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MATISSE. INVITATION AU VOYAGE

dal 22 settembre 2024 al 26 gennaio 2025

Sono i versi di Invitation au voyage di Charles Baudelaire a suggerire al curatore Raphaël Bouvier il titolo e il tema della retrospettiva dedicata a Henri Matisse alla Fondazione Beyeler.
È il 1904 e Matisse si trova a Saint-Tropez nella casa dell’amico Paul Signac a ragionare di pittura, di luce e colore; a leggere i versi dell’amato poeta che ispirano il dipinto Luxe, calme et volupté, ancora carico dell’esperienza divisionista che lo lega a Signac; versi che con cadenza musicale ritornano nel poema baudleriano e che Matisse traduce in immagini e colori sulla tela. Il mondo poetico di Baudelaire si fonde al mondo poetico di Matisse. Il viaggio vagheggiato dal poeta verso quel luogo ideale che è luogo dello spirito, dove tutto è armonia e bellezza e luce, è il viaggio fatto da Matisse nella pittura. Ma è anche il fil rouge scelto dal curatore per ripercorrere la vicenda artistica di Matisse. Viaggio che per Matisse significa, innanzitutto, ricerca di se stesso, arricchimento del proprio linguaggio visivo che egli elabora lontano dalle facili suggestioni del momento vissuto; epifanie che ritornano anche a distanza di tempo nel lavoro metodico dello studio.
Matisse si è “cercato ovunque”. Si è cercato là dove poteva incontrare forme, linguaggi, atmosfere affini al suo sentire; là dove voleva portare la pittura e trovare riferimenti utili al suo percorso di ricerca. “Sono fatto di tutto ciò che ho visto”, dirà alla fine. Anche quando la malattia lo costringe a fermarsi Matisse ha continuato a viaggiare con l’immaginazione verso nuovi orizzonti espressivi.
Del resto, guardare oltre i propri confini in cerca di altri linguaggi è un sentire che accomuna gli artisti europei all’inizio del XX secolo. E se la passione per il Giappone aveva travolto l’Occidente a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento e arricchito l’immaginario degli artisti (in Francia è rivelatrice l’Esposizione Universale del 1867), con l’inizio del nuovo secolo l’arte islamica e l’arte africana passano dall’essere percepite mere espressioni esotiche, folkloristiche, e nel caso dell’Africa addirittura arcaiche, a vere e proprie forme d’arte.
Nel 1893 il Louvre aveva aperto una sezione di “arte musulmana” presente nelle sue raccolte a partire dalla fondazione del Museo; contemporaneamente, cominciavano ad organizzarsi a Parigi le prime manifestazioni espositive che culmineranno con la mostra al Musée des Art Décoratifs del 1903; anche l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 accoglie per la prima volta con propri padiglioni paesi di cultura islamica (Turchia, Persia, Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco); mentre l’arte africana, fino allora relegata ai musei di etnografia e antropologia del Trocadero, fa il suo ingresso nelle più raffinate gallerie e musei d’arte.
Matisse si affaccia sulla scena parigina nel 1887. Nato nell’agiatezza della borghesia a Cateau-Cambrésis nel dipartimento del Nord il 31 dicembre 1869, e cresciuto a Bohain-en-Vermandois, per lui la famiglia si prospettava un futuro diverso. In effetti Matisse arriva tardi alla pittura. A Parigi si iscrive a legge pensando che quella debba essere la sua strada, ma nel 1890 si trova costretto a trascorrere lunghi mesi di convalescenza dopo un grave attacco di appendicite. È allora che si approccia alla pittura e “trova il paradiso”. Nel 1892 tenta di entrare a l’École des Beaux-Arts ma viene respinto. Gustave Moreau lo accoglie comunque fra gli studenti del suo corso perché in lui intravede una dote naturale al disegno: tenterà nuovamente l’ammissione due anni dopo con successo. La sua formazione accademica sotto l’ala di Moreau comincia con le copie dall’antico e dai maestri del Louvre.
La prima svolta importante avviene negli anni 1897-1898. Matisse conosce il pittore australiano John Peter Russell. Russell vive a Belle-Île in Bretagna, in una bellissima villa affacciata sull’Oceano dove accoglie gli amici pittori e colleziona le loro opere: qui dieci anni prima Monet aveva dipinto le scogliere a picco sul mare. Matisse a quel tempo ha una tavolozza ancora ottocentesca. Russell lo apre all’universo dei colori puri e luminosi che il pittore australiano aveva mutuato dalla sua esperienza impressionista e dalla folgorazione per Monet.
Peraltro, è tutta una generazione che in quegli anni sta ragionando per capire come far progredire la pittura partendo dalla lezione impressionista.
