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Museo Bagatti Valsecchi. Rinascimento eclettico

Intervista a Antonio D’Amico
Conservatore del Museo Bagatti Valsecchi

Chi sono i fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, e come nasce l’idea della collezione e della casa museo?

Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi nascono a inizio Ottocento e appartengono all’alta borghesia lombarda. Vivono in un bellissimo palazzo nel cuore di Milano, tra via Gesù e via Santo Spirito; sono avvocati per formazione, ma con una grande passione per l’arte, principalmente per l’architettura rinascimentale. Assecondando questa loro passione decidono di dedicarsi alla ristrutturazione della dimora di famiglia, perseguendo il loro ideale artistico, quindi secondo un gusto e uno stile neorinascimentale, in gran voga in quel momento in Europa e quindi a Milano, verso il quale sono orientate molte famiglie della borghesia industriale e dell’aristocrazia meneghina, come i Litta, anche loro preziosissimi collezionisti, che non a caso in questo spirito culturale, fino al 1865, conservavano nelle loro raccolte d’arte come opera data a Leonardo la Madonna poi detta Litta, venduta allo zar Alessandro II di Russia, e oggi all’Ermitage di San Pietroburgo. In questo senso nasce casa Bagatti Valsecchi, con l’intento precipuo di essere un luogo dove si incontrano in maniera armonica elementi originali del Rinascimento che si sviluppa nel Nord Italia dalla seconda metà del Quattrocento, con arredi, oggetti d’arte, dipinti che trovano sul mercato antiquario – si veda i meravigliosi arazzi del Cinquecento fiammingo, la straordinaria tavola di Santa Giustina di Giovanni Bellini, il misterioso ritratto del Beato Giustiniani di Gentile Bellini, e ancora Bernardo Zenale e la bellissima pala d’altare del Giampietrino – con elementi nuovi, che si integrano agli originali, realizzati da abilissimi artigiani, artisti, architetti, che non vogliono essere una mera copia di modelli quattro-cinquecenteschi, ma opere creativamente originali. Il risultato è una casa di ispirazione rinascimentale, ma con forme e proporzioni ottocentesche.

Con quale criterio venivano acquistati gli oggetti che arricchiscono la raccolta d’arte?

I fratelli si muovono liberamente nel mondo antiquariale del Nord Italia, soprattutto lombardo e veneziano, anche se è ancora pienamente da studiare il loro rapporto con galleristi, case d’aste ed esperti. Inizialmente acquistano per interi lotti, che potevano comprendere oggetti originali come imitazioni che rimettevano sul mercato. Il loro fine è quello di dar vita a una casa da abitare – e con questo spirito l’amministriamo ancor oggi – ma con tutte quelle comodità che venivano dalle ultime innovazioni tecnologiche, quindi riscaldamento, acqua corrente, luce elettrica: i Bagatti Valsecchi sono i primi privati a Milano dopo La Scala ad avere l’uso della luce elettrica e difatti la casa possiede la prima doccia realizzata a Milano. Il loro progetto di ricostruzione comprende tutti quei manufatti artistici, di design, ma anche d’uso comune e domestico di una casa, quindi dipinti, arredi, tessuti, ceramiche, ma anche stoviglie, bicchieri, piatti, lucchetti, chiavi, applique, tutto rigorosamente in stile neorinascimentale, che tale è rimasto fino al 1976, quando Pasino, uno dei figli di Giuseppe ed erede delle collezioni di famiglia, lascia il palazzo come abitazione e costituisce la Fondazione Bagatti Valsecchi.

Il gusto di casa Bagatti Valsecchi è un eccezionale artificio neorinascimentale. Ciò come si sposa con i capolavori che la arredano?

Tutto ha la medesima importanza e funzione, il capolavoro come l’oggetto di design in stile neorinascimentale, in un contesto che intende essere dinamico, poliedrico, di eclettica armonia. Rivivere un gusto e un periodo storico fuori epoca è anche del mondo aristocratico e alto borghese dell’Ottocento, dove si ricostruiscono ambienti, eventi storici, si organizzano consessi giocosi, per dar vita a un mondo per loro magico che doveva essere totalizzante. Lo straordinario è quindi questa capacità da parte di Fausto e Giuseppe di rendere tutto molto armonico, di riuscire a integrare l’oggetto d’epoca con quello di design, nell’arredo come nell’architettura della casa, come il pezzo antico che diventa lo stipite della porta, o l’altare valtellinese che adattato si trasforma in letto. Così il compasso, la sfera armillare, il teschio, la clessidra, sistemati come oggetti da wunderkammer, in realtà sono strumenti per ricreare gli ambienti quattro-cinquecenteschi a cui si ispirano; oppure le iscrizioni in latino che decorano gli ambienti – e che nel Rinascimento erano un memento di perfezione, armonia e misura – diventano un modo per aiutare la vita all’interno della casa, come la frase liberamente ispirata a Sant’Agostino sul camino della Sala della Stufa Valtellinese: “Chi ama dir male degli assenti, sappia che questo focolare gli è precluso”; o come le scritte sul soffitto nella Sala del Passaggio del Labirinto, ispirata alla cinquecentesca Stanza del Labirinto di Palazzo Ducale a Mantova, sono un monito a vivere la vita in virtù.

