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SIMONE CANTARINI. UN GIOVANE MAESTRO TRA PESARO, BOLOGNA E ROMA

dal 22 maggio al 12 ottobre 2025

Nell’anno 1612 moriva Federico Barocci e nasceva Simone Cantarini. Idealmente gli stessi si passano il testimone nelle sale di Palazzo Ducale a Urbino, per raccontare l’ultimo slancio di una stagione culturale fiorita alla corte di Federico da Montefeltro e mestamente conclusasi con la morte di Francesco Maria II della Rovere. Vani furono i suoi sforzi per assicurarsi la sopravvivenza del Ducato e scongiurare l’annessione allo Stato della Chiesa, cercando la protezione del Granducato di Toscana e assicurandosi l’unione dell’agognato erede Federico Ubaldo a Claudia de’ Medici. Ma la morte prematura del figlio nel 1623 costrinse Francesco Maria al primo passo verso la devoluzione, con il riconoscimento alla Chiesa dei diritti feudali su tutto lo Stato, sottoscritto il 4 novembre 1626.
Eppure, sulle spoglie del Ducato restarono vivi gli esiti di quel linguaggio urbinate diffusosi in Italia, che fondava le sue radici nel primo Rinascimento e aveva educato i giovanissimi Raffaello e Bramante, Barocci e Federico Zuccari, fino alle tendenze caravaggesche di Guerrieri. Di tutto questo Simone Cantarini colse il peso e l’eredità.
Furono gli ultimi bagliori di una tradizione artistica che dall’inizio del Cinquecento era confluita a Roma e Bologna, i nuovi centri del potere papale e quindi dell’arte. Alla morte di Francesco Maria il 28 aprile 1631, nel suo palazzo di Casteldurante (l’odierna Urbania), finalmente papa Maffeo Barberini poté decretare l’annessione del Ducato alla Chiesa.
La mostra celebrativa del talento e la maestria di Simone Cantarini, che giunge dopo 28 anni dalla storica monografica di Andrea Emiliani alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, è curata da Luigi Gallo, direttore della Galleria Nazionale delle Marche, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa, e organizzata in collaborazione con le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Palazzo Barberini e Palazzo Corsini di Roma, che conservano un nucleo importante di opere dell’artista, concesse in prestito a Palazzo Ducale.
Una mostra di studio che dopo due anni di ricerche e numerosi restauri ha portato alla rilettura dell’intera opera di Simone Cantarini nei suoi passaggi salienti, prima e dopo il 1631, anno della devoluzione del Ducato di Urbino allo Stato della Chiesa. In particolare sono stati approfonditi gli aspetti ancora poco noti della sua produzione artistica: l’iniziale attività a Pesaro e nel Montefeltro, sua terra d’origine; la burrascosa relazione col maestro Guido Reni; il funzionamento della sua bottega; i rapporti con la famiglia Barberini, primi importanti committenti del pittore, in particolare col giovane cardinal legato Antonio Barberini junior, nipote di papa Urbano VIII, effigiato da Cantarini in diverse versioni riunite a Palazzo Ducale. Tra queste si impone quella recentemente acquisita dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, proveniente dalla collezione del principe Marcello Del Drago, già attribuita a Jacob Ferdinand Voet come “ritratto virile”,  poi a Gian Lorenzo Bernini, eseguita su carta presumibilmente intorno al 1631: forse un omaggio dell’artista al giovane legato pontificio di Urbino di passaggio a Pesaro, forse lo studio dal vero per una commissione giunta dallo stesso cardinale, come lascerebbero supporre le due versioni successive su tela, e il tratto naturale e immediato dei caratteri espressivi.
I numerosi restauri eseguiti in occasione della mostra, hanno inoltre consentito di approfondire la tecnica e il modus operandi di questo tormentato quanto talentuoso protagonista dell’arte del Seicento, morto prematuramente a 36 anni nel convento di Sant’Eufemia a Verona, in circostanze che restano misteriose.
