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Art & Oil. Parallel Destines

ARTE & FINANZA di Alessandro Secciani
Direttore di FONDI&SICAV

Apparentemente sono due settori che non hanno nulla a che vedere, e soltanto fino a pochi mesi fa nessuno vedeva la minima correlazione. Nella realtà si è visto che tra il petrolio e il mercato dell’arte ci possono essere relazioni tutt’altro che secondarie e che i corsi in discesa dell’oro nero, com’è avvenuto nel corso dell’ultimo anno, possono fare male a tantissimi settori, arte compresa. Innanzitutto vediamo i termini del disastro. Fino a un anno e mezzo fa il petrolio, nei suoi due benchmark principali, il Brent per l’Europa e il Wti per l’America, veleggiava intorno a 70 euro al barile. Si trattava di un livello che in fondo andava bene a tutti: consentiva ai paesi produttori di vivere bene e ricavare notevoli guadagni, che a loro volta venivano spesi in gran parte nei paesi occidentali. Inoltre non si trattava di valori troppo elevati, per cui il costo dell’energia nei paesi importatori d’idrocarburi non era troppo penalizzante sui consumi finali. Questo quadro quasi idilliaco, però, da oltre un anno è saltato e si è arrivati a quotazioni del greggio fin sotto 27 dollari al barile. Oggi siamo intorno a 35 dollari, quindi ancora molto lontani da quei livelli di equilibrio che andavano bene a tutti, e per di più c’è chi afferma che si potrebbe arrivare addirittura sotto 20 dollari al barile.

A questo punto si tratta di comprendere perché questi fenomeni incidono sui prezzi battuti nelle maggiori aste.

Una borghesia emergente impoverita
Il primo e più banale è che negli ultimi dieci anni nei paesi emergenti si è creata una nuova base di borghesia benestante che ha rivolto una parte della propria attenzione, e di conseguenza del proprio denaro, alle opere d’arte. Le gallerie d’arte cinesi, ma anche quelle dell’America latina, della Russia e degli altri paesi dell’est, del Medio Oriente hanno avuto negli anni migliori del petrolio uno sviluppo travolgente. Oggi, con il ribasso del greggio e di quasi tutte le altre materie prime molti paesi sono andati brutalmente in difficoltà, come il Brasile e la Russia, mentre altri, come il Venezuela, sono sull’orlo del fallimento. In queste condizioni il mercato dell’arte non può certo prosperare, vista l’assenza di compratori, affaccendati a risolvere ben altre difficoltà. Il rischio è che molti pezzi comprati negli anni scorsi tornino in massa sul mercato e diano un notevole contributo ad abbassare le quotazioni di dipinti e altre opere d’arte.

Sconquassi anche in Europa
Ma non si tratta solo di ciò. Contrariamente a quello che hanno pensato all’inizio molti economisti, la caduta del prezzo del petrolio provoca pesanti sconquassi anche tra gli acquirenti di materie prime energetiche. In pratica l’Europa, che dovrebbe trarre vantaggio dal basso petrolio, non ha avuto da rallegrarsi: le maggiori compagnie mondiali che estraggono oro nero, le società di engineering, le tecnologie connesse hanno tutte sede in Europa e negli Usa, e sono state pesantemente penalizzate dai prezzi in picchiata del greggio. Di conseguenza i listini azionari di tutto l’Occidente sono scesi a precipizio dietro ai corsi delle materie prime energetiche. Ma si sa che il mercato dell’arte è strettamente correlato alle borse azionarie: quando i listini salgono, i prezzi delle opere d’arte seguono a ruota, mentre quando crollano anche l’arte perde valore. È evidente a questo punto che l’enorme volatilità che si è manifestata sulle azioni non potrà non incidere sulle aste prossime venture.

Ma negli Stati Uniti…
La situazione peggiore da questo punto di vista si manifesta negli Stati Uniti, dove lo sfruttamento dello shale oil (petrolio di scisto) aveva fatto sperare in una nuova rinascita dell’economia e in un trend di ripresa di grandi dimensioni. Il problema è che l’estrazione del greggio negli Usa è cara (si parla di una media intorno a 40 dollari al barile) e con gli attuali prezzi l’industria locale non è in grado di tenersi in piedi. Non a caso sono già arrivati i primi fallimenti che hanno colpito azioni e obbligazioni create per finanziare le ricerche, e soprattutto tutto ciò ha creato la paura che la prima economia del mondo possa entrare in recessione dopo anni di crescita. Una prospettiva di questo genere ha portato insicurezza e timori di ogni genere. Insomma il substrato peggiore per chi pensa di spendere soldi acquistando azioni, ma anche opere d’arte.
In conclusione, se fino a qualche mese fa la visione economica era improntata all’ottimismo, con tassi addirittura negativi e una liquidità immessa dalle banche centrali senza precedenti, adesso il grado di fiducia è molto, molto, compromesso. Probabilmente nel mercato dei beni artistici è la fase migliore per chi vuole comprare, non certo per chi pensa di spuntare alte quotazioni.

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