Per i greci l’immagine conservava un carattere misterioso, persino magico. Indubbiamente le loro immagini provengono da culti orientali più antichi, che si manifestano in riti. Il mortale che osava guardare gli dèi era colpito da follia e da cecità, ma sembra che si pensasse che anche certe rappresentazioni degli dèi avessero lo stesso potere.
Dopo il periodo iconoclasta del VIII-IX secolo si instaura nell’arte bizantina, e di riflesso nell’arte iconica, un rigoroso e sistematico ordinamento in tutte le sue manifestazioni.
L’influsso dell’arte popolare, che molto aveva influito alla base dell’arte bizantina, viene posto in secondo piano e sostituito dal ritorno all’antico (più precisamente all’ellenismo); una concezione di arte aulica, solenne e monumentale, che riflette fedelmente il carattere profondamente conservatore delle classi dominanti.
È in questo periodo che si provvede alla elaborazione di quel modello ideale che per secoli rimarrà unico ed invariato.
I monaci pittori dovevano significare nelle loro opere non fenomeni (quindi non una pittura naturalistica) ma l’idea da cui essi derivano, l’archetipo (una pittura spirituale); e poiché l’idea era immutabile nel tempo, tale doveva essere anche ogni sua rappresentazione: accostarsi idealmente il più possibile all’archetipo e riuscire ad esprimerlo, rappresentandolo, era il fine primario di ogni manifestazione artistica.
Tale concetto di arte non doveva chiaramente tener conto dei concetti di spazio e di tempo: il fondo oro significava e sostituiva lo spazio e distaccava dal tempo reale la figura rappresentata, che veniva quindi inserita in una dimensione ideale totalmente avulsa da riferimenti corporei. Persone e cose venivano rappresentate prive di peso, il corpo era dipinto secondo regole ascetiche, le vesti cadevano rigidamente, gli alberi e la natura circostanti venivano stilizzati.
La testa, espressione dell’anima, diviene il fulcro dell’immagine; nello sforzo di mostrare il più possibile l’anima il pittore effigiava il volto in modo caratteristico: gli occhi fissi sull’osservatore, erano esageratamente grandi, le labbra, sottili, quasi immateriali, erano prive di sensualità, il naso si profilava come una linea sottile, verticale e leggermente curva, la fronte era molto alta e con le sue dimensioni schiacciava il resto del viso.
La figura diventava quella forma sensibile che permetteva all’uomo di elevarsi verso Dio. L’immobilità delle figure aveva un profondo significato religioso, perché la persona umana, conquistata una spiritualità divina, era in pace con sé stessa, serena, tranquilla: per questo nelle Icone i santi appaiono dipinti in stato contemplativo, impassibili e privi di dinamismo.