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La Venaria Reale. Palcoscenico della meraviglia

L’ambizioso progetto della Venaria Reale nasce a metà Seicento con Carlo Emanuele II di Savoia, nell’ambito del programma delle residenze sabaude sorte tra Cinque e Settecento che costellavano il territorio intorno Torino. In quale contesto storico-artistico prende forma il complesso monumentale della Venaria?

A partire dal 1658 il duca Carlo Emanuele II incarica il suo architetto di Corte, Amedeo di Castellamonte, di ideare e realizzare una nuova residenza nel territorio di Altessano, un piccolo villaggio ad una decina di chilometri dalla capitale Torino, in modo da completare il circuito delle sue residenze di caccia, tra il Regio Parco e il Castello di Rivoli. Inoltre, la zona era vicina alle montagne, alla zona prealpina tra la valle di Susa e quella di Lanzo, poco urbanizzata, piena di boschi e quindi ricca di selvaggina.
Il Duca ha poco più di vent’anni, è scapolo, e cerca la sua via per rimarcare la sua indipendenza rispetto all’ingombrante madre, Cristina di Francia, la prima Madama Reale. Ufficialmente la reggenza della madre era già terminata da vari anni, ma è ancora lei a guidare di fatto lo Stato. Per cui il progetto della Venaria diventa da un lato il progetto del Duca, e dall’altro il luogo dove la madre gli permette di manifestare il suo volere, quasi la sua indipendenza. È lì che si coagula la nuova Corte destinata a reggere il ducato.
Nelle dinamiche domestiche di Casa Savoia, quindi, la Venaria assume un valore particolare. Ma non solo. C’è molto di più nel modo stesso in cui viene concepita la Venaria Reale, che rende la Reggia un vero unicum, ponendo il Piemonte, ed essa stessa, nella grande storia europea.
Il progetto prevede, infatti, la creazione del villaggio, della reggia e della grande azienda agricola, cioè il Parco della Mandria. L’architetto costruisce il villaggio, in forma quadrata, con la grande piazza al centro attraversata dalla strada principale, dando il disegno unitario delle facciate. Nella nuova città vengono costruiti i palazzi di alcune delle principali famiglie del ducato, e soprattutto vengono costruiti i primi filatoi. Infatti, in quegli anni, il Piemonte sta iniziando la sua avventura nel campo della seta, che sarà il primo e vero prodotto di esportazione dello Stato, almeno fino alla Prima guerra mondiale. L’inizio della produzione dell’organzino piemontese, cioè il filo prodotto dai bachi da seta, avviene proprio a Venaria nel filatoio realizzato dal primo imprenditore del settore Giovan Francesco Galleani. L’organzino piemontese, che ben presto viene considerato il migliore a livello europeo, troverà il suo sbocco commerciale a Lione, che nello stesso periodo si impone come la principale piazza per la tessitura con le sue notorie seterie.
Poi il Duca e l’architetto impostano la reggia vera e propria, ideata come grande palcoscenico della corte, il luogo principe dove le varie componenti sociali e territoriali dello Stato si ritrovano e danno vita alla politica. Insieme a loro si ritrovano anche i ministri che renderanno operative le scelte. È proprio nell’ambito della corte e dei suoi riti che si forma l’anima e la politica degli Stati moderni: ecco quindi l’importanza degli edifici destinata ad accoglierla.
Poi c’è il terzo elemento: il Parco della Mandria, che giungerà ad avere oltre 3000 ettari. Un enorme bosco che congiunge la residenza con le pendici delle montagne, in cui la caccia può assumere un grande sviluppo. Inoltre, è qui che viene impiantata la mandria delle cavalle di razza destinata alla Famiglia ducale, alla Corte e anche all’esercito, da cui il Parco prende appunto il nome: un grande allevamento di cavalli, quindi agricoltura avanzata e d’avanguardia.
Sono questi i tre elementi che compongono la Venaria Reale, che la mettono in relazione con le analoghe regge che nello stesso periodo e nello stesso spirito sono costruite dalle altre dinastie europee. In primis stiamo parlando di Versailles, in cui il trinomio paese-residenza-parco ha una particolare simmetria con la Venaria Reale, tanto più che i due sovrani, Luigi XIV e Carlo Emanuele II, sono cugini di primo grado, figli di un fratello e di una sorella. Poi ci sono il Castello di Nymphemburg presso Monaco, costruito dal cognato del Duca, l’elettore Ferdinando di Baviera, e il Castello di Schönbrunn, realizzato dall’imperatore Leopoldo I vicino a Vienna, per non ricordare che questi.
Insomma, mentre l’Europa delle corti elabora questi progetti che sono urbanistici, ma anche sociali e ideali per gli Stati moderni nella metà del Seicento, il Piemonte vi partecipa attivamente, anzi, ne è uno dei luoghi dove più compiutamente si realizzano. Da qui la sfida a rilanciare oggi questo modello: la Venaria come uno dei tasselli importanti della rete delle corti dove si è formata e soprattutto sviluppata l’Europa. 

