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Pinacoteca Nazionale di Bologna. Una casa da vivere e abitare

Intervista a Maria Luisa Pacelli
Direttrice Pinacoteca Nazionale di Bologna

La Pinacoteca Nazionale di Bologna nasce nel 1808 come una quadreria che raccoglie, conserva e trasmette la grande tradizione artistica bolognese. Qual è stata la sua evoluzione dalla fondazione ad oggi?

La Pinacoteca nasce in seno all’Accademia di Belle Arti. Il suo nucleo collezionistico originario costituiva la quadreria della Scuola di pittura e aveva quindi scopi didattici e formativi. Con il passare del tempo crescono le acquisizioni e la collezione, e con queste la convinzione che si debba puntare alla costituzione di una raccolta dedicata alla grande tradizione artistica bolognese. Nel 1882 la Pinacoteca si distacca dall’Accademia di Belle Arti per diventare un museo a tutti gli effetti, aperto alla fruizione pubblica.
La storia moderna di questa istituzione inizia invece nel secondo dopoguerra, quando Cesare Gnudi diventa soprintendente di zona ed acquisisce la competenza sul museo. Nei molti anni della sua direzione Gnudi mette in campo una visione del museo che fa scuola per la sua straordinaria capacità di tenere assieme istanze scientifiche, tecniche e politiche. Il rinnovamento completo del museo, realizzato lavorando fianco a fianco con l’architetto Leone Pancaldi, si alimenta degli studi sulla tradizione artistica bolognese portati avanti con un gruppo di studiosi d’eccezione, come Francesco Arcangeli e Gian Carlo Cavalli, cui fanno da contrappunto le memorabili Biennali di Arte Antica. Erede di questa tradizione, oltre che partecipe del progetto che vede nascere la nuova Pinacoteca, è Andrea Emiliani a cui Gnudi passerà il testimone e che dirigerà l’istituto per molti anni, integrando il lavoro per il museo con quello sul territorio.
In anni più recenti il museo era entrato poco a poco in un cono d’ombra, rimasto inspiegabilmente indietro considerata la rilevanza della sua storia e del suo patrimonio, rispetto al riconoscimento di istituto di interesse nazionale avvenuto solo nel 2020, e alla conseguente autonomia. Questa ha coinciso con il mio insediamento e da allora, tra mille difficoltà causate da una carenza di personale grave e da una struttura con molti problemi a livello di funzionamento, abbiamo ripreso un programma di proposte mirato al rilancio e al riposizionamento di questa istituzione, in prima battuta a Bologna, con l’idea che questo museo debba tornare ad essere protagonista della vita culturale cittadina. I bolognesi, coloro che vivono in questa città, devono percepire la Pinacoteca come un luogo che gli appartiene, non solo perché è un’istituzione pubblica, ma anche perché conserva una collezione strettamente legata al territorio, che ne racconta la storia attraverso documenti artistici di altissima qualità dal XIV al XIX secolo.

La recente mostra “Giulio II e Raffaello. Una nuova storia del Rinascimento a Bologna” è stata l’occasione per riallestire le sale dedicate a questa stagione artistica particolarmente vivace per la città. Quanto sono importanti le mostre temporanee per promuovere la conoscenza del museo? 

Le mostre sono importanti perché da una parte permettono di rendere pubblica la ricerca condotta intorno a tematiche significative per il patrimonio del museo e i valori che incarna, dall’altra perché consentono di attrarre l’attenzione di un pubblico abituato ad essere stimolato da un’infinità di proposte. Naturalmente tutto dipende da come e perché si fa una mostra in un certo momento e presso una certa istituzione. Le ragioni e gli obiettivi di un programma espositivo sono molto diversi a seconda dei contesti e delle situazioni. Dopo il terremoto in Emilia del 2012, quando ero direttrice a Ferrara, vi era, ad esempio, la necessità di valorizzare il patrimonio sottratto alla fruizione pubblica con le sedi museali inagibili, ma anche di contribuire al rilancio del territorio ferito dal sisma. In quel contesto abbiamo prodotto monografiche destinate a sedi europee ed extra europee che facessero conoscere i “nostri” artisti, ad esempio Michelangelo Antonioni e Giovanni Boldini, mentre per Palazzo dei Diamanti lavoravamo su alcuni episodi salienti della storia culturale cittadina, con mostre come De Chirico a Ferrara, e Orlando Furioso 500 anni.
Nel caso della Pinacoteca di Bologna, la necessità primaria era invece restituire al museo un ruolo attivo da protagonista della vita culturale, e allo stesso tempo, dare inizio a un processo di verifica e ripensamento dei percorsi espositivi permanenti. Per avviare questo programma abbiamo scelto di progettare esposizioni temporanee incentrate su tematiche inerenti il patrimonio del museo, e di collocarle all’interno del percorso espositivo, anziché in sale distaccate, che ci permette, in preparazione delle mostre, di ripensare anche ai percorsi delle aree tematiche interessate: ad oggi il blocco dedicato al Rinascimento bolognese, con l’esposizione incentrata sul Ritratto di Giulio II di Raffaello, inaugurata lo scorso novembre; e nel prossimo autunno, la galleria e le sale dedicate al Barocco, quando presenteremo la mostra sul Guercino.

