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I Vaticani. Musei infiniti tra meraviglia e stupore

Come nascono i Vaticani Museo dei Musei?

I Musei Vaticani sono un complesso di tante straordinarie collezioni tutte diverse. La nascita viene fatta risalire al 1506, a Papa Giulio II della Rovere e alla sua importante collezione di statuaria greco-romana posta nella sommità del Belvedere Vaticano. I Musei nascono in realtà dopo diversi secoli a metà del Settecento, nell’ambito delle Biblioteca Vaticana con il Museo Cristiano e poi con il Museo Profano e, infine, con il grandioso Museo Pio Clementino, pensato secondo le teorie artistiche del grande Winckelmann che auspicava un nuovo dialogo tra la sua contemporaneità e la perfezione classica greco-romana; oltre ad una serie di illustri figure che gravitavano intorno a pontefici illuminati. L’ordinamento istituzionale dei Musei aperti al mondo arriva con Papa Pio XI all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929, con l’apertura del grandioso portale realizzato da Giuseppe Momo negli anni Trenta sulle Mura Vaticane da Antonio da Sangallo, quindi sull’Italia, e con la famosissima Scala ancora di Giuseppe Momo che colma il dislivello tra l’Italia e le Collezioni Vaticane. I Musei Vaticani sono spazi che sono andati stratificandosi nel corso dei secoli, dove pontefici, cardinali, vescovi, laici a loro servizio, hanno operato per il bello e per la fede. Quindi, pensiamo alle Stanze di Raffaello, alla Cappella Sistina che comunque nasce come cappella privata di Papa Giulio II. Insomma, un museo nei musei: collezioni che vanno dall’arte egizia, il Museo Gregoriano Egizio è stato fondato nella metà dell’Ottocento da Papa Gregorio XVI, due anni dopo la fondazione del Museo Etrusco, quindi delle civiltà preromane; al Museo d’Arte Contemporanea voluto da Papa Paolo Alessandro VI; al Museo delle Carrozze, poi aperto alle macchine ed alle berline papali secondo il volere di Papa Giovanni Paolo II; fino a tempi recentissimi con il nuovo e modernissimo allestimento del Museo Etnologico Vaticano inaugurato da Papa Francesco I alla fine del 2019.

Ventisei musei raccolti in un luogo unico, che rappresenta l’eccellenza assoluta di millenni dell’arte occidentale. Com’è possibile conservare e promuovere questo immenso patrimonio?

Conservare è sicuramente possibile. In Vaticano abbiamo il privilegio di annoverare una lunga tradizione di tutela, di conservazione, di manutenzione, di restauro, che addirittura possiamo far partire dalla famosa lettera di Raffaello e di Baldassarre Castiglione a Leone X, nella quale veniva ribadita l’importanza di preservare le memorie antiche come patrimonio culturale non soltanto storico-artistico, ma anche di testimonianza di fede e di valori. Nel corso dei secoli tante sono state le leggi vaticane in questo senso, se poi arriviamo alla nascita dello Stato Vaticano nel 1929 ciò viene ancora più ribadito. Sono gli anni della direzione di Bartolomeo Nogara, della presenza di Biagio Biaggetti come responsabile del laboratorio di restauro delle pitture, ma soprattutto con la fondazione di sette laboratori di restauro distinti per tipologie di materiali, oltre ad un gabinetto di ricerche scientifiche, tutti al servizio delle tipologie e delle collezioni che sono preservate, molto diverse tra loro: oggetti, dipinti, affreschi, sculture, opere d’arte contemporanea, arredi, carrozze, berline, che chiaramente necessitano di specializzazioni e di specialisti diversi. Oggi contiamo quasi un centinaio di restauratori interni allo Stato, insieme all’Ufficio del Conservatore ed al Gabinetto di Ricerche Scientifiche, che ci permettono di operare al massimo in quanto eredi di tanta tradizione. Tradizione che inevitabilmente si lega a quella italiana, alla scuola di Cesare Brandi, di Giovanni Urbani, di Gianluigi Colalucci, quest’ultimo artefice del restauro del secolo, il restauro della Cappella Sistina, dal 1980 al 1995, che recentemente ci ha lasciati, e che tengo in particolar modo a ricordare, perché tanto ha significato per questi laboratori, per questo museo e per la storia dell’arte in generale.