La Reggia, da cui ha inizio nel 1658 il programma urbanistico del complesso della Venaria, ha attraversato in due secoli numerose vicende storiche che inevitabilmente si sono riflesse sull’estetica dell’edificio e sulla sua destinazione d’uso. Come si è progressivamente evoluta la Reggia sotto l’aspetto architettonico?

Dopo la partenza “alla grande” della Reggia, le svolte della storia hanno presentato varie sfide all’ambizioso edificio, con punte di magnificenza e, quasi in contrappasso, con situazioni di degrado estremo. Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, il nuovo duca, Vittorio Amedeo II – destinato nel 1713 ad assumere la completa dignità regale, uno degli obiettivi principali della diplomazia sabauda per oltre un secolo, come Re di Sicilia e poi Re di Sardegna -, dà avvio alla trasformazione della residenza da “regale” a “magnifica”. Sarà prima Michelangelo Garove e poi soprattutto Filippo Juvarra a cimentarsi con questa nuova sfida.
La residenza viene trasformata da un palazzo “entre cour et jardin” a un “pavillon sistème”, con la costruzione dei nuovi padiglioni uniti dalla spettacolare Galleria Grande. Poi sarà la volta della Cappella di Sant’Uberto, e infine delle immense Scuderie. Da importanti le dimensioni divengono imponenti, e se già prima la Venaria Reale era l’edificio di campagna più grande degli Stati sabaudi, ora lo diventa di gran lunga: il sovrano è “re” anche attraverso le sue case! Lo stesso processo avviene per i giardini. Da uno schema di giardino all’italiana, realizzato da Amedeo di Castellamonte, si passa agli 80 ettari di giardini realizzati all’inizio del Settecento nel nuovo gusto “alla francese”, con le ampie allee in cui lo sguardo del sovrano non trova limite. Il suo occhio vede e regna ovunque. Oltretutto, le linee degli assi portanti della residenza si ampliano e si moltiplicano nelle linee esterne, unendo in un unico disegno gli edifici in muratura e le realizzazioni verdi.
Così, per lunghi anni, per ogni visita di principi stranieri, di ambasciatori, di visitatori, la Venaria assume una primazia rispetto alle altre residenze della Corte, fatto salvo il Palazzo reale, che mantiene la sua caratteristica di sede principale del sovrano, della Corte e del governo. Ogni volta che avviene una visita di rango il re riceve il visitatore a Torino e poi, il giorno successivo, lui o il principe ereditario lo accompagnano alla Venaria Reale.
Accadrà così anche nel 1782, quando i “Conti del Nord”, il granduca Pavel Petrovič Romanov, figlio ed erede di Caterina la Grande, insieme alla moglie raggiungeranno Torino e la Venaria, nel loro famoso viaggio in incognito attraverso l’Europa, il più importante fra i Gran Tour settecenteschi. Visiteranno tutte le grandi capitali e lasceranno entusiasti commenti dei loro soggiorni. Come tutti i viaggiatori dell’epoca dei lumi, a Torino ammirano la “città moderna” per le sue architetture, ma anche per la sua “buona amministrazione”, in contrapposizione a Roma e Napoli, le “città dell’antico”. Saranno così entusiasti di Venaria che si faranno mandare le piante per il palazzo che al loro ritorno intendono costruire vicino a San Pietroburgo, quella che poi sarà la Reggia di Pavlovsk.
Tutto questo “magico” mondo prenderà fine la notte dell’8 dicembre 1798, quando in una serata di gelo e nevischio freddo, Carlo Emanuele IV con la Corte lascerà Torino e il Piemonte, per un esilio di cui al momento non si vedeva la fine, spinti dalla politica aggressiva del Direttorio della Francia rivoluzionaria. Era l’onda lunga della Rivoluzione Francese in Piemonte, che spazzerà per sempre l’Antico regime con tutti i suoi riti e le sue costruzioni. Dopo il periodo napoleonico, la Restaurazione cercherà di riportare in vita quel mondo, ma non sarà più lo stesso, in Piemonte come in tutta Europa.
Anche per la Venaria la svolta sarà totale. In abbandono, dapprima trasformata in caserma e poi depredata, il suo destino cambierà radicalmente. Già Napoleone nella primavera del 1805, durante il suo soggiorno a Torino, aveva constatato il cattivo stato di manutenzione di quella che definì “la grande dimora dei re di Sardegna”. Sarà lui e l’amministrazione francese a decretarne il passaggio a caserma, e tale resterà anche dopo che i Savoia con la Restaurazione rientreranno a Torino nel 1814. Inizia così la nuova destinazione militare che contraddistinguerà la Reggia per i successivi 150 anni. Tolto il presidio militare, sarà depredata e spogliata di tutti i suoi arredi, fino al secondo dopoguerra. Dopo i primi parziali restauri dei decenni successivi (in primis quello della Grande Galleria juvarriana per le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia del 1961), sarà l’entusiasmante cantiere iniziato nel 1997-1998 a ridare vita alla Venaria Reale, finalmente aperta al pubblico nel 2007, di cui oggi cerchiamo di moltiplicare i frutti in un’opera attenta di valorizzazione, culturale e turistica.