Quali sono i modelli a cui Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi fanno riferimento per costituire la casa?

Non avevano consiglieri artistici né curatori. La casa era una loro idea e un loro progetto che portavano avanti in autonomia. Oltre all’architettura rinascimentale dalla Lombardia al Veneto, all’Emilia, i Bagatti Valsecchi avevano costituito un importante archivio fotografico di quasi 4.000 immagini, ancora allo studio, dove troviamo, ad esempio, molti elementi architettonici e artistici che si evince siano stati per loro un modello da mostrare ai loro artigiani per la creazione degli oggetti che arredavano la casa, come i lampadari chiaramente ispirati alle pale d’altare del Quattrocento. Anche la biblioteca è ricca di testi di riferimento, come alcuni repertori francesi di decorazioni quattro-cinquecentesche che sono serviti a ricreare la tappezzeria della Sala Bevilacqua e del Salone d’onore. Il Museo conserva anche un archivio di disegni – fondamentale e in parte ancora inedito, sul quale stiamo lavorando – perché i fratelli, oltre a essere i fautori della casa sono stati in primis restauratori in senso ottocentesco, cioè ideatori e progettisti: loro, ad esempio, è la ricostruzione di una delle porte del Castello Sforzesco di Milano, nell’ambito degli interventi di restauro iniziati alla fine dell’Ottocento, e di molto altro ancora. Un’attitudine per l’arte che è della famiglia, come Pietro, padre di Fausto e Giuseppe, pittore e abile miniaturista, e Pier Fausto, figlio di Giuseppe – l’unico dei fratelli ad essersi sposato – architetto e raffinatissimo disegnatore. I suoi preziosi diari di viaggio in giro per l’Europa ci consegnano, oltre a un’accurata descrizione dei luoghi che visita, disegni di grande qualità artistica, ora di palazzi in stile neorinascimentale nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ora di copie dal vero di dipinti, sculture, ma anche oggetti come le armature, conservati nei musei, che poi servivano come repertorio per la casa di Milano.

La Seduzione del bello è il titolo della mostra che il Museo ospita fino al 12 marzo 2023, dove vengono presentati circa cinquanta capolavori della collezione Gastaldi Rotelli. Qual è il fil rouge che unisce questa raffinata raccolta al Bagatti Valsecchi?

Il Museo Bagatti Valsecchi nasce nel 1994 come luogo che custodisce le collezioni raccolte da Fausto e Giuseppe. Con questa mostra abbiamo voluto sottolineare come ancor oggi il collezionismo privato sia importante e florido. Il nostro obiettivo era quello di realizzare un percorso espositivo all’interno della casa in dialogo con l’identità delle singole sale, con opere che fossero in armonia con le collezioni Bagatti Valsecchi, ma di epoca diversa, e mantenere vivo lo spirito di accoglienza che ha sempre contraddistinto la famiglia, proponendosi come residenza d’eccezione che ospita altre collezioni private. In tal senso si inserisce questa mostra con cinquanta dipinti provenienti dalla più vasta collezione dei coniugi Gilda Gastaldi e Giuseppe Rotelli, con tele di artisti che lavorano tra la Lombardia e il Veneto tra Seicento e Settecento. Una raccolta costituita nell’arco di venticinque anni, che dopo la morte di Giuseppe Rotelli nel 2013 – fondatore del Gruppo ospedaliero San Donato – la moglie Gilda Gastaldi ha proseguito e ampliato. Nata con un’impronta tardo cinquecentesca – in mostra dipinti di Giulio Cesare Procaccini, Tanzio da Varallo e Giuseppe Vermiglio -, abbraccia poi il Seicento – tra gli artisti Francesco Cairo, Bernardo Strozzi -, e il Settecento, rappresentativo del gusto di entrambi: quello di Giuseppe con una predilezione per i vedutisti, come Francesco Guardi, Michele Marieschi, Giovanni Paolo Pannini e Antonio Joli -, e quella di Gilda per la pittura di realtà venata di consapevolezza sociale e politica, con una particolare attenzione alle storie dei “pitocchi”, ossia degli ultimi e dei fanciulli, per cui il Pitocchetto, Giacomo Ceruti, Monsù Bernardo. Tutte opere di gusto e qualità straordinaria. La mostra nasce quindi da questo desiderio di far incontrare due mondi che sono privati e che dialogono tra loro con l’identità degli ambienti del Museo, in un percorso assolutamente inedito, che per la prima volta comprende tutte le sale del Museo Bagatti Valsecchi.