Trenta sale per raccontare la pittura bolognese dal Trecento al Settecento. Esiste un fil rouge che unisce questi quattro secoli di straordinaria pittura?

Certamente esistono aspetti che sono comuni a molti di questi artisti. È ovvio però che non possiamo estremizzare il discorso poiché, per quanto la tradizione bolognese sia molto forte altrettanto lo sono le personalità dei singoli. In ogni caso, una delle caratteristiche della Pinacoteca, che sta emergendo anche da quanto ci stiamo raccontando, è la grande coerenza della sua collezione: qui vediamo chiaramente lo sviluppo dell’arte bolognese dal Trecento al Settecento, interpretata dai suoi massimi autori. Per quanto riguarda l’elemento che unifica artisti come Vitale da Bologna e Annibale Carracci, questo è certamente l’attenzione al vero, al dato reale, che in Vitale si manifesta con un accentuato espressionismo, che ci ricorda come la storia bolognese affondi le proprie radici nella terra, nel modo agrario e rurale, mentre in Annibale nello studio diretto della natura, accompagnato, nel suo caso, da quello dei modelli antichi, filtrati dal Rinascimento. Questa tendenza si può riscontrare anche in artisti che lavorano a Bologna come il ferrarese Francesco del Cossa, che in un’opera come la Pala dei Mercanti mostra un registro diverso, più concreto e terreno di quello messo in campo, ad esempio, nel raffinato programma figurativo di Palazzo Schifanoia a Ferrara. 

Quanto è stato importante l’apporto dato dai Carracci, Guido Reni e Guercino, ampiamente rappresentati in Pinacoteca, non soltanto nell’evoluzione della pittura italiana, ma anche per la stessa identità del museo?

Le opere di questi pittori costituiscono il fulcro del museo, la ragione primaria per cui, ad esempio, sono molti gli studiosi che vengono in visita alla Pinacoteca di Bologna: solo qui c’è una rappresentanza così ampia e alta di questi maestri. Sono artisti, ad eccezione di Ludovico Carracci, che vivono e lavorano a Roma per molti anni, diffondendo il loro verbo. Essi elaborarono un linguaggio che, tornando allo studio diretto della natura e alla ripresa dell’antico attraverso i modelli rinascimentali, porta ad un superamento del Manierismo e all’avvento del Barocco. Centrale a questo rinnovamento è il recupero della realtà e l’imitazione del vero, che trova la sua pratica quotidiana di sviluppo nel disegno, evidente nell’arte dei Carracci come nel classicismo idealizzato della realtà di Guido Reni. Guercino, è invece l’artista che fa sintesi di queste tendenze, che torna ad essere, anche rispetto a Guido, estremamente espressivo e capace di mettere in gioco una tavolozza ricchissima, pur nelle prime prove, come la meravigliosa pala della Vestizione di San Guglielmo che ospitiamo in questo museo.
Altrettanto unica e importante, anche se meno nota, è la sezione dedicata al Medioevo, capace di raccontare un periodo storico in cui la città, com’è noto, era un centro di grandissima rilevanza culturale e non solo. Ai fondi oro degli straordinari maestri che operarono nei grandi cantieri decorativi delle chiese bolognesi, si sommano in questa sezione anche affreschi strappati nel dopoguerra da alcuni di quei cantieri, come il convento di San Francesco o la chiesetta di Mezzaratta. Prelevati dai siti di provenienza per ragioni di tutela, oggi costituiscono anch’essi una delle peculiarità della Pinacoteca di Bologna. 

