Nella storia della scultura Nicola Pisano ricopre un ruolo che nella pittura rivestirà Giotto, ovvero di colui che pone la figura dell’uomo come misura per comprendere la realtà terrena, che si manifesta con una sostanza plastica così carnale ed espressiva che non solo era sconosciuta al Medioevo, ma che con spontanea ed umana semplicità riannodava i fili di quel perduto equilibrio delle proporzioni tipico della statuaria classica greca e latina. Suo figlio Giovanni si distingue per un realismo formale e psicologico e per un linearismo tipico della scultura gotica francese che nella realizzazione del pulpito del Duomo di Pisa completato nel 1310, capolavoro della sua produzione matura, si ammorbidisce per adottare dal padre Nicola un pieno plasticismo classico che rende l’opera un continuum narrativo circolare affollato di forme e figure di raffinatissima eleganza formale, esempio sommo di una scultura sanguigna di potente tensione plastica, che come quella del padre Nicola è anticipatrice del Rinascimento quattrocentesco.
L’Opera della Primaziale Pisana negli spazi del Palazzo dell’Opera del Duomo presenta fino all’8 marzo 2026 “Giovanni Pisano. Memoria di uno scultore” – una mostra curata da Donata Levi e Emanuele Pellegrini con la collaborazione di Michele Amedei, Flavio Fergonzi, Roberto Paolo Novello e Max Seidel che nell’occasione del centenario della ricollocazione del pergamo in Duomo (1926) offre l’opportunità di rileggere la fortuna critica di Giovanni Pisano tra Ottocento e Novecento, fino alla ‘riscoperta’ da parte di scultori celebri come Henry Moore e Marino Marini. L’esposizione ricostruisce la nascita ottocentesca del mito dell’artista e ripercorre la storia complessa del noto pergamo pisano, i cui frammenti hanno attraversato secoli di reimpieghi e dispersioni prima del rimontaggio del 1926.
Un’occasione unica e irripetibile, resa possibile anche dal ritorno a Pisa, dopo quasi duecento anni, di tre elementi del pergamo ora conservati al Metropolitan Museum of Art di New York. La mostra è stata interamente concepita e prodotta per Pisa e sarà visibile esclusivamente al Palazzo dell’Opera del Duomo. Non sono previste tappe in altre sedi.
Una scultura mutila apre la mostra
La mostra si apre con un’immagine potente: il troncone mutilo del monumento che Salvino Salvini dedicò a Giovanni Pisano nel 1875. Realizzata per il Camposanto, trasferita nel 1926 nella piazzetta di San Sisto a Pisa, la statua venne fatta esplodere da soldati americani nel 1944-45. Ridotta a un torso senza testa, giace ora orizzontalmente in mostra, testimone eloquente non solo dei danni della guerra, ma anche della memoria tormentata dello scultore e della sua faticosa riscoperta.
La riscoperta ottocentesca: la nascita del mito dell’artista
La storia di Giovanni Pisano nell’Ottocento è un paradosso tutto italiano: mentre a Pisa i frammenti del pergamo giacevano nel Camposanto, dov’erano stati raccolti a inizio secolo da Carlo Lasinio in attesa che ne fosse deciso il destino, studiosi, dilettanti e viaggiatori stranieri colsero per primi la modernità di quelle sculture. Figure come il pittore Jean Auguste Dominique Ingres e il critico d’arte inglese John Ruskin contribuirono a questa rivalutazione.
Per inquadrare il fenomeno di Giovanni, la mostra dedica una sezione alle rappresentazioni ottocentesche degli artisti: da Giotto a Michelangelo, da Simone Martini a Benvenuto Cellini. I maestri del passato divennero protagonisti di una rilettura romantica che esaltò i momenti significativi delle loro biografie e ne celebrò l’immagine di uomini illustri. Giovanni Pisano beneficiò pienamente di questo nuovo clima culturale. Lui, e non il più famoso Nicola, suo padre, fu ammesso a pieno titolo fra gli artisti raffigurati da Paul Delaroche all’École des Beaux-Arts di Parigi (1836-1841): una scelta esemplare per rappresentare le arti di tutti i tempi. La fortuna di Giovanni travalicò l’Ottocento.