La Galleria Grande di Filippo Juvarra, con i suoi ampi volumi architettonici pieni di luce e le sue ricche decorazioni, è oggi uno degli spazi più rappresentativi e identificativi della Venaria, oltre a essere un capolavoro assoluto del Settecento europeo. Cosa ha conferito alla Reggia l’impronta di Juvarra, e cosa ha rappresentato per Casa Savoia il suo arrivo a Corte come primo architetto?

Filippo Juvarra è l’archistar della prima metà del Settecento. È lui a conferire quella monumentalità che caratterizza ancora oggi Torino. Vittorio Amedeo II lo conosce nel 1714, durante il suo trionfale viaggio in Sicilia, quando si recò nell’isola per essere incoronato, alla vigilia di Natale del 1713, nella Cattedrale di Palermo. Juvarra, che all’epoca aveva 36 anni, incontrò Vittorio Amedeo II a Messina. Si presentò a lui con i disegni che il sovrano apprezzò moltissimo invitandolo a Torino. Qui “fece tutto”: dalla facciata e lo scalone monumentale di Palazzo Madama, alla Basilica di Superga, al progetto non terminato per il Castello di Rivoli, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, al ridisegno di Porta Palazzo, l’accesso verso Milano. Ma soprattutto, diede il disegno urbanistico della città che usciva dalle sue mura e si espandeva all’esterno. Suoi sono i tre grandi assi di comunicazione: verso sud, cioè verso Stupinigi e il mare; verso ovest, cioè verso Rivoli e la Francia; infine verso la Pianura Padana, cioè verso Milano e quindi verso l’Italia. Tre assi a raggiera che hanno come centro ideale il Palazzo Reale, sede del sovrano. È l’impianto che ha caratterizzato la città per tre lunghi secoli. Solo oggi, con la grande operazione di trasformazione del passante ferroviario nel grande asse viario, che attraversa la città da nord a sud, avviene il primo sostanziale mutamento.
A Venaria Juvarra termina la Grande Galleria, già impostata da Michelangelo Garove, poi edifica ex-novo la Cappella di Sant’Uberto, il complesso della Scuderia e della Citroniera. La Galleria si è imposta a ragione come l’opera iconica della Reggia: eppure è fatta di nulla, solo stucco. Si potrebbe dire: polvere e acqua per realizzare uno degli ambienti più significativi del barocco europeo. È lunga 80 metri, aperta con grandi finestroni verso est e verso ovest, in cui la luce fredda dell’alba si mescola alla luce calda del tramonto. Un capolavoro, uno spazio incredibilmente luminoso, in cui gli stuccatori hanno rappresentato il trionfo degli dèi sul Monte Olimpo. È l’otium caro agli antichi romani e invano ricercato da tutti. Credo che riassuma bene quello che oggi i visitatori cercano in Reggia.

Gli arredi originali della Reggia sono andati purtroppo distrutti o dispersi, ma il clima e il gusto di corte tra Sei e Settecento ci viene comunque restituito dalle opere e dagli oggetti che oggi decorano le sale, già appartenuti alle collezioni sabaude. Come è stato pensato l’attuale percorso espositivo?