Quali sensazioni prova nel passeggiare in solitudine nel museo, l’unico capace nell’incredibile tentativo di raccogliere lo scibile umano? Ed in tanta bellezza quali sono le opere che la emozionano di più?

La sensazione è ogni volta di meraviglia e di stupore, tra tanta bellezza che non stanca mai. La mia è un’opportunità straordinaria, e in questo senso mi sento una donna fortunata e privilegiata di abitare un luogo come questo. Scegliere un’opera è pertanto difficile. A volte sono dei luoghi, degli spazi che mi lasciano senza fiato. Uno di questi è la terrazza del Belvedere Vaticano che si affaccia sul Cortile della Pigna, progettato da Donato Bramante nel 1506 su volere di Papa Giulio II, ma portato a compimento da Pirro Ligorio nel 1562, durante il pontificato di Papa Pio IV. Da questo terrazzo si abbraccia un panorama incredibile, che non è soltanto dei Musei e dei Giardini Vaticani, ma della città di Roma, la mia città, e oltre, con il Monte Soratte, il Terminillo, fino ai Colli Albani. Uno skyline di 7 chilometri nella città del più piccolo stato al mondo, la Città dello Stato del Vaticano: 44 ettari fatti di edifici e giardini meravigliosi.

I Vaticani, le nuove tecnologie e la comunicazione globale. L’eternità e il futuro si incontrano?

La pandemia ci ha insegnato che il digitale si è rivelato uno strumento assolutamente indispensabile. Nei momenti di crisi, nei momenti di difficoltà, nell’impossibilità della presenza, le nuove tecnologie ci permettono di raggiungere un vasto pubblico, con le nostre attività, le iniziative ed i progetti, che comunque possiamo portare avanti. Penso che l’equilibrio sia tra digitale e reale, tra progetti diciamo virtuali, ma anche fatti di tanta concretezza. In questo sta la virtù, e quindi la sfida del futuro. Pertanto, è fondamentale dotarsi di strumenti tecnologici all’avanguardia, ma è assolutamente imprescindibile il godimento e la visione diretta, empatica. Un’esperienza spirituale profonda che può darti solo la visita reale.

Questo momento particolarmente duro e cupo lei crede che porterà poi ad un atteggiamento di rinascita?

Assolutamente sì. Abbiamo fatto tesoro di questo momento terribile che ci ha portato la pandemia. L’attitudine migliore quando si affrontano delle difficoltà è cogliere gli aspetti positivi, seppur difficili da intravedere. Quindi, abbiamo riprogrammato i nostri piani di lavoro per il Museo in base alle priorità. Una selezione di progetti effettivamente realizzabili, non un affanno a fare troppo, ma un distillare tra attività realmente importanti in attesa di un ritorno alla normalità, ad una condizione di vita più umana. Se io rivedo gli impegni nell’anno della pandemia molte sono stati modificati. I viaggi che avevo in programma, a Varsavia, a Washington, a Seattle, a Hong Kong, si sono trasformati in appuntamenti di lavoro on line, che comunque hanno portato allo stesso risultato, seppur diverso dall’esperienza diretta. Questa pandemia ci ha insegnato l’importanza di un recupero dei valori personali. Aver trascorso così tanto tempo in questo museo mi ha permesso di conoscere meglio le persone con le quali lavoro, e loro a conoscere meglio me. Un valore aggiunto che forse, se non fossimo stati costretti, non sarebbe stato possibile. Abbiamo trovato un giusto equilibrio nei rapporti umani, e nel lavoro che principalmente si è svolto nel web. Relazioni di progetti in cantiere, come i progetti di restauro, che ad esempio, in questi caso, ho chiesto fossero aggiornate, e che presto saranno condivise on line per il piacere di coloro che saranno interessati. Succede, che presi da un modello unico di operare, a volte vengono trascurati dettagli importanti. La pandemia ha posto su questo l’accento, su un modo di lavorare più concentrato sulle priorità, sull’essenzialità delle cose, e su una vita più umana e concreta.