Matisse gravità ancora in quella galassia postimpressionista che prenderà diverse strade. Guarda Cézanne: ma chi fra i pittori che si sono formati fra Otto e Novecento non ha avuto come faro Cézanne; guarda Signac, col quale condivide un breve tratto di strada; guarda Gauguin, che scopre grazie al pittore e collezionista George-Daniel de Monfreid, amico e biografo di Gauguin. Nel 1898 nella galleria di Ambroise Vollard acquista le Tre bagnanti di Cézanne, un dipinto di Gauguin, un gesso di Rodin, un disegno di Van Gogh; poi va a Londra per scoprire la magia della luce di Turner.
Nel 1904 l’incontro con Picasso nel salotto di Gertrude e Leo Stein segna la nascita di un’amicizia alimentata negli anni a venire da una grande stima reciproca e da una costante ambizione a superarsi e confrontarsi.
Nel 1905 trascorre l’estate nel villaggio di Collioure nei Pirenei francesi, e la luce del Mediterraneo rende ancora più vibranti le sue tele. Al Salon d’Automne espone al fianco di un gruppo di artisti che il critico d’arte Louis Vauxcelles definisce sarcasticamente fauves, infastidito dalla loro pittura antiaccademica, dai colori accesi e fortemente espressivi.
Poi inizia la fitta stagione dei viaggi, ma è solo nella quiete dell’atelier che egli rielabora con la sua lingua ciò che nel suo occhio si è impresso; memorie visive che ritornano anche lontane nel tempo. Matisse viaggia per sondare orizzonti differenti dai suoi, per trovare differenti situazioni di luce. La cerca in Algeria nel 1906, ma soprattutto in Marocco dove soggiorna per ben due volte fra il 1912 e il 1913. A conquistarlo sono i colori, le architetture dei palazzi e delle moschee; è quella atmosfera esotica che tanto ha sollecitato la sua immaginazione e che ritroviamo nei motivi ornamentali che fanno da sfondo ai suoi soggetti: ceramiche, tessuti, tappeti che ad ogni viaggio riporta numerosi, di cui ama circondarsi nella casa e nell’atelier, diventano elementi altrettanto importanti della composizione. “Per me il soggetto di un quadro e il suo sfondo hanno lo stesso valore (…) nessun punto prevale sull’altro, conta solamente la composizione, il modello generale. Il quadro è fatto dalla combinazione di superfici variamente colorate”. E quel colore che aveva vibrato alla luce della costa Vermiglia tra il Mediterraneo e i Pirenei, si accende dopo il Marocco in accostamenti ancora più liberi e audaci ma di avvolgente armonia.
Nel 1907 viaggia in Italia a Firenze, Arezzo, Siena, Venezia e Ravenna, ma è a Padova che visitando la Cappella degli Scrovegni resta folgorato da Giotto. “Quando vedo gli affreschi di Giotto non mi preoccupo di sapere quale scena di Cristo ho sotto gli occhi, ma percepisco il sentimento contenuto nelle linee, nella composizione, nei colori”, che poi si riflette nelle opere – quadri e sculture – immediatamente seguenti al viaggio.
Nel 1908 è in Germania a Monaco, Norimberga e Heidelberg; torna a Monaco di Baviera nel 1910 per visitare l’Esposizione di arte musulmana, una mostra epocale che influenzerà molti artisti e anni dopo farà dire a Matisse, “la rivelazione mi è venuta dall’Oriente”. Ecco che i segni calligrafici e gli arabeschi che costituiscono l’essenza stessa dell’arte islamica in tutte le sue diverse forme, rivelano a Matisse come la decorazione possa essere altrettanto centrale all’opera; una decorazione che si sviluppa attraverso motivi geometrici e vegetali stilizzati che si ripetono e s’intrecciano all’infinito e trasmettono quell’equilibrio, quella purezza e quella serenità che egli va cercando nell’arte. Dopo Monaco Matisse trascorre due mesi in Spagna e sulle tracce dell’architettura moresca visita l’Alhambra a Granada e le moschee di Cordoba e Siviglia.
Nel 1911 l’allestimento delle opere La dance e La musique commissionate a Matisse dal collezionista russo Sergej Ščukin diventa l’occasione per un viaggio a Mosca: un tuffo nell’Oriente ortodosso, nel mondo delle icone dove il colore ha un valore altamente simbolico.
Quindi il Marocco; poi la Grande Guerra. In questi anni difficili, dove molti dei suoi amici sono impegnati a combattere al fronte, la sua pittura si incupisce e il colore perde la gioia. A posare per lui e l’italiana Laurette che per quasi due anni è la modella prediletta di una serie innumerevole di dipinti, per non contare gli schizzi e i disegni.
A partire dal 1918 Matisse inizia col trascorre lunghi periodi a Nizza per poi trasferirsi definitivamente a partire dagli anni Venti. A Nizza, Matisse ritrova la luce e insieme la felicità della pittura. “Quando ho realizzato che avrei rivisto quella luce ogni mattina, non potevo credere alla mia fortuna”.