Quali sono i valori e gli obiettivi che identificano la sua direzione?

Un obiettivo importante è sicuramente restituire a questo museo la posizione e il ruolo che gli spetta, innanzitutto riallacciando un legame forte con la città attraverso la promozione dello studio e della conoscenza del suo patrimonio e della sua storia. La prima mostra che ho programmato esplorava, non a caso, il tema delle origini della Pinacoteca e del ruolo che vi giocò Antonio Canova, con il recupero delle opere italiane dalla Francia dopo la caduta di Napoleone. A Bologna, il ritorno delle opere, più tardi confluite in questa collezione, fu celebrato con un’esposizione che ebbe luogo nella chiesa dello Spirito Santo. Si trattò della prima mostra pubblica cittadina, che in qualche modo sanciva un patto tra i bolognesi e il loro patrimonio artistico, un patto che la nostra mostra del 2021 ha voluto rievocare.
Al fine di rendere questo spazio attraente ed accogliente, ritengo inoltre importante portare avanti, unitamente alle mostre, un calendario di iniziative ricco e differenziato che possa rivolgersi a diverse tipologie di pubblico. Abbiamo proposto attività per le scuole, le famiglie e gli adulti, come laboratori, visite guidate, conferenze, lezioni di storia dell’arte, gruppi di lettura, cicli di conferenze, spettacoli dal vivo, che hanno avuto una risposta superiore alle aspettative.
L’altro elemento che abbiamo messo in campo è quello delle alleanze e delle collaborazioni con chi opera in città: con il Dipartimento delle Arti dell’Università abbiamo intrapreso e realizzato diverse iniziative, non ultimo la mostra Giulio II e Raffaello. Una nuova stagione del Rinascimento a Bologna, ma anche un progetto che ci vede ospitare settimanalmente, per tutto l’anno accademico, lezioni curriculari di storia dell’arte, aperte anche al pubblico su prenotazione; mentre con l’Accademia di Belle Arti portiamo avanti un programma educativo che investe lo staff del museo, la loro Scuola di Restauro e il loro Dipartimento di comunicazione e didattica dell’arte: per gli studenti rappresenta un momento importante di formazione, per il museo l’occasione di mettere a frutto prassi e pratiche sperimentali su cui fanno ricerca i docenti e gli studenti dell’Accademia; infine, con il Comune, in occasione della mostra sul Rinascimento, abbiamo promosso tavoli con il proposito di mettere a sistema le istituzioni che conservano un patrimonio afferente al periodo, e al contempo abbiamo realizzato una comunicazione comune coordinata dall’ente di promozione turistica dell’amministrazione comunale.
Un altro aspetto vitale per un museo è quello di essere in rete ed in contatto con altre istituzioni in Italia e all’estero, per lo sviluppo di progetti comuni e la condivisione delle conoscenze tecniche e scientifiche. In questo ambito, abbiamo avviato una serie di collaborazioni, scambi di opere e progetti: lo scorso anno la Pinacoteca ha ospitato la Sibilla Cumana di Domenichino della Galleria Borghese di Roma, un’opera attorno alla quale abbiamo sviluppato un programma di approfondimento dedicato agli importanti interessi musicali dell’artista; un altro ospite di rilievo è stato il Ritratto di Giulio II di Raffaello della National Gallery di Londra, ottenuto in cambio della nostra straordinaria Estasi di Santa Cecilia, sempre del maestro Urbinate; mentre è tutt’ora in corso il prestito della Strage degli innocenti di Guido Reni al Museo del Prado di Madrid.
Benché impegnativo come programma, tutto ciò rappresenta la parte “facile” del progetto di riqualificazione e rilancio della Pinacoteca. Le vere difficoltà hanno a che fare con un organico largamente insufficiente in una serie di uffici strategici, e con le carenze strutturali e dei servizi delle sedi di pertinenza bisognose di moltissimi interventi. Si tratta di attuare in sostanza lavori importanti su entrambe le sedi del museo – la Pinacoteca e Palazzo Pepoli in Campogrande – per i quali abbiamo ottenuto i fondi del PNRR.

