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Vittorio Amedeo Cignaroli e i paesaggi felici dell’Arcadia

Vittorio Amedeo Cignaroli nel 1782 fu ricordato da Vittorio Amedeo III come il ‘nostro pittore in paesaggi e boscarecce’, distinguendosi così quale principale paesista del Rococò piemontese. La sua fortuna critica ha inizio con la mostra fiorentina del 1922 a cui seguirono gli interventi del De Logu nel 1931, ma solo con la mostra dedicata al Barocco piemontese del 1963 si delineò un’adeguata ricostruzione della sua personalità che condusse alla monografia pubblicata da Verdoja Oberto. In anni recenti un riesame è stato compiuto in seguito alla mostra del 1980 e in modo particolare dagli studi di Alberto Cottino del 2001.

Figlio del pittore Scipione e di Marianna Caretti, nacque a Torino intorno al 1730. Secondo la tradizione familiare, il Cignarolo. si formò presso il padre dal quale assorbì la cultura veneta, ma con diverso orientamento. Gusto più lezioso. e nostalgie arcadiche distinguono infatti il C. dal padre, di cui fu collaboratore; i modi alquanto stucchevoli, ma sorretti da sicura abilità di mestiere, incontrarono uno straordinario successo presso la corte sabauda e l’aristocrazia piemontese. È precisamente con Vittorio Amedeo che la bottega dei Cignaroli si allargò di molto, accogliendo quantità di aiuti e rendendo così tuttora difficile una distinzione tra la produzione autografa e quella di bottega. L’opera del C. è documentata dal 1749 al 1794.

Un esauriente regesto è riportato in Schede Vesme, cui si rimanda per i dati relativi all’attività svolta nei castelli della Venaria, Moncalieri e Rivoli, della quale si è persa traccia (molti dipinti passarono sul mercato antiquario) in seguito alla devastazione e spoliazione di quelle residenze reali.

Dal 1749 al 1758 è citato per lavori in palazzo reale (un paracamino) e soprattutto per un primo gruppo di dipinti per il castello della Venaria. Nel 1762 è nominato priore della Compagnia di S. Luca a Torino. L’anno seguente ottenne la prima commissione per la palazzina di caccia di Stupinigi, che doveva diventare sede di uno dei suoi più importanti interventi: quattro sovrapporte con Vedute di caccia e varie figure, tuttora in loco nel salotto dell’appartamento di levante.

Del 1779 è la decorazione, già in palazzo Peiretti di Condove a Torino (ora in collezione privata a Parigi). Nel 1771 iniziò per Stupinigi la serie delle Cacce al cervo, fra le sue opere più note, destinate alla sala degli scudieri nell’appartamento del re e tuttora in loco: si tratta di un totale di nove tele, eseguite tra il’1771-72 e il 1778, con larga collaborazione di aiuti.

Le sette tele qui presentate nel catalogo della Collezione Appendino che sarà esitata a Genova il 27 maggio 2025 (lotti dal 190 al 193 e dal 200 al 202) per qualità e varietà illustrativa si possono giudicare tra le migliori creazioni dell’artista, in cui l’arcadica visione è strettamente legata all’estetica pittoresca di gusto europeo e il genere paesistico assume valenze prettamente cortesi, luogo privilegiato della nobiltà. Pertanto, all’autore si deve attribuire il merito di aver rinnovato il cambiamento e il distacco con il classicismo di matrice romana, intriso di evocazioni letterarie e mitologiche.

Per Cignaroli e i suoi committenti, l’Arcadia si riconosce nei possedimenti che circondano le residenze sabaude, una campagna esente da mitiche creature di ovidiana memoria, ma luogo di diletti e di cacce.