Nato a Sassari nel 1885, Mario Sironi vive un’infanzia influenzata dall’arte e dalla cultura: la madre era una musicista, mentre il nonno materno e lo zio paterno erano entrambi architetti e scultori. Trasferitosi a Roma nel 1856, durante l’adolescenza si immerge nella lettura di classici letterari e filosofici.
Inizialmente iscritto a ingegneria nel 1902, abbandona gli studi per una grave depressione spostando il suo interesse verso la pittura. In questa fase della sua vita ha modo di conoscere Umberto Boccioni e Giacomo Balla. Sebbene fosse inizialmente in disaccordo con le idee promosse da Boccioni, presto Sironi si unisce al movimento futurista adattandone lo stile alle sue inclinazioni artistiche.
Durante la Prima guerra mondiale si arruola e, una volta terminata, partecipa alla Grande Esposizione Nazionale Futurista. Negli anni ’20 la sua arte viene influenzata dal movimento metafisico. Nel 1922 è tra i fondatori del movimento Novecento Italiano volto a promuovere una moderna classicità. In quel periodo si concentra su opere pubbliche e pittura monumentale con la realizzazione di importanti lavori a Roma e Milano.
Nel corso della Seconda guerra mondiale resta fedele al fascismo e scampa ad una fucilazione. La fine del conflitto e il suicidio della figlia nel 1948 lo conducono ad un isolamento che influenza anche la sua pittura, ora più cupa e frammentata. L’artista continua a esporre fino alla sua morte avvenuta nel 1961 a Milano a causa di una broncopolmonite.
Se inizialmente Mario Sironi trae ispirazione dal divisionismo, col passare degli anni si avvicina al futurismo, creando opere con tonalità vivaci e uno stile volumetrico. Un esempio è La lampada del 1919, dove l’uso di manichini e la composizione geometrica si uniscono a un’atmosfera misteriosa tipica della Metafisica che influenza parte della produzione degli anni ’20.
Dopo il trasferimento a Milano Sironi sviluppa Paesaggi urbani in cui rappresenta città grigie e desolate, con grandi edifici e ciminiere che esprimono la sua percezione della vita urbana periferica nonché la sfiducia nell’industrializzazione. Dagli anni ’30, si dedicò principalmente alla pittura murale, promuovendo l’arte pubblica per il suo impatto sociale e come mezzo di diffusione dell’ideologia fascista.
Mario Sironi è uno dei vertici dell’arte italiana ed europea del XX secolo, per il suo essere monumentale e severo, drammatico e sintetico nell’asciugare la forma e il colore all’essenza dell’espressione, come solo i maestri sono capaci.
La figura umana è, come Donatello e Masaccio, il cardine della ricerca sironiana: l’uomo è una massa plastica e cromatica che lotta contro la natura e la città. I colori sono tetri, bruni, capaci con la loro forza sommessa di raccontare le profondità dolenti dell’animo umano.
Nelle sue opere cogliamo dolorosamente una rara capacità di sintesi compositiva e cromatica, dove lo spazio tra l’uomo e la natura si manifestano per contrapposte forze volumetriche, che lo portano, nell’ultima fase, ad un’astrazione di abissale armonia che lo avvicinano all’olimpica leggiadria plastica di Arturo Martini.
Nel suo straordinario eclettismo Sironi fu artista completo che spaziava dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla scenografia, dall’illustrazione alla feroce satira, capace di sintetizzate un concetto, una situazione, uno stato d’animo, in cui riconoscersi immediatamente, senza mediazioni.
