Mario Sironi è uno dei vertici dell’arte italiana ed europea del XX secolo, per il suo essere monumentale e severo, drammatico e sintetico nell’asciugare la forma e il colore all’essenza dell’espressione, come solo i maestri sono capaci.
La figura umana è, come Donatello e Masaccio, il cardine della ricerca sironiana: l’uomo è una massa plastica e cromatica che lotta contro la natura e la città. I colori sono tetri, bruni, capaci con la loro forza sommessa di raccontare le profondità dolenti dell’animo umano. Nelle sue opere cogliamo dolorosamente una rara capacità di sintesi compositiva e cromatica, dove lo spazio tra l’uomo e la natura si manifestano per contrapposte forze volumetriche, che lo portano, nell’ultima fase, ad un’astrazione di abissale armonia che lo avvicinano all’olimpica leggiadria plastica di Arturo Martini.
Nel suo straordinario eclettismo Sironi fu artista completo che spaziava dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla scenografia, dall’illustratore a feroce vignettista, capace di sintetizzate un concetto, una situazione, uno stato d’animo, in cui riconoscersi immediatamente, senza mediazioni.
Dal 1921 al 1940 l’artista sardo produce graffianti disegni satirici per il “Popolo d’Italia”, il quotidiano di regime fondato da Benito Mussolini. Vere e proprie istantanee che attraverso una galleria di personaggi e situazioni ci fanno capire, meglio di molte ricostruzioni storiche, quale fosse il clima dell’epoca. Nelle sue innate doti di disegnatore politico – che ottennero grande consenso – possiamo cogliere una parte fondamentale della sua ricerca artistica, quel mondo senza luce ne pietà che vagabonda entro e oltre una quotidianità senza speranza.
