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MUSEO GINORI Hic Rhodus hic salta

PUBBLICO & PRIVATO/Tomaso Montanari

In questo Paese che annega nella retorica per cui lo Stato è il male e il Privato è il bene, cosa succederebbe se un grande museo privato andasse sul mercato? E se lo facesse costando una cifra possibile: diciamo tre milioni e mezzo di euro? Cosa sucederebbe, allora? Che qualche privato, un gruppo di privati, una cordata di privati, si farebbero sotto? O che – con effetto tragicomico – si capovolgerebbe la retorica corrente, e si invocherebbe un soccorso pubblico per un privato in difficoltà?
Hic Rhodus, hic salta: quel museo esiste, ed è in vendita per quella cifra.
Quel museo è davvero straordinario: è il Museo Ginori, al sesto miglio a nord di Firenze. È chiuso da due anni, a causa del fallimento (per cui ora fioccano rinvii a giudizio per bancarotta fraudolenta) della Richard Ginori 1735 spa, che ne era proprietaria. Il fallimento è avvenuto nel 2012, e già nel 2013 la Ginori è stata acquistata dalla Kering, la multinazionale francese fondata da François Pinault (padrone, tra l’altro, di Christie’s) che controlla anche Gucci e Pomellato, oltre a molti altri marchi del lusso. Ma Kering non compra il museo. Perchè? Perché non riuscendo ad acquisire i capannoni della Ginori (su cui ha messo gli occhi una cordata di palazzinari fiorentini, che spera in una mega-speculazione edilizia), il gruppo non è sicuro che la produzione Ginori rimarrà legata a quel territorio, mentre il museo – Deo gratias – è sottoposto ad un vincolo pertinenziale, che non solo proibisce che sia venduto a pezzi, ma impone che rimanga dov’è.
Intanto, il museo soffre, langue e ora rischia di morire. La chiusura non vuol dire solo mancanza di visitatori: vuol dire anche mancanza di manutenzione. Le infiltrazioni di pioggia sformano le vetrine di legno, minacciando le opere. Le cere si coprono di muffe pericolose, l’umidità gonfia le loro anime di gesso. I libri antichi si gonfiano e si sformano. È una lenta, ma certissima, morte annunciata, quella che attende il Museo Ginori. E sarebbe una tragedia culturale.
Il Museo Ginori, infatti, è uno dei più antichi musei industriali del mondo. Quando nacque, nel 1754, consisteva nella Galleria della Villa di Doccia (una frazione di Sesto Fiorentino) in cui il marchese Carlo Ginori aveva deciso di esporre i migliori prodotti della sua miracolosa fornace, che era in breve tempo diventata uno degli epicentri europei dell’arte della porcellana. Le capacità chimiche di Carlo Ginori, quelle imprenditoriali del figlio Lorenzo e la possibilità di attingere allo sconfinato repertorio artistico e decorativo fiorentino resero quella della Ginori una storia di successo: quando, nel 1893, essa fu acquistata dalla milanese Richard, la produzione annua ascendeva alla quota strepitosa di otto milioni di pezzi. Il museo (che di pezzi ne ha invece ottomila, e dal 1965 è ospitato in edificio costruito ad hoc da Pier Niccolò Berardi, architetto del Gruppo Toscano di Giovanni Michelucci) racconta passo a passo questa vicenda.
Il fondatore della manifattura, Carlo Ginori, seppe infatti mettere insieme un patrimonio unico: egli intercettò un enorme numero di modelli, cere e gessi che venivano dalle botteghe della più prestigiosa linea genetica della scultura italiana, quella di Giambologna, Tacca, Soldani Benzi, Foggini e molti altri. Accanto a questo unico repertorio di forme e figure, la collezione accolse tutte quelle che vennero, nei secoli, create apposta per la produzione seriale delle porcellane: fino a comprendere circa 1200 modelli in gesso, circa 8000 opere in ceramica, terracotta, cera e piombo, oltre alle circa 7000 lastre per la decalcomania e la cromolitografia.
Un grande museo di scultura che sfocia in un grande museo di impresa, che accoglie opere nate fino agli novanta del Novecento (straordinario, tra gli altri, il nucleo di Giò Ponti). Mille sono i fili del Museo Ginori: da quello che permette di narrare la fortuna delle statue antiche più celebri, a quello che salta tra le più sbrigliate follie di un tardobarocco fiorentino ancora in gran parte da scoprire; da quello che mette a confronto le stesse forme in materiali diversi (marmo, bronzo, creta, gesso, cera, porcellana…), a quello che accosta forme pure e forme d’uso: piatti, tazze, zuppiere.
E ora, che fare? Aspettare che tutto ciò si distrugga, divorato dall’acqua? O, invece, provare a salvarlo, raccogliendo l’appello dell’encomiabile associazione degli Amici di Doccia? Perché, allora, non immaginare una fondazione di partecipazione che metta insieme Comune di Sesto, Regione Toscana, Ministero per i Beni Culturali, la Kering, un’associazione dei dipendenti della Ginori e una cordata di antiquari? Una Fondazione di questo tipo saprebbe rappresentare tutti gli attori di questa storia, e potrebbe sostenere una rinascita che veda le stanze de museo abitate da una giovane comunità di storici dell’arte. È l’occasione per dimostrare che si può fare: la cifra richiesta non è impossibile da trovare. Mentre è impossibile perdere la storia e il patrimonio che sono in gioco. Hic Rhodus, hic salta.