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Giulio Paolini. Artista imperiale

Quando telefonai alla Fondazione Giulio a Anna Paolini alla fine di settembre 2016, mi rispose cortesemente l’artista, che ad una mia richiesta ad una intervista per “Wannenes Art Magazine”, rispose con misurato entusiasmo e sabauda cortesia, riservandosi alcuni giorni per rispondere ad alcuni quesiti. Il primo ottobre ricevo una mail dal maestro che oltre alla data alla mia domanda se l’artista è un medium o un testimone così risponde:
“Siamo tutti delle comparse, delle controfigure… dei prestanome assegnatici dall’albero genealogico dei nostri predecessori dei quali godiamo l’eredità: una vocazione, un mestiere singolare regolato dalle circostanze più imponderabili e di non facile interpretazione, tali da condurci in territori fertili o aridi e sempre imprevisti. Non siamo – parlo degli artisti – dei medium né tantomeno dei testimoni: ci sono tuttora – ma per fortuna in minoranza e in via di estinzione – eroi e difensori dell’umanità che credono o almeno predicano la salvezza di noi tutti: da che cosa?”

Il 19 ottobre a Tokio Giulio Paolini sarà insignito del Praemium Imperiale, il massimo riconoscimento delle arti che corona un percorso artistico di rara coerenza e proficua sostanza. Silvia Barillà di ArtEconomy ci informa dei dettagli di questo importante riconoscimento ad uno dei maestri dell’arte italiana del XIX secolo.

“L’artista italiano Giulio Paolini, 82 anni, ha vinto il prestigioso Praemium Imperiale per la pittura 2022, il più importante riconoscimento al mondo in campo artistico, paragonabile al Premio Nobel nell’ambito delle scienze e della letteratura, istituito dalla Japan Art Association nel 1988. Il premio gli sarà conferito a Tokyo il 19 ottobre in una cerimonia ufficiale alla presenza del Principe Hitachi, insieme agli altri vincitori: Ai Weiwei (Cina) per la scultura, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa dello studio SANAA (Giappone) per l’architettura, Krystian Zimerman (Polonia/Svizzera) per la musica e Wim Wenders (Germania) per il teatro/cinema.

È il coronamento di una lunga carriera iniziata nel 1960, con il primo quadro, “Disegno geometrico”, nel quale l’artista non ha “nulla da dichiarare”. I suoi lavori non vogliono comunicare alcunché, costituiti principalmente da tele bianche, fogli da disegno, cornici vuote, calchi in gesso, elementi di plexiglas e da un vasto repertorio di elementi iconografici, mettono in scena l’attesa di un’immagine, che elude ogni tentativo di fissazione per rimanere sospesa nella dimensione potenziale. “Paolini è uno dei padri fondatori dell’arte concettuale” afferma il gallerista bresciano  Massimo Minini, che con l’artista lavora dagli anni 70. “L’ho incontrato la prima volta quando lavoravo per Flash Art” ricorda Minini, “sono andato a trovarlo in studio per un’edizione che doveva produrre per una cartella di grafiche di sette artisti italiani riservata agli abbonati. Quando ho aperto la galleria, nel 1973 – l’anno prossimo sono 50 anni – uno dei primi artisti a cui ho pensato è stato Paolini e così, con la prima mostra in galleria nel 1976, è nato un lungo sodalizio basato su una consonanza di idee e modi. Dopo Fontana, Manzoni e Castellani, è il più grande artista italiano.
A novembre Massimo Minini dedicherà all’artista la settima mostra personale in galleria (inaugurazione sabato 26 novembre). “A questo punto della carriera, Paolini ha 82 anni e io 78, ci siamo detti: facciamone ancora una, potrebbe essere l’ultima. Come diceva Woody Allen, devi vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi ci azzecchi” scherza Minini. “Sarà una mostra dedicata all’immateriale”.
Nella sua lunga carriera Paolini ha lavorato con moltissime gallerie. “Ci sono artisti che scelgono di rarefare il loro lavoro e collaborare con poche gallerie – spiega Minini – e altri che, al contrario, lavorano con numerose gallerie”. Dopo le prime mostre, che si sono tenute a La Salita a Roma, L’Ariete a Milano e Notizie a Torino, Paolini ha collaborato con le principali gallerie tra Europa e Stati Uniti, come Gian Enzo Sperone, Yvon Lambert, Lisson Gallery, Paul Maenz. “Il successo internazionale di Paolini è arrivato subito, ed erano anche gli anni in cui le gallerie erano più collaborative e si scambiavano artisti e mostre – ricorda Minini – poi con la crescita del mercato ogni gallerista ha iniziato a difendere il proprio orto”.
Ancora oggi Paolini lavora con diverse gallerie: oltre a Minini, Tucci Russo, Massimo De Carlo, Alfonso Artiaco e Christian Stein in Italia, all’estero con Lisson, Marian Goodman e Annemarie Verna. Sui prezzi in galleria Minini non si sbilancia: “Sono più accessibili di tanti artisti africani o americani che da un anno all’altro passano da mille dollari a un milione. I suoi valori nel tempo sono cresciuti in modo stabile, senza speculazioni, senza operazioni studiate a tavolino. Comunque, rimangono contenuti per il suo valore artistico”.
Il record è 586.228 euro, segnato nel 2015 da Christie’s a New York per il dipinto acrilico e grafite su tela “Indice delle opere inscritto in un motivo decorativo”, del 1972. La stima era di 74.560-111.840 euro. Anche l’opera che ha segnato il secondo prezzo più alto, “Notes for the Description of a Painting Dated 1972” dello stesso anno, nel 2016 sempre da Christie’s a New York, ha moltiplicato le stime, da 70.296-105.444 euro a 531.613 euro.
Il 2015-16 sono stati gli anni del picco del mercato all’asta, mentre l’anno scorso il turnover totale è stato pari a 380.280 euro, di cui il 61,6% realizzato in Italia. In totale i passaggi dal 2000 a oggi sono stati 841.
Quando compaiono opere importanti sul mercato, talvolta vengono acquistate dalla Fondazione dell’artista, costituita da Paolini nel 2004 insieme alla moglie Anna Piva, scomparsa l’anno scorso, per salvaguardare e diffondere la conoscenza delle attività dell’artista. La Fondazione conserva gli archivi di Paolini e una collezione di 67 suoi lavori, donati dai coniugi fondatori nel 2004 e nel 2012, che testimoniano la ricerca dell’artista dal suo primo quadro, “Disegno geometrico” del 1960, fino agli anni 2000. Si occupa, inoltre, della catalogazione ragionata delle sue opere.“Paolini è un artista difficile da definire – conclude Minini – perché è uno che si nega, che predica il passo indietro dell’artista a favore del primato dell’opera, una posizione tipica degli anni ’60, in cui si ambiva ad azzerare i linguaggi per poi ricreare. Nel suo caso, è l’opera che ti guarda”.