Il cantiere di restauro, terminato nel 2007, consegnò le 54 sale del percorso di visita bianche e vuote. Attraversarle d’un fiato era un’esperienza stranissima, quasi onirica. Direi splendida e alienante contemporaneamente, ma non sostenibile sul lungo termine. Anche perché il grande impegno finanziario profuso dall’Unione Europea, dal Ministero dei Beni Culturali, dalla Regione Piemonte, dalla Compagnia di San Paolo, esigeva che la Reggia diventasse un grande polo in grado di attrarre con forza un turismo culturale e non solo. La Venaria Reale si presentava nuovamente come una delle grandi regge d’Europa, non un “normale” castello. Da qui l’esigenza di accogliere i visitatori con un allestimento chiaro, semplice e soprattutto di grande impatto comunicativo.
Dopo la mostra inaugurale del 2007-2008, sotto la guida di Alberto Vanelli, primo direttore della Reggia, ci si accinse ad affrontare il problema. Furono individuati gli antichi inventari, furono analizzate le fonti documentarie, si studiarono le funzioni delle sale e si cercò di riportarle in vita. Nell’assenza di tanti elementi, si scelse allora una parola: “evocare”. Non si ricostruì una reggia che la storia aveva asciugata ai suoi elementi essenziali, cosa peraltro impossibile, ma si scelse di “evocare” il grande palazzo secentesco e quello settecentesco: gli arredi che sicuramente provenivano dalla Reggia rientrarono per primi; poi furono scelti oggetti quali dipinti, sculture, mobili, tappezzerie che evocassero la Reggia nel suo splendore. E tutto il sistema museale piemontese partecipò con entusiasmo con la concessione di prestiti a medio o lungo termine. Oggi sono oltre 500 le opere d’arte presenti in Reggia. Abbiamo così riunito serie disperse, rimesso in relazione oggetti che erano stati separati; molti li abbiamo tolti dal buio dei magazzini dove sembravano non avere più vita, e quasi tutti li abbiamo restaurati. Un oggetto particolare e inaspettato nel contesto della Reggia è l’unico Bucintoro settecentesco ancora esistente, “armato” per intero con albero, remi e vele, che per fattura e stato di conservazione è da considerarsi un capolavoro assoluto, fatto realizzare a Venezia da Vittorio Emanuele II tra il 1729 e il 1731. Insomma, un lavoro certosino, appassionante, che ha incontrato il favore del pubblico.

I Giardini della Reggia, dei quali non era rimasta neppure una vaga fisionomia, sono il risultato di un grande lavoro di ricostruzione paesaggistica e architettonica. Rispetto alla loro origine sei-settecentesca, cosa è stato recuperato e come si configurano oggi?

Pure i Giardini hanno avuto la loro straordinaria avventura, parallela a quella della Reggia. E oggi sono tornati a dare gioia a chi li visita. Anche in questo caso il lavoro di studio è stato fondamentale per capire le fasi evolutive, e poi proporre le nuove soluzioni.
Amedeo di Castellamonte a metà Seicento disegna il primo giardino all’italiana, come non poteva essere altrimenti in quel periodo: un muro, varie fontane, tante statue. Un progetto ampio, che dalla Sala di Diana si espandeva nel giardino alto, poi attraverso la Fontana d’Ercole scendeva nel giardino basso e proseguiva con il Gran Canale fino al Tempio di Diana, a 800 metri di distanza. Qui lo sguardo si fermava, e dopo vi erano solo i boschi. È il concetto stesso di quel tipo di giardino: l’uomo si ritaglia un pezzo di natura e lo piega alla sua volontà, anche per la sua sicurezza, garantita dal muro che lo circonda.
Cinquant’anni dopo tutto cambia, come in tutti i giardini d’Europa. È l’apoteosi del sovrano assoluto (in primis di Luigi XIV all’apice del suo successo), e nulla deve ostacolare il suo sguardo. Così Garove prima e Juvarra dopo eliminano ogni costruzione che ostacoli la vista del loro sovrano: quel Vittorio Amedeo II che finalmente aveva portato alla Dinastia il titolo regale. Per cui vengono abbattuti i muri, vengono smontate le fontane, tutto viene aperto, fino a raggiungere la notevole estensione di 80 ettari. Si disegnano le grandi allee che allungano la vista all’infinito, affinché il sovrano possa vedere tutti i suoi domini. La natura non fa più paura e tutto può essere lasciato aperto. Non solo, ma gli assi del giardino sono in diretta relazione con gli assi prospettici delle enfilade delle sale, per cui le linee architettoniche e le prospettive si intrecciano tra interno ed esterno.
Tutto questo nell’Ottocento fu cancellato e i grandi spazi trasformati in immensi campi di esercitazione della cavalleria: grandi piazze d’armi in cui i reggimenti potevano compiere le loro evoluzioni. Doveva essere uno spettacolo imponente vedere centinaia se non migliaia di cavalli in azione, ma certamente non era lo spirito originario della Reggia.
Nel secondo dopoguerra, parallelamente al degrado della residenza, anche i Giardini sembravano irrimediabilmente perduti, sostituiti da usi impropri e boscaglie inestricabili. Ma anche per loro il grande progetto di restauro del 1997-1998 portò una nuova vita. Furono studiati con attenzione il gran numero di disegni, di progetti, di schizzi. Poi, e questo è un simpatico aneddoto che testimonia della multidisciplinarietà del “metodo Venaria”, fu realizzata una fotografia satellitare in una condizione climatica particolare, dopo una pioggia intensa, e… “magicamente” apparvero tutte le linee portanti dei giardini. Riemersero sotto l’erba i tracciati delle allee, dei quadrati, delle bordure, e si evidenziò il disegno settecentesco dei giardini. Così fu possibile capire quanto dei vari progetti era stato realizzato, e su questa base ripensare il nuovo giardino. Si giunse all’inaugurazione nel giugno del 2007, con un piccolo anticipo rispetto all’apertura della Reggia. Negli anni successivi fu poi realizzato il “Potager Royal”, che in 10 ettari ripropone una delle caratteristiche dei giardini delle grandi residenze, dedicato specialmente alle piante e alle essenze autoctone. 

