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Mercati alle stelle. Un difficile dilemma

ARTE & FINANZA / di Alessandro Secciani

Nel momento in cui vengono scritte queste note, la situazione dei mercati finanziari è eccellente. L’S&P 500, il maggiore indice Usa e di conseguenza del mondo, viaggia ben sopra la barriera di quota 4.000 e dal marzo 2020, quando è scoppiato il Covid in Occidente, è in continua e perpetua crescita. Qualche breve ritracciamento è servito solo per fare ripartire l’indice con ancora più forza. Alla base del boom c’è una liquidità senza precedenti fornita dalla Banca Centrale degli Stati Uniti e dal governo di Washington. Attualmente il P/E trailing (in pratica il rapporto utili/prezzo basato sui dati attuali) è intorno a 40. Se si considera che si tratta di una media che comprende 500 società, possiamo sicuramente affermare che il livello di bolla è molto vicino, specie per i titoli leader. Per esempio Amazon, quasi una società simbolo di quest’epoca, ha un P/E di 78. Non molto diversa la situazione del Nasdaq, l’indice che raccoglie i principali titoli tecnologici.

Ma ci sono altri elementi più inquietanti. La Tesla, la società di auto elettriche che fa capo a Elon Musk, che finora vende circa 300 mila veicoli all’anno in tutto il mondo, dall’inizio del 2020 è cresciuta di otto volte e attualmente, dopo una discesa, capitalizza 574 miliardi di dollari, circa 15 volte il suo fatturato. Tanto per avere un’idea, il maggiore colosso automobilistico mondiale, la Toyota è intorno a quota 200 miliardi, mentre l’intero gruppo Volkswagen è a 141.
La società fa capo a Elon Musk, probabilmente un finanziere geniale, capace di rapportarsi al mondo attuale come nessun altro. Da alcuni viene definito un visionario (nel senso positivo), ma alcuni suoi progetti, come lo sbarco dell’uomo su Marte entro il 2025 o la realizzazione di un treno razzo capace di velocità pari a quelle di un aereo, sono come minimo molto lontane dalle possibilità scientifiche e tecnologiche attuali. Detto meno elegantemente si tratta di opportunità che hanno trovato un vasto pubblico solo grazie a una totale ignoranza scientifica.

Situazione non molto diversa per il Bitcoin, la prima e più importante criptovaluta del mondo, che fa parte di un gruppo che ormai conta qualche migliaio di monete emesse da società e gruppi di ogni tipo. Attualmente il suo prezzo ballonzola intorno a 60 mila dollari e circa un anno fa era sui 6 mila. Praticamente è stato decuplicato il valore, senza che alla base ci sia un solo motivo serio per giustificare una performance di questo genere. E non mancano coloro che sostengono che ormai quota 100 mila è alla portata. In questa situazione c’è l’incognita Covid. Secondo molti la pandemia ha velocizzato processi tecnologici che avrebbero richiesto anni e anni per essere completati ed è giusto che, nonostante i crolli di Pil in tutto il mondo, le borse siano ai massimi. Il fatto che decine di business tradizionali siano stati definitivamente devastati dal coronavirus viene considerato un dettaglio insignificante.

Ma il vero elemento di grande novità, rispetto al passato, è l’enorme quantità di soldi che è stata buttata sul mercato dalle banche centrali a dai governi. Solo gli Stati Uniti, hanno appena approvato un piano da 1.900 miliardi di dollari e probabilmente non finirà qui. È stato calcolato che in tutto il mondo le sovvenzioni da parte degli stati e degli istituti di emissione abbiano superato i 20 mila miliardi, ben al di sopra dell’intero Pil degli Stati Uniti. In questa situazione l’ottimismo dilaga e quando si chiede che cosa succederebbe ai mercati nel caso che scoppino alcune evidenti bolle, come Tesla o il bitcoin, si viene considerati dei disturbatori e soprattutto dei passatisti, legati a concezioni non più valide. Ed è proprio questo il punto: attualmente l’intero sistema si regge sull’idea, ampiamente teorizzata, che siamo in una situazione economica e finanziaria che non si è mai verificata prima. Stati e banche centrali potranno continuare in eterno a buttare soldi nel sistema e a scongiurare ogni crisi non appena si presenta all’orizzonte? Non è materia di fede che a un periodo di crescita debba seguire una fase di decrescita, basta solo stampare denaro e tutto è risolto. Specialmente oggi che i tassi sono addirittura sotto zero e non ci sono pericoli immediati di inflazione.

In fondo il dilemma è abbastanza semplice. Se si crede che le indubbie condizioni fuori da ogni regola della finanza e dell’economia possano proseguire all’infinito e che i vecchi criteri non valgono più, si fa bene ad acquistare a man bassa tutto ciò che offrono i mercati, opere d’arte comprese. Se si ritiene che prima o poi arriverà la resa dei conti, come storicamente è sempre accaduto, forse è meglio entrare in un’ottica più difensiva. Certo il prezzo è di essere giudicati irrimediabilmente vecchi, persino reazionari incapaci di capire i cambiamenti.