Intervista di Luca Violo ad Angelo Tartuferi*
Per Giorgio Bonsanti “Beato Angelico intorno al 1420, è il più importante pittore fiorentino alla fine del periodo gotico”. Non Lorenzo Monaco, né Gherardo Starnina e nemmeno il grandissimo Masolino da Panicale. Per un reale approfondimento sulla formazione artistica dell’Angelico, per offrire spunti al dibattito in merito alla sistemazione attributiva e stilistico-cronologica delle sue opere più antiche, quanto è stata importante la sezione di dipinti allestita al Museo di San Marco?
La sezione del Museo di San Marco è stata costruita con l’obiettivo di fissare lo stato degli studi intorno a questo periodo aurorale di uno straordinario artista, soprattutto, anche dopo la mostra, riguardo tutte le problematiche inerenti i suoi inizi, a cominciare dalla nascita, poiché è fondamentale, in particolare nel caso dell’Angelico, domandarsi esattamente quando è nato. Non è questione di poco conto precisare se sia nato, ad esempio, nella prima metà dell’ultimo decennio del Trecento, oppure intorno al 1395-1400, come di solito veniva indicato dalla letteratura più recente. In occasione della mostra ho riportato alla luce il suggerimento di Miklós Boskovits, che si domandava se in realtà l’Angelico non fosse nato qualche anno prima, ossia nella prima metà degli anni Novanta del Trecento. In tal caso potremmo collocare cronologicamente in maniera più plausibile tutte le opere degli inizi attribuitegli negli ultimi cinquant’anni.
L’opera più antica che gli viene accreditata è la Madonna dell’Umiltà di San Pietroburgo, datata intorno al 1415, per la quale è necessario presupporre un apprendistato precocissimo, stante l’innegabile maturità, anche tecnica, con l’oro trattato con sicura maestria, che quindi induce a considerare che l’Angelico sia nato entro la metà dell’ultimo decennio del Trecento.
Nell’ economia della sezione della mostra a San Marco risulta particolarmente grave l’assenza della Madonna di San Pietroburgo, per i ben noti motivi bellici, e della Madonna di Rotterdam. La presenza di questi due capolavori indiscussi degli esordi dell’artista avrebbe consentito confronti ben più importanti e articolati, e sono convinto che si sarebbe potuta constatare in tutta la sua evidenza la stretta vicinanza culturale e stilistica del giovane Guido di Pietro con Gherardo Starnina, indipendentemente dal fatto che egli abbia frequentato o meno la sua bottega. In altre parole, anche il pubblico più vasto avrebbe potuto comprendere in maniera inequivocabile che il maestro fiorentino era il punto di riferimento principale per la prima attività di Beato Angelico. Tuttavia, questa proposta è condivisa solo da una parte della critica ed è messa in discussione anche nella recente recensione della mostra uscita sul Burlington Magazine a firma di Anne Leader, studiosa molto vicina alle posizioni di Laurence B. Kanter, che ritiene che il mentore o comunque l’artista che più ha influenzato il giovane Angelico sia Lorenzo Monaco. Una tesi che io ritengo davvero inconsistente, soprattutto in puri termini di stile, se si considera l’intima vicinanza delle opere più antiche dell’Angelico con le tavole di Gherardo Starnina presenti in mostra, cioè il Redentore e l’Annunciazione dello Städel Museum di Francoforte e la bellissima Madonna del Museo Diocesano di Milano.
Questo straordinario evento espositivo che ha raccolto in assoluto il più grande numero di opere autografe riafferma in modo definitivo il ruolo centrale di Angelico, in via parallela e affatto autonoma rispetto a Masaccio, nell’avviare il primo Rinascimento in pittura. Cosa unisce, ma nel contempo rende unici, un innovatore assoluto e radicale come Masaccio e un sublime, soave interprete della tradizione tardogotica come Beato Angelico?
La differenza di fondo risiede per me in un connotato fondamentale della grandezza di Beato Angelico, vale a dire il respiro straordinario della sua opera che non dimentica la grande tradizione figurativa trecentesca fiorentina, ma al contrario la riprende e la interpreta, per poi rinnovarla con un afflato nuovo e rinascimentale.