Con la Mandria e il Castello ha inizio la seconda fase di sviluppo del complesso della Venaria. Come si configurava il progetto?

La Mandria è il grande, anzi l’immenso parco della Reggia. È il naturale completamento della più ampia delle residenze reali sabaude. Già all’indomani della costruzione della Reggia iniziarono gli acquisti dei terreni tra la pianura e le pendici delle montagne. Un territorio ondulato, ricco di selvaggina, all’epoca ideale per la “chasse-à-courre”, cioè la grande e scenografica caccia tipica delle grandi corti europee. In essa, in un complesso connubio tra natura e uomo, si materializza quello che all’epoca era il rapporto tra l’azione dell’uomo e lo sviluppo della natura. Dunque, un luogo di svago ma anche un luogo di produzione. Ben presto alla Mandria si introduce l’allevamento dei cavalli destinati alla Dinastia, alla Corte e anche all’esercito. È in quest’ottica che sorge il Castello e si costruiscono i primi edifici, dapprima su disegni di Michelangelo Garove, poi di Filippo Juvarra. Ma non solo, inizia anche la produzione agricola più tradizionale, in parte destinata proprio alla Corte. La Mandria è dunque il luogo dove il rapporto tra uomo e natura si concretizzò tra Sei e Settecento, e poi si sviluppò. 

Immersi nel Parco della Mandria ci sono gli Appartamenti Reali del Castello, legati alla storia di Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana. Quale spaccato di vita raccontano queste sale?

Nell’Ottocento la Mandria si avvia verso una nuova vita. Mentre la Reggia è sede dell’esercito, il Castello assume una nuova veste residenziale. Viene infatti scelta da Vittorio Emanuele II come sua abitazione privata, secondaria, che ben presto trasforma nel suo “nido d’amore” con Rosa Vercellana, la sua amata “bela Rosin”, la giovane e procace amante che più tardi diventerà sua moglie morganatica con il titolo di Contessa di Mirafiori e Fontanafredda. Alla Mandria vennero così allestiti gli Appartamenti reali, sì importanti, ma con una dimensione privata, quasi intima. Soffitti bassi, mobili “moderni” per l’epoca e non gli austeri saloni settecenteschi, dove il “gran re” poteva dedicarsi alla caccia, sua grande passione, con i suoi scudieri, i suoi amici e la nuova famiglia che si era creato. A questo scopo furono infatti realizzati come reposoir di caccia la Villa dei Laghi e La Bizzarria.
All’indomani della sua morte, avvenuta nel 1878, il nuovo re Umberto I vendette l’intera proprietà ai marchesi Medici del Vascello, che mantennero gli Appartamenti nel loro allestimento originale, in segno di rispetto verso il defunto re, così che sono pervenuti fino a noi completamente arredati. Gli Appartamenti furono abitati solo a fine Ottocento dai duchi d’Aosta, nipoti del re, quando Emanuele Filiberto, nominato comandante del IV Reggimento di Artiglieria a Cavallo con sede proprio alla Reggia, scelse la Mandria come sua abitazione. Per cui oggi nell’enfilade delle oltre 20 sale, tutte affacciate sul gran bosco della Mandria, di cui si scorgono scorci di grande fascino, si vivono facilmente le emozioni e le atmosfere della straordinaria vita del “gran re”, che riuscì nell’ardita impresa di unificare la frantumata Italia in una realtà unitaria.