Vestire vintage è una tendenza divenuta uno stile, e niente è più alla moda che combinare il vecchio con il nuovo.
Se la borsa è l’oggetto iconico per eccellenza, il cappello vive oggi un grande revival. C’è stato un tempo in cui era diventato semplicemente l’accessorio con cui ripararsi dal freddo, dalla pioggia e dal sole, dimenticando un po’ la lezione dei grandi couturier francesi, per cui il cappello è l’elemento che definisce la linea dell’abito e aggiunge un tocco di eleganza a chi lo indossa, l’accessorio fondamentale e irrinunciabile di ogni collezione.
Sono stati i repentini mutamenti culturali che, a poco a poco, trasformando la società e liberandola da molti formalismi hanno imposto al copricapo un diverso valore simbolico. Fino a circa metà del Novecento uscire con la testa coperta era parte del galateo, ma già negli anni Sessanta il cappello non era più un obbligo legato a regole e convenzioni sociali, ma un modo sofisticato di porsi.
Oggi è tornato ad essere un accessorio ricercato proprio perché capace di aggiungere ad ogni outfit un tocco di ricercatezza. Dai copricapo vintage alle moderne creazioni – ispirate al passato o assolutamente originali -, il cappello è l’accessorio con il quale giocare e apparire.
Per Philip Treacy, il milliner irlandese più famoso dei nostri tempi, che ha lavorato per le grandi maison come Chanel e Givenchy, che disegna copricapi come sculture per le star internazionali, e veste le teste della famiglia reale inglese, i cappelli sono tutta “una questione di emozioni”. Ciò che conta, “è come ti fanno sentire”. Ed è su quest’onda di pensiero che oggi si è tornati a indossarli.
Il XX secolo ha dato una nuova definizione alle fogge e all’uso del cappello. Fra Otto e Novecento a emergere per tradizione e creatività, e a dettare lo stile sia femminile sia maschile del copricapo nel mondo, furono Francia e Inghilterra; nondimeno l’Italia, con i cappelli in feltro di altissima qualità di Giuseppe Borsalino, che dopo un apprendistato a Parigi fondò, nel 1857, la sua fabbrica ad Alessandria, rivoluzionando il copricapo maschile. Con l’iconico e intramontabile Fedora, morbido e destrutturato rispetto ai rigidi cilindro e bombetta inglesi, Borsalino conobbe una fama internazionale che non è mai venuta meno.
Se nel pieno della Belle Époque la sua foggia era ancora rivelatrice del lignaggio sociale di chi lo indossava, a partire dagli anni dieci del Novecento il copricapo femminile divenne un elemento distintivo della personalità, ma anche sinonimo di libertà: non più gli ampli, vistosi e ornatissimi cappelli fermati sull’acconciatura da grandi spilloni, ma copricapi che riflettevano i cambiamenti del costume, uno stile di vita più dinamico ma che non voleva rinunciare all’eleganza.
All’inizio del Novecento a rompere con la tradizione fu Paul Poiret, con le sue creazioni rivoluzionarie che aprirono la strada alla modernità. Fu il primo a liberare le donne dai costrittivi corsetti con abiti dalle silhouette molto fluide che rispettavano le forme naturali del corpo. Ai cappelli dalle ampie falde Poiret sostituì i meno voluminosi ma esotici turbanti – omaggio alla sua passione per l’Oriente -, ed elaborati copricapi aderenti alla testa. Negli anni Venti si affidò per gli accessori alle mani e alla fantasia di Madeline Panizon, che a Parigi conduceva un rinomato atelier da cui uscivano copricapi dalle fogge ricercate quanto originali, come i cappelli a casco ornati con ricami, bordi in passamaneria, nappe e piume.
Il turbante tornò di tendenza negli anni Trenta e Quaranta con Elsa Schiaparelli. I suoi cappelli-scultura, da pomeriggio e da sera, ispirati all’arte e al teatro, che accompagnavano le sue mise, divennero celebri a tal punto da ispirare un saggio di Tristan Tzara sulla rivista Minotaure. Restano nella storia del costume i suoi abiti nati dalla collaborazione con le Avanguardie, con Salvador Dalì e Jean Cocteau.
