova una figura dimenticata e raggiunge l’olimpo del collezionismo: l’acquisizione dei mobili di Mollino. È lui infatti l’autentico riscopritore del lavoro dell’architetto torinese che fino a quei primi anni ottanta sconta un incredibile oblio. Ma con uno scatto che lo porta un interesse antitetico rispetto all’organicismo di Mollino, Cordero diventa nel medesimo periodo anche il maggior collezionista su piazza dei mobili più emblematicamente razionalisti mai apparsi, quelli disegnati da Pagano Pogatschnig e Levi Montalcini per il palazzo Gualino di corso Vittorio. Con determinazione raccoglie ogni informazione sulla loro storia e riesce a completare una collezione dei diversi tipi di Buxus, una carta di pura cellulosa impregnata di colla alla caseina con cui, nel 1928, erano stati sorprendentemente rivestiti quei mobili preparati per l’illuminato industriale Riccardo Gualino.
La sua nascita nel segno dell’Ariete forse determina la costante necessità del nostro architetto di raggiungere nuovi traguardi e il suo coraggio. Certo molto ne dimostra quando nel 1982, in occasione del restauro e della ristrutturazione dell’imponente palaz- zo di Guido Donegani realizzato a Milano da Gio Ponti nel 1936, acquista oltre cento sedie, scrivanie, credenze destinate per la carta, lampade, tutto realizzato in splendente alluminio: Donegani era il ricchissimo re dell’alluminio italiano e la qualità dei mobili eseguiti per i suoi uffici milanesi rimane a tutt’oggi insuperata. Inutile dire che le migliori gallerie europee e americane si disputeranno in seguito quei mobili che senza la lucida intuizione di Cordero sarebbero finiti dai rigattieri o direttamente al recupero metalli. Leggendaria più di ogni altra è la storia dei mobili di “his Highness maharaja Yashwant Rao Holkar Bahadur” ultimo regnante di Indore, nel Raj inglese. Per inciso, il padre di Yashwant è un signore la cui collezione di gioielli negli anni tren- ta del Novecento era simpaticamente stimata quaranta milioni di dollari. Il maharaja, a seguito degli studi compiuti a Parigi all’inizio del Novecento, commissiona a Eckart Muthesius la costruzione e l’arredo del suo palazzo. L’architetto tedesco chiama a raccolta eccezionali professionisti d’avanguardia, tra cui Eileen Gray, Émile-Jacques, Ruhlmann, Le Corbusier, Louis Sognot, che creano mobili e lampade moderniste in cromo, rame, acciaio, vetro e legni pregiati per il sontuoso interno. La camera ospita un letto con testata eseguita in una sola lastra di spesso vetro verde curvato e le rosse poltrone per la lettura inglobano direttamente nei poggiatesta laterali luci incassate in riflettori di argentone. Naturalmente è facile indovinare come Toni Cordero, con un paio di associati, diventi il felice proprietario di tutto l’arredo e si prenda cura di far perfettamente restaurare ogni cosa dall’amico gallerista Massimo Martino .
Perennemente alla ricerca di qualcos’altro finirà con il vendere domenica 25 maggio 1980 chez Sotheby’s, allo Sporting d’Hiver di Montecarlo, tutta la collezione del Manik Bagh Palace di Indore. La vendita – e il prezzo di aggiudicazione dei lotti – sono leggendari e daranno saldo destino economico all’incipiente mercato del “modernismo”. Da un alto scranno il direttore di Sotheby’s Steven Cristae e gli assistenti in smoking come direttori d’orchestra si aggiudicano, a cifre spropositate, i pur bellissimi mobili. Tra i compratori un’impeccabile signora giapponese con viso perfetto, come di porcellana, e un distinto signore che sdraiato sul pavimento di moquette batte i lotti con un impercettibile movimento della sua stilografica. Come facesse Cristea a vedere le sue battute rimane per me ancora oggi un mistero. Sempre interessato a tutto, «dallo spillo al cannone» come ricorda la sua devotissima segretaria Antonia Pintus, Cordero evita ogni misura. O perlomeno tenta, facendo disperare la sua amministratrice, Alba, che regala sorrisi assai stirati ai venditori di vario genere che si affacciano allo studio di Toni per irresistibili offerte. Alba tenta ogni dissuasione per il suo capo “collezionista”, inclusa quella che non ci sono soldi in studio e non si può più acquistare nulla. Ma l’attività di Cesi Cordero (Top Ten) consente qualche apertura per un irrinunciabile acquisto Toni ottiene in un caso – oltre all’assenso della moglie benefattrice – il consenso del venditore per un pagamento a rate mensili che si protrarrà per due anni. Nel 1982, in occasione della Mostra dell’Antiquariato a palazzo Nervi in Torino, un gallerista presenta un eccezionale complesso di mobili Thonet completi dei loro rivestimenti originali in velluto a disegno e proveniente da una casa dei Marzotto di Valdagno.