Nel 1919 riceve l’incarico da Sergej Djagilev di disegnare le scene e i costumi per Le chant du rossignol di Stravinskij: è la prima volta che si confronta con il teatro, un’esperienza che acquista una forte ascendenza sulla sua estetica e che ripeterà nel 1939 per il balletto Rouge et Noir. Nella serie delle Odalische, che per un decennio diventano il soggetto più rappresentato, Matisse compone l’ambiente del quadro come un fondale di palcoscenico, raggiungendo un equilibrio perfetto tra elemento decorativo sullo sfondo e lo studio della figura in primo piano.
Negli anni Trenta torna a viaggiare all’estero, in Italia, Germania, Inghilterra, e poiché è “la chiarezza della luce lo scopo principale del [suo] lavoro”, a sessant’anni decide di partire per un lungo viaggio in Oceania e scoprire “come può essere dall’altra parte dell’emisfero”. Soggiorna per tre mesi a Tahiti dove la luce è “come materia pura e la terra di corallo. È stato fantastico e allo stesso tempo noioso”. Quindici anni dopo, nel 1946, le impressioni di quel viaggio saranno d’ispirazione per il disegno degli arazzi Polynésie, le ciel e Polynésie, la mer.
Sulla strada di ritorno a sorprenderlo è invece New York. “La prima volta che vidi New York, alle sette di sera, la sua massa nera e dorata si rifletteva sull’acqua, e sono rimasto completamente rapito”.
In questi anni entra a far parte della sua vita Lydia Delectorskaya, sua assistente nella realizzazione del murales La dance II per il collezionista americano Albert C. Barnes, nonché modella di innumerevoli dipinti e disegni (lei è la figura femminile del Grand nu couché, Nu rose, del 1935). Il loro è un connubio di anime. Lei esule russa, con una vita da romanzo, dopo la separazione di Matisse dalla moglie diventa una figura fondamentale della sua vita che lo accompagnerà fino alla fine.
Nel 1932 viene pubblicata la prima di una serie di opere grafiche a cui l’artista si dedica nella maturità, Poésies di Mallarmé, a cui faranno seguito, tra le altre, Ulysses di Joyce nel 1935, Pasiphaé di Henry de Montherlant nel 1944 e Le Fleurs du Mal di Charles Baudelaire nel 1947. Nello stesso anno per le edizioni Tériade pubblica in tiratura limitata il libro Jazz: venti tavole realizzate con la tecnica dei papiers découpés si susseguono al ritmo di un’improvvisazione, mescolando ricordi di viaggio, figure del circo e della memoria popolare, accompagnate da pensieri scritti di getto col pennello. Un’armonia di forme e colori. “Non basta mettere i colori, per quanto belli, gli uni accanto agli altri; bisogna anche che questi colori reagiscono gli uni con gli altri. Sennò è cacofonia. Jazz è ritmo e significato”.
Matisse inizia a dedicarsi alla tecnica dei papiers découpés dopo il 1941, si dice per compensare la pittura divenuta per lui un impegno gravoso dopo essere sopravvisuto a un’operazione importante che lo indebolisce nel fisico. O piuttosto, diciamo che per Matisse non è stata una scelta dettata dalla costrizione della malattia, ma il naturale approdo della sua ricerca. “Non c’è frattura tra i miei vecchi quadri e i découpages: ho solo raggiunto con più assolutezza, con maggiore astrazione una forma decantata fino all’essenziale”. La serie dei Nus bleus segna una nuova stagione per Matisse che, a dispetto dei suoi anni è della sua salute precaria, guarda davanti a sé con una freschezza e un’inventiva fanciullesche. Grandi fogli di carta dipinta a tempera blu, ritagliati e poi incollati, formano silhouette femminili armoniose. In un alternarsi di vuoti e pieni il corpo emerge nella sua evidenza plastica dalla superficie. “La pittura con le forbici”, come Matisse chiamava i suoi découpages, prende dimensioni sempre più importanti fino alla Piscina del 1952, che riveste completamente le pareti del suo appartamento a Nizza.
Matisse dedica gli ultimi anni a quello che lui considerava, “nonostante tutte le sue imperfezioni”, il suo capolavoro artistico, la Chapelle du Saint-Marie du Rosaire, che progetta e realizza tra il 1948 e il 1951, su commissione del frate domenicano Louis-Bertrand Rayssiguier per il monastero delle suore a Vence, dove Matisse aveva soggiornato dopo l’operazione, nel periodo difficile della sua convalescenza. Un progetto interamente curato da Matisse, dallo spazio architettonico, alle vetrate, alle sculture, ai paramenti sacri; pensato affinché i visitatori, “anche senza essere credenti, si trovino in un ambiente dove lo spirito s’innalza, il pensiero si illumina, il sentimento stesso si fa più leggero”.
E’ l’arte sognata da Matisse, “un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità (…) un lenitivo, un calmante cerebrale, qualcosa di analogo a una buona poltrona dove riposarsi delle fatiche fisiche (SG)