Nel 1908 Caroline Reboux – la celebre modista francese che a cavallo del secolo creava accessori di alta moda – inventò la cloche, il cappello in feltro dalla forma a campana che si sposava perfettamente ai capelli a caschetto e alle nuove tendenze della moda: i pantaloni cominciarono a entrare nel guardaroba femminile, le gonne si accorciano fino al ginocchio, il jersey – nato per gli abiti da lavoro e da campagna – divenne un versatile tessuto per eleganti completi da città. Una moda che era lo specchio di una nuova generazione di giovani donne che, di questo stile – per l’epoca audace e anticonformista – fecero un simbolo di libertà, di emancipazione e di fascino.
A esaltare questo spirito anticonvenzionale fu Mademoiselle Chanel, che mosse i suoi primi passi nel mondo della moda proprio come modista. Per lei due erano i punti fermi nell’educazione di una donna: “non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello”. Coco tolse formalità al copricapo e rese elegante la semplicità: dalla paglietta al morbido basco impreziosito da una brôche – presi in prestito dal guardaroba maschile -, al copricapo con veletta e piccoli fiori applicati.
Icona dei ruggenti anni Venti era la calottina da sera ricamata a rete e decorata con perline, simbolo delle flapper, di uno stile di vita libero, indipendente, e perché no ribelle. La calotta in maglia metallica, di ispirazione Medievale, tornò iconica negli anni Sessanta nelle collezioni sperimentali e innovative di Paco Rabanne .
Negli anni Trenta nacque anche il pillbox, così detto per la sua forma a tamburello che ricordava i berretti militari. Un accessorio di pura estetica che si affermò definitivamente negli anni Sessanta.
Nel secondo dopoguerra il bisogno di superare gli anni bui e terribili del conflitto si riflesse in tutti i campi della società, e pure sul costume. Christian Dior portò nella moda un vento di cambiamento. Dette agli abiti “un aspetto del tutto nuovo” – come scrisse la caporedattrice di Harper’s Bazaar -, riscrivendo il concetto di eleganza con creazioni che disegnavano e valorizzavano la figura femminile. Accessorio fondamentale che accompagnava tutte le sue collezioni era il cappello, l’elemento che dava “equilibrio alle proporzioni”. Come immaginare il Bar suite, intramontabile icona del New Look, senza il suo tonkinois di paglia bianca? Nel 1948 creò appositamente nella maison un atelier dedicato esclusivamente ai cappelli – fino allora disegnati da Maud Roser -, diretto dalla sua preziosa consulente Mitzah Bricard: cappelli in paglia intrecciata di ispirazione vietnamita o decorati con piccoli mazzetti di mughetto, turbanti orientaleggianti, calotte rigide con applicate lunghe sciarpe in taffettà, estrosi bibi e berretti bordati da preziose velette, e l’iconico cappello leopardo.
Sarà Yves Saint Laurent che alla morte di Dior, nel 1957, porterà avanti la maison per un breve tratto di strada, anticipando con i suoi abiti a trapezio lo stile che, dal 1961, segnerà le sue future collezioni e un cambiamento significativo nelle tendenze della moda.
Dal Novecento ad oggi, ogni foggia di copricapo nato nei primi trent’anni del XX secolo, è stato nei decenni successivi ripreso e reinterpretato da tutti i grandi couturier. Perché il cappello non è un semplice accessorio, ma un elemento che definisce, completa e aggiunge un tocco di eleganza ad ogni outfit.
Nell’asta Wannenes del 14 maggio 2026, dedicata alle borse e agli accessori di lusso, una selezione di sedici cappelli e copricapo femminili firmati Yves Saint Laurent Rive Gauche degli anni Settanta e Ottanta, tra cui alcuni pezzi da collezione e da passarella, ha catturato l’attenzione degli acquirenti, a conferma di una riscoperta del cappello come accessorio sofisticato. La boutique Rive Gauche nacque nel 1966, portando le competenze dell’alta moda nella linea prêt-à-porter.
Da osservatore del costume e da appassionato d’arte e di teatro, Yves Saint Laurent rilesse lo stile cogliendo i sentori della rivoluzione femminile: dai vestiti trasparenti in tulle, pizzo, organza e chiffon; ai velluti per la sera; all’abito Mondrian omaggio alle composizioni cromatiche in rosso, blu e giallo dell’artista olandese; al completo smoking, al trench, alla sahariana ispirata alle sue origini algerine, rivisitati dal guardaroba maschile.
Tipici del linguaggio creativo di Yves Saint Laurent, i cappelli presentati da Wannenes andavano dal più scenografico modello scultoreo decorato in tulle, agli essenziali pillbox, alle ariose creazioni a tesa larga in rafia o fibra naturale intrecciata con fiori applicati e nastri gros grain, ai modelli da sera in feltro vellutato per una silhouette elegante.