La mostra costruita sui “quadri di stanza” più significativi dell’artista, ruota attorno a tre nuclei tematici: il ritratto, i soggetti profani, e il rapporto di Cantarini con i maestri del suo tempo, letto attraverso confronti esemplificativi del contesto storico e culturale in cui visse e operò tra il Montefeltro, Bologna e Roma. Le 56 opere selezionate provengono da collezioni pubbliche e private, nazionali e internazionali, come le Gallerie Corsini e Barberini di Roma, la Pinacoteca di Bologna che partecipa con quattro dipinti, i Musei Civici di Pesaro, la Galleria Palatina, la Galleria Borghese, il Prado con la Sacra famiglia, e la Fondation Bemberg di Tolosa col San Girolamo in meditazione.
Significativo è il corpus cantariniano nelle collezioni della Galleria Nazionale delle Marche; un patrimonio entrato nel Museo solo negli ultimi anni, comprendente nove opere che sono parte dei fondi concessi in comodato dalla Cassa di Risparmio di Pesaro e dalla Banca Intesa San Paolo, e due straordinarie pale d’altare, la Madonna col Bambino in gloria e i santi Barbara e Terenzio e la visione di Sant’Antonio, requisite dalle truppe napoleoniche nel 1811 e confluite alla Pinacoteca di Brera, giunte a Urbino grazie al progetto “100 opere tornano a casa”.
In mostra anche alcuni dipinti inediti o mai esposti in pubblico, come Ercole e Iole proveniente da un’antica collezione privata; la bellissima Madonna della rosa, la cui datazione al 1642 ha consentito la ridefinizione della cronologia delle opere del pittore; e il San Giovanni Battista nel deserto, noto sino ad oggi solo attraverso le copie di bottega.
Numerosi sono gli accostamenti attorno a temi sui quali Cantarini tornò più volte nell’arco della sua breve eppure intensa carriera: tre sono i quadri raffiguranti San Girolamo; due San Giovanni Battista e due l’episodio biblico di Lot e le figlie; quattro le versioni della Sacra Famiglia.

Simone Cantarini era nato a Pesaro nel 1612. Un artista tanto talentuoso come pittore quanto come disegnatore e acquafortista. Secondo la sua più antica ed esaustiva fonte, lo storico Carlo Cesare Malvasia, Cantarini ebbe un primo apprendistato a Pesaro presso il manierista Giovan Giacomo Pandolfi; poi col veronese Claudio Ridolfi, cha a Urbino era diventato il pittore più ricercato dopo la morte di Federico Barocci. Ma l’anima veneta che aveva formato Ridolfi, insieme a un viaggio fatto a Venezia intorno al 1627, affinarono la sensibilità di Cantarini al colore e il suo talento nel ritratto, documentato in mostra da alcuni bellissimi esempi; veri, intensi e mai retorici, anche quando i volti sono quelli nobili della vecchiaia: del maestro Guido Reni, di Eleonora Albani Tomasi, del Gentiluomo e della gentildonna.
In un panorama artistico che negli anni della sua formazione si presentava defilato e poco stimolante, Simone poté comunque approfondire la sua cultura guardando a Federico Barocci, del quale, stando alle cronache di Malvasia, amò moltissimo la Beata Michelina dei Vaticani, all’epoca nella chiesa di San Francesco a Pesaro, che fu all’origine della sua vocazione artistica; ma anche guardando ai caravaggeschi, primo fra tutti il pittore di Fossombrone Giovan Francesco Guerrieri, che a Roma aveva assorbito le novità introdotte dal Merisi, e poi a quelli di passaggio nella Marche, come Orazio Gentileschi che fu attivo tra Ancona e Fabriano dal 1613 al 1619; ma soprattutto guardando a Guido Reni. Del maestro bolognese ammirò le pale giunte nelle Marche per la chiesa fanese di San Pietro in Valle (dove anche Guerrieri dipinse un importante ciclo di tele): l’Annunciazione e la Consegna delle chiavi, quest’ultima destinata all’altar maggiore del presbiterio che più tardi avrebbe accolto il San Pietro che risana lo storpio di Cantarini.
Ancor più significativa per Simone fu l’impressione ricevuta dalla visione della Pala Oliveri, inviata da Reni alla cattedrale di Pesaro tra il 1631 e il 1633, oggi ai Musei Vaticani, che in futuro gli sarà d’ispirazione per diverse opere. Questa, e la consapevolezza che i centri dell’arte fossero ormai da tempo Roma e Bologna, spinsero Cantarini alla scuola di Guido Reni.