È bizzarramente esposto totalmente impacchettato, con piccole rotture della carta che permettono di indovinare il lussuoso contenuto degli involucri. Chi sarà irresistibilmente tentato dal divenire proprietario dei pacchetti senza nemmeno chiedere che gli vengano aperti? Il quesito non è troppo difficile. Sempre poco affezionato all’idea del possesso, Cordero sente gli oggetti come privi di valore al di fuori del contingente. Li esplora e “disintegra” il loro contenuto per poterlo integrare nei suoi processi creativi. «Sostiene lecito cambiare idea e ultimamente confida alla moglie Cesi di non desiderare più nulla, tanto le cose si possono vedere con tutta calma nei musei. I musei sono frequentati con gran circospezione e sempre con accompagnamento delle armi delle sue Pilot micromina che compra a dosi massicce da Pearl Print Fine Art Suppliers di Tribeca, con immense quantità di carte e quaderni che gli servono a schizzare, come faceva Gio Ponti, oggetti antichi o particolari o una visione “prima che l’idea marcisca”, come disse Mollino. Passati al filtro della sua visione gli spunti diventano, per esempio, sottili menhir ornamentali per il letto di un facoltoso cliente o un inedito e vivacemente colorato soffitto a cassettoni per un lussuoso – ma noioso – condominio a Sestriere. Le sue mobilissime collezioni sono sempre oggetto di un perpetuo e sincrono allestimento e disarmo. Attraverso la conoscenza del gallerista Mario Tazzoli inizia a collezionare opere d’arte. Gli piace in particolare acquistare cornici antiche da cui i dipinti escono esaltati e spesso escono anche dalla sua collezione per tornare a quella di Tazzoli o passare a quelle dei suoi clienti.
L’antiquario Mino Fiorio (ma di antiquari in rapporti con Cordero se ne potrebbero elencare a decine) è testimone del gusto del fiuto innato di questo architetto che si fermava volentieri a parlare in bottega e sapeva scegliere oggetti che magari non conosceva troppo bene ma che sapeva percepire come importanti. «Un giorno acquistò la più bella maiolica cinquecentesca di Urbino che sia mai transitata nella nostra bottega. Abbiamo cercato, invano, di poter riacquistare quel magnifico “catino” policromo.» Con l’alta epoca (Cesi ricorda le vetrine lunghissime che finivano in case con soffitti decorati) gioca volentieri: acquista uno stipo monetiere con prospetto architettonico e fronte dei cassetti rivestiti in pietre dure. Se ne separa a una cifra vertiginosa («reinvestiva i soldi in una girandola di acquisizioni» dice ancora Cesi) per collocarlo in uno spiazzante arredamento tra passamanerie e fiocchi sempre più grandi, commissionati all’Antica Fabbrica Passamanerie Massia di via Barbaroux a Torino di cui conserva un campionario di nappe e riccioli di gusto barocco. Attenzione però a risolvere con la semplice equazione “architetto ergo collezionista di campionari” il rapporto tra Toni e i suoi campionari: nella mostra “Dioce” tra le opere di Sartoris, Capogrossi, Accardi, compaiono due sue opere: Via Crucis del 1990 e il Campionario di vetri colorati antichi DESAG, 1986, riprodotto in catalogo con la nota: «Esibivo la grammatica, la sintassi. Presento un vocabolario». Campionario quindi come opera e come vocabolario. Come opera, quando un campionario di marmi diventa la mensa del tavolo Diego o un campionario di paste di vetro, residui dei crogioli muranesi, diventa il pavimento di un negozio in place des Vosges a Parigi. Campionario come vocabolario quando l’opera dell’architetto è costruita con frammenti, esattamente come con i vocaboli sono costruiti una frase e il senso del discorso. Interni composti con frammenti concreti di calchi in gesso o legni tranciati o brani di metallo, ma soprattutto frammenti teorici, poetici, con cui comporre la propria opera, ben calata in un’epoca che non prevede più certezze assolute, continuità e coerenza, virtù ben “frantumate” e teorizzate dal“pensiero debole” di Vattimo, ma prevede agilità, multidisciplinarietà, disincanto di fronte a una realtà esplosa dalle infinite possibilità che la ricchezza e la superinformazione dei tempi moderni rende realizzabili. Come emergere, come districarsi oggi tra i lavori di molte migliaia di architetti quando pochi decenni orsono questi professionisti erano una piccola e compatta élite?