Tra le opere della mostra quella che ci parla in maniera più esplicita di questo concetto è il recuperato Trittico francescano del 1428 – 1429 che ora è tornato dopo la mostra a San Marco, esposto naturalmente senza la predella che eccezionalmente riunita per l’esposizione è tornata a disperdersi tra la Gemäldegalerie di Berlino, i Musei Vaticani e il Lindenau-Museum di Altenburg. Questa opera straordinaria ci fa capire quanto il pittore domenicano fosse a conoscenza e considerasse la tradizione figurativa trecentesca: l’elemento centrale della predella cita praticamente gli affreschi della Cappella Bardi a Santa Croce affrescata da Giotto. Masaccio, nato nel 1401, è figlio del nuovo secolo e questo piccolo scarto temporale ha un grande significato sul piano storico. Angelico è uomo del Trecento come Paolo Uccello, mentre Masaccio «nasce già imparato», si direbbe a Napoli, questa è la differenza fondamentale rispetto al loro diverso approccio al Rinascimento. I punti in comune che poi ci autorizzano a dire che il rinnovamento non è stato frutto solo del genio rivoluzionario del valdarnese Masaccio, ma anche con piena consapevolezza per opera del Beato Angelico, è il fatto che entrambi approntano e ci restituiscono una visione straordinariamente naturalistica della realtà che li circonda: per Beato Angelico la percezione del reale avviene sub specie aeternitatis, sempre e comunque, mentre Masaccio offre una presa diretta sulla realtà come nessun altro in quel tempo, solo Donatello talvolta sembra superarlo, anche con aspetti brutali che evidenziano la sua straordinaria modernità plastica, ma in entrambi i casi sono interpretazioni della realtà dove il vero si svela nella sua natura più umana che trascende il sacro. Angelico non rinnegherà mai le sue premesse tardogotiche: un dato, quest’ultimo, che forse più di ogni altro e in maniera inequivocabile afferma la grandezza assoluta della sua personalità. Prendendo avvio da questa base solidissima e irrinunciabile, Fra Giovanni da Fiesole nel primo decennio di attività – dal 1415 al 1425 circa – aggiorna prodigiosamente la sua visione pittorica, in maniera straordinaria e affatto indipendente da Masaccio. Un punto di contatto evidente tra Angelico e Masaccio lo troviamo nella predella raffigurante l’Imposizione del nome a san Giovanni Battista, conservata nel Museo di San Marco, dove il muro di sinistra è una citazione libera e immediata di quello sullo sfondo della scena con la Resurrezione del figlio di Teofilo nella Cappella Brancacci alla Chiesa del Carmine, e dove l’ambientazione è una delle più rappresentative e significanti del primo Rinascimento in pittura, in perfetta sintonia inoltre con i pensieri di Brunelleschi e Donatello. Ma Angelico non desume più o meno strettamente dai suoi eminenti colleghi, e neanche li interpreta a modo suo. Più semplicemente li conosce, assimilando nel profondo quanto da loro proposto, e si esprime già sulla fine degli anni Venti con il suo linguaggio più bello e “fastoso”, da ogni punto di vista, quello che caratterizzerà il decennio successivo e che culminerà nel grandioso Tabernacolo dei Linaioli. Angelico persegue un percorso di maturazione che lo porta dal tardogotico al rinascimento, avviato già con scampoli di naturalismo vero, a partire dal Trittico di San Pietro Martire del 1422-1423, in cui risultano straordinariamente innovative le due porzioni triangolari in alto con la Predica di San Pietro Martire e con il Martirio di San Pietro Martire, che dal punto di vista del paesaggio, della vegetazione, offrono alcuni spunti naturalistici – come il pulpito di legno fatto di assi inchiodate – che non hanno nulla da invidiare rispetto a quelli di Masaccio.
Quanto è fondamentale per una corretta lettura storico-artistica dell’opera di Beato Angelico un’analisi documentatissima attraverso la quasi totalità della sua produzione a noi pervenuta di alcune componenti stilistiche e tecniche del suo operare come il colore, la luce, lo spazio e il trattamento dell’oro?
Credo che gli aspetti sopra indicati siano alla base di buona parte del successo incredibile che ha avuto la mostra dedicata a questo artista straordinario, perché oltre all’indubbia capacità organizzativa e anche comunicativa di Palazzo Strozzi, è legittimo pensare che le lunghissime code dei visitatori, l’affollamento e l’attenzione intensa di fronte alle sue opere, siano il frutto del colore, delle stesure pittoriche e delle decorazioni delle parti dorate, che sono certamente fra le più belle in assoluto della storia dell’arte di ogni epoca. E non è certamente un caso se in Instagram si è potuto registrare un incredibile profluvio di dettagli dei suoi dipinti, una miriade di particolari che lascia senza fiato. Le decorazioni delle dorature del Beato Angelico, da quelle più semplici a quelle di straordinaria raffinatezza e complessità, trovano gli unici confronti possibili in alcuni grandi artisti del Trecento, Simone Martini in primis, il Maestro di Figline e Bernardo Daddi, fino a Giovanni da Milano, quest’ ultimo, un perfetto antenato ideale dell’Angelico!