Il suo trasferimento avvenne probabilmente intorno alla metà degli anni Trenta del Seicento, sebbene i curatori non escludano, già all’inizio del secolo, delle sporadiche visite a Bologna, e almeno un breve soggiorno a Roma, sulla base di certi spunti stilistici documenti in mostra da opere come la Sacra Famiglia con santa Caterina da Siena di Intesa San Paolo, la Madonna in gloria e i santi Barbara e Terenzio (eseguita da Cantarini nel 1630 per la parrocchia di San Cassiano, dove era stato battezzato nel 1612), e l’Immacolata Concezione della Pinacoteca di Bologna.
Quando a Bologna entrò nell’ambitissima scuola di Guido Reni, che stando alle fonti era arrivata a contare fino a duecento allievi, Cantarini era già un artista affermato, che aveva ritratto una personalità come il cardinale Antonio Barberini junior. Anche Malvasia, nella sua biografia del pittore bolognese, lo cita tra gli allievi ritenuti “Maestri grandi” che potevano ambire a lavorare ai dipinti commissionati a Reni.
Le fonti ce lo descrivono come un giovane orgoglioso, intemperante, consapevole del suo talento e per questo insofferente alle critiche. Il suo rapporto sempre teso col maestro e i colleghi di bottega, ebbe il suo punto di rottura mentre lavorava al quadro della Trasfigurazione di nostro signore che Reni gli aveva affidato, commissionato nel 1637 dai Barberini per la chiesa di Forte Urbano a Castelfranco; ne scaturì una lite irreparabile per cui dovette abbandonare la bottega e Bologna.
La mostra documenta i risvolti del loro rapporto attraverso il confronto con le opere che Cantarini produsse prendendo ispirazione da Reni, come il San Gerolamo della parigina Galleria Canesso, il Davide e Golia di Urbino, il San Giuseppe della Galleria Corsini, il San Giovanni Battista della Dulwich Picture Gallery di Londra, il Sant’Andrea di Palazzo Pitti, e il Rinnegamento di Pietro di collezione privata.
Pur aderendo alla poetica classicista di Reni, Cantarini espresse un sentimento che rimandava alla dolcezza e all’intimità delle “Sacre Famiglie” di Barocci, e prima ancora di Raffaello; a una umanità vissuta che fondava le sue radici nella terra, tratto distintivo della cultura figurativa emiliana da Vitale da Bologna fino ai suoi contemporanei. Se Bologna e Reni ebbero un ruolo importante, fu certamente quello di arricchire il suo linguaggio di una dimensione nazionale ed europea.
Il periodo successivo l’esperienza bolognese resta poco documentato; sappiamo della sua presenza a Pesaro nel 1939, in occasione delle nozze della sorella, ma gli studi portano a pensare che vi si recasse spesso per lavoro. I risvolti stilistici dicono invece di un suo soggiorno a Roma, all’incirca tra il 1640 e il 1642, dove certamente ebbe contatti importanti nell’ambito di casa Barberini; dove senz’altro potè studiare la statuaria antica, Raffaello, e osservare i differenti esiti del naturalismo post-caravaggesco, che aveva come massimi interpreti i francesi Simon Vouet e Valentin de Boulogne. Tutto questo mentre Urbano VIII affidava a Bernini il nuovo volto barocco di Roma.
Alla morte di Reni nel 1642 Cantarini fece ritorno a Bologna, fondò una bottega e dette vita alla sua maniera, che accoglieva il classicismo di Reni e lo infondeva di una grazia che non nasceva dall’idea ma dall’evidenza della natura; una grazia più terrena e sensuale, che diventò un modello per tutta la pittura del secondo Seicento. Tra le opere che in mostra raccontano quest’ultimo capitolo della sua breve vita troviamo il San Giacomo in gloria del Museo di Rimini, la Madonna della rosa e l’Amore disarmato dalle ninfe entrambi di collezione privata, e il Giudizio di Paride della Cassa di Risparmio di Pesaro.
La vita letteraria di Cantarini si chiude all’insegna di un carattere intemperante e orgoglioso, che lo portò a fallire la commissione per il ritratto al Duca di Mantova, inimicandosi tutta la corte e morendo misteriosamente poco dopo, forse per avvelenamento, il 15 ottobre 1648 a Verona, accudito dal fratello agostiniano nel Convento di Sant’Eufemia, disperato per un amore non corrisposto. (SG)