Ecco quindi Cordero interessatissimo al pensiero dei filosofi. A Vattimo arriva addirittura a sistemare l’abitazione privata, ma Fulvio Carmagnola e soprattutto Hans-Georg Gadamer informano il suo percorso. Da Gadamer sa trarre un atteggiamento erme- neutico di interpreta zione dei segni e degli oggetti che gli permettono di realizzare collezioni atipiche: simbologie orientali, labirinti cinquecenteschi, draghi e stelle appaiono annegati e celebrati nelle collezioni di oggetti in smalto dei Del Campo (magistrali gli augurali “pianeti da tasca”). Vassoi come frammenti di forme, come residui di forme spezzate, costituiscono la collezione del catalogo di vendita di Sawaya e Moroni, ancora realizzato dai Del Campo. E una collezione di lampade con eterogenei pendagli in vetro su incerte strutture metalliche che verrà prodotta da Artemide. La collezione di campioni di pendagli in vetro cattedrale molato e di gocce di cristallo la conserva in tre mobili antichi con cassetti minuziosamente divisi in scomparti e rivestiti in panno. Poco più in là una raccolta di ingranaggi cromati dismessi diverranno il decoro del bar di- segnato per l’aeroporto della città di Torino.
Dalle “stalle” dei rottami metallici da cui sa recuperare quegli ingranaggi meccanici alle stelle: possiede un piccolo carapace di tartaruga intarsiato d’oro e un modello in avorio del Taj Mahal, uno dei rari oggetti per cui prova autentica affezione. Ma ancora, dalle stelle alle stalle, compaiono nei suoi irreali magazzini poltrone sfondante e parti di divani, letti in disuso e consolle in midollino: sono il campionario per i suoi tappezzieri (a lungo utilizza Paoletti) a cui fornisce rigide indicazioni per tessuti di eccelsa qualità e formidabili colori per cui ha un istintivo amore. Da uno scaffale spunta un campionario di lane Folco di milleduecento diverse colorazioni. Come vede Toni Cordero questa sua sconfinata capacità-necessità di scorribanda espressiva? Così: «Dai frammenti del progetto può nascere un segno che un altro, con un gesto, riaccende di senso, in una ierofania domestica che non mi riguarda più». Non solo quindi un lavoro per frammenti ma anche la lucida visione che del proprio lavoro non restano che frammenti, seppur con remota aura di sacro. Quando realizza lo Stadio delle Alpi un amico gli fa la previsione augurale che duri almeno mille anni. Lui, disincantato, replica che forse ne durerà trenta. Ahimè, pecca di ottimismo: ne du- ra solo diciannove ed effettivamente un frammento ne rimane nelle viscere del recente rifacimento. Ma “frammento” non significa piccolo impegno per il progetto. Prima della progettazione dello stadio, lui che viaggia per vedere e “carpire” l’opera di Scarpa, Aalto, del Le Corbusier di Chandigarh, ma anche Jaretti e Luzi a Torino, impone un vorticoso stage cognitivo alla sua collaboratrice di studio Joanne Paul attraverso una vera e propria collezione di viaggi. L’architetta Paul è incaricata di raccogliere “dal vero” il senso del progetto dei migliori stadi del mondo. Da Monaco di Baviera transita a Barcellona, Madrid, Parigi e in successivi dieci giorni visita gli impianti di New York, Miami, New Orleans, Dallas, Los Angeles, San Diego, Città del Messico, Tokyo e Seoul. Con questo episodio credo sufficientemente chiarito l’uomo Toni Cordero, un uomo di fascino autentico, un professionista senza convenzionalità: «Ecco, se dovessi dire di quali trame è fatta l’architettura, comincerei con il tentare di immaginare momenti di felicità che non richiedono apologia». So per certo che uno dei suoi clienti ha avuto “momenti di felicità” dai suoi progetti e non ha saputo resistere al celebrare l’apologia dell’amico.
Torino, 26 settembre 2013
Tratto da: I quaderni del collezionismo n. 5, Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli, Johan&Levi Editore, Milano, 2013, pp. 71-79.