Le lezioni in Pinacoteca, come accennava, nascono dalla collaborazione con il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna. Quanto è importante portare la didattica dentro il museo per renderlo uno spazio attivo nella crescita culturale della città?

Siamo un museo pubblico a servizio della cittadinanza, da frequentare non solo in occasione di eventi speciali, ma auspicabilmente con continuità. Iniziative di questo tipo sono pertanto importanti perché creano vere opportunità di conoscenza sulla base di un progetto di lungo respiro. Non è un caso che abbiamo avuto riscontri molto positivi in relazione a questa esperienza, anche da persone che vivono nel quartiere e che sono state felici di “tornare sui banchi di scuola”. Per quanto riguarda gli studenti, il progetto ci ha permesso di mettere a sistema e rafforzare una prassi che già esisteva, perché è consuetudine dei docenti bolognesi portare le proprie classi al museo, ma anche alimentare negli studenti la percezione della Pinacoteca come un’estensione della scuola, una casa da vivere e abitare. Il proposito è anche creare delle opportunità straordinarie, molto significativa, ad esempio, è stata la possibilità di visionare una selezione di disegni antichi, normalmente non accessibili per ragioni conservative, durante una lezione di Storia del disegno. Un altro aspetto interessante di questa iniziativa è quello di creare l’occasione per mettere in dialogo gli studenti, quindi dei giovani, con persone di differente estrazione ed età, che anche per questo hanno aderito con entusiasmo alla proposta. 

Con la scuola di Roberto Longhi nasce a Bologna la moderna storia dell’arte italiana come metodologia. Cosa conserva la città di questa lezione cruciale?

Il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, che è appunto storicamente molto importante, prosegue questa tradizione di studi accademici con docenti e studiosi di primissimo piano, alcuni dei quali sono allievi di allievi di Longhi. Una tradizione che, per la storia moderna dell’istituzione, quella iniziata con Cesare Gnudi nel dopoguerra, che ha visto rinascere il museo anche grazie al contributo dato dalle ricerche condotte dall’Università sulla storia dell’arte bolognese, è fortemente connessa allo studio del patrimonio che si conserva in Pinacoteca.

Con la mente e con il cuore quali sono le opere conservate in Pinacoteca che più la coinvolgono?

Certamente LEstasi di Santa Cecilia di Raffaello, non solo perché è un grande capolavoro di un genio assoluto, ma anche perché il dipinto è stata la chiave per entrare in contatto e quindi comprendere alcuni dei valori fondamentali di questo museo, ad esempio, il grande Seicento bolognese. L’arrivo del dipinto a Bologna nel 1518 ha infatti cambiato la storia dell’arte di questa città – fatto che attraversando il museo risulta evidente.
Un’opera che amo moltissimo è anche la Santa Margherita di Parmigianino, realizzata a Bologna, dove l’artista si era stabilito nel 1527 per fuggire la devastazione portata nella capitale dal Sacco di Roma. Amo questo dipinto innanzitutto perché Parmigianino è uno dei miei artisti preferiti, ma a parte ciò, perché anch’esso è stato importantissimo per il successivo sviluppo dell’arte bolognese, come dimostrano le tante citazioni della santa in opere presenti nel museo.
Tra i miei dipinti più cari anche il ritratto alla madre di Guido Reni, conosciuto come Ritratto di gentildonna, che trovo straordinario soprattutto perché Reni, pur classicista, qui riesce ad essere così vero, così reale, e allo stesso tempo così bello, da sfuggire, come solo i geni possono, a qualsiasi tipo di classicicazione; mentre, in ambito medievale, mi restituisce un’emozione grandissima il ciclo di affreschi provenienti dalla chiesa di Mezzaratta, forse, anche per le straordinarie parole scritte da Arcangeli. Gli affreschi furono staccati a partire dagli anni Cinquanta e ricomposti in un’ala della Pinacoteca, una pratica, quella dello strappo, che negli anni è stata messa fortemente in discussione. In questo caso racconta aspetti importanti della storia di questo museo concepito nel dopoguerra, quando, dopo le devastazioni dei bombardamenti, la protezione del patrimonio artistico era la preoccupazione prioritaria. 

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