Il successo di pubblico straordinario della mostra, oltre 250.000 visitatori a Palazzo Strozzi e oltre 100.000 a San Marco, sollecita a interrogarsi in maniera non superficiale sui fattori che l’hanno determinato. Una ragione potrebbe essere che Beato Angelico è da sempre un archetipo della bellezza soave e angelicata, meta imprescindibile del raffinato conoscitore in visita a Firenze sulle orme del Grand Tour, ma anche suddividere la mostra tra i suoi inizi negli spazi di San Marco, con una scansione cronologica, e lo sviluppo tematico di Palazzo Strozzi che ha reso la fruizione più aperta e accessibile verso un’artista celeberrimo ma non così conosciuto nelle sue molteplici sfaccettature di miniatore, pittore e frescante. Ma esistono delle ragioni più recondite che preparando la mostra le sono venute alla mente?
Come già accennato, il successo straordinario della mostra non può spiegarsi soltanto alla luce dell’innegabile capacità organizzativa e comunicativa di Palazzo Strozzi. È giusto anche indicare nell’artista un archetipo universale di una bellezza assoluta, esaltata e resa addirittura “paradisiaca” dall’altissimo spessore spirituale delle sue creazioni. Non meno importante credo sia stata la scoperta da parte del pubblico di un narratore di straordinaria ed efficacissima semplicità: le “prediche” pittoriche di Fra Giovanni hanno saputo trasmettere il dettato delle Sacre Scritture e delle fonti agiografiche non soltanto in maniera inappuntabile sul piano teologico, ma lo hanno rivestito di un’umanità quotidiana, comprensibile sia ai suoi confratelli e soprattutto ai potenti e alla gente più semplice del suo tempo, ma in aggiunta anche al vastissimo pubblico dei nostri giorni. Io mi auguro inoltre – più verosimilmente mi illudo -, che almeno una parte delle centinaia di migliaia di visitatori della mostra, abbia percepito anche la potenza del messaggio artistico angelichiano quale elemento costitutivo non marginale dei valori fondanti della nostra cultura occidentale. Valori che per l’appunto includono, in posizioni preminenti, la fede cristiana e la straordinaria fioritura artistica attraverso i secoli che l’ha illustrata e diffusa in ogni angolo del vecchio continente.
Ultimo e non meno importante, il contributo – atteso e auspicabilmente decisivo -per il recupero del ruolo di primo piano della pittura dei Primitivi (l’Angelico come Paolo Uccello era nato alla fine del Trecento!) nell’ambito del mercato artistico internazionale. Come ai tempi di Bernard Berenson e Roberto Longhi all’inizio del XX secolo assisteremo ad un nuovo collezionismo all’arte che sceglierà artisti come Angelico che precedono e affiancano la rivoluzione culturale e artistica del primo rinascimento fiorentino?
Come studioso che si occupa da sempre e prevalentemente se non esclusivamente di opere d’arte che vanno dal XII al XV secolo lo spero ardentemente, perché in questo arco di tempo abbiamo assistito alla costruzione di linguaggi artistici che rappresentano le fondamenta dell’arte occidentale. Il successo planetario dell’Angelico porterà dei riflessi positivi nella percezione del valore assoluto di un’artista che si manifesta nella sua tangibile bellezza, testimone di una stagione di straordinaria vivacità economica e culturale di cui l’arte è un fulgido e immortale riflesso. L’acquisto da parte dello Stato dello stupendo Antonello da Messina sembrerebbe rafforzare questo criterio, ovvero che i valori incontestabili dei grandi nomi e della qualità assoluta non hanno mai smesso di attirare l’attenzione del grande collezionismo e di un pubblico di appassionati fruitori che vogliono comprendere in profondità il modus operandi dei massimi artisti di ogni tempo. Quando la storia dell’arte è quella con la S maiuscola l’interesse è immediato – un esempio lo possiamo trovare nel recupero della piccola tavoletta di Cimabue in Francia, trattenuta nel paese come “tesoro nazionale”, e nella vicenda relativa alla Crocifissione di Beato Angelico acquistata dall’Ashmolean Museum di Oxford – e allora i primitivi piacciono e raggiungono obiettivi assoluti.
Per il pubblico internazionale San Marco è una scelta colta ma di nicchia, rispetto al circuito fiorentino che prevede la Galleria degli Uffizi, la Galleria dell’Accademia, il Museo Nazionale del Bargello. Dopo il successo della mostra di Beato Angelico spero che San Marco diventi un po’ simile a quello che il museo di Cluny rappresenta per Parigi, ovvero un museo squisitamente della città, dove lo spettatore ha il raro privilegio di attraversare la storia dalla fine del Duecento, quando il convento era abitato dai monaci Silvestrini, per arrivare poi ai Dominicani, all’appoggio di Cosimo il Vecchio e della famiglia Medici, cui si deve il completo rinnovamento del complesso ad opera di Michelozzo e il suo straordinario sviluppo in epoca rinascimentale , da Sant’Antonino e Beato Angelico, a Savonarola e Fra Bartolomeo.
* Curatore della mostra “Beato Angelico. Gli esordi”, Museo di San Marco, Firenze, 26 settembre 2025 – 25 gennaio 2026. Già direttore del Museo di San Marco dal 2020 al 2024