Nel Novecento, artisti del calibro di Lorenzo Viani, Marino Marini e Henry Moore continuarono a confrontarsi con il suo linguaggio espressivo. Particolarmente significativo, e presente in mostra, il dialogo tra un’opera di Marino Marini e una lupa senese scolpita da uno stretto seguace di Giovanni: una testimonianza di quanto lo scultore medievale rimanga un riferimento vivo per l’arte contemporanea.
Il pergamo: da New York a Pisa, una storia di dispersione e ritorno
Il pergamo di Giovanni Pisano, completato nel 1310, fu smontato qualche tempo dopo l’incendio che nel 1595 interessò la Cattedrale di Pisa. I suoi pezzi furono riutilizzati per secoli come acquasantiere, come decorazioni della controfacciata del Duomo o come gradini e sostegni dei nuovi arredi liturgici. Nell’Ottocento Carlo Lasinio, responsabile del Camposanto, qui raccolse tutti i frammenti dispersi.
Ma ecco il paradosso: mentre a Pisa si dibatteva su come, e se, procedere alla ricostruzione del pergamo, altrove si agiva. Alla metà dell’Ottocento, per il South Kensington Museum di Londra (oggi Victoria and Albert) Giovanni Franchi, un artigiano lucchese, realizzò calchi in gesso di tutti i frammenti del pergamo conservati in Camposanto. Nel 1865 a Londra poté così essere esibito un esemplare in gesso del pergamo giovanneo in scala 1:1; un altro modello in gesso, montato in maniera leggermente diversa, venne inviato a Parigi per l’Esposizione Universale del 1867. Giovanni Pisano divenne così un caso internazionale prima ancora che la sua opera fosse ricomposta a Pisa, come sarebbe poi avvenuto nel 1926.
Il ritorno dei pezzi perduti
Non tutti i frammenti del pergamo rimasero a Pisa. Tre, usciti precocemente dalla città sulle vie del mercato antiquario, entrarono nella collezione del critico d’arte inglese John Ruskin, per poi essere acquisiti dal Metropolitan Museum of Art di New York nel 1921. Si tratta del gruppo del Tetramorfo (i simboli dei quattro evangelisti), che in origine sorreggeva il leggio del Vangelo, e di due pilastri con Angeli suonatori di tuba, collegati nel pergamo al Giudizio Universale. Dopo quasi duecento anni, questi tre frammenti fondamentali tornano a Pisa. Il prestito d’oltreoceano rappresenta un evento di portata internazionale. Per la prima volta dalla loro realizzazione, questi marmi tornano a dialogare con le parti del pergamo ricomposte in Cattedrale, ricreando un legame storico e artistico di eccezionale valore.
Un percorso inedito tra museo, cattedrale e storia
Il percorso espositivo, articolato in 11 sale, è concepito come un dialogo continuo tra le stanze del Palazzo dell’Opera, i tesori della Cattedrale e il patrimonio presente nei depositi dell’Opera della Primaziale Pisana. La mostra presenta, infatti, pezzi mai visti come i bronzetti, i cartoni e i gessi dello scultore lombardo Lodovico Pogliaghi, preliminari alla fusione dei monumentali Angeli portaceri in bronzo per l’altare maggiore del Duomo di Pisa. Queste opere, recentemente restaurate per l’occasione espositiva, permettono al visitatore di ‘entrare’ idealmente nell’atelier dello scultore, seguendo da vicino le fasi del suo processo creativo, ispirato anche dal confronto diretto con Giovanni Pisano. L’intervento di Pogliaghi si inseriva infatti nel vasto progetto di rinnovamento del presbiterio del Duomo voluto dal cardinale e arcivescovo metropolita di Pisa Pietro Maffi: questo culminò nella ricomposizione del 1926 del celebre pergamo pisano, a cui Pogliaghi contribuì anche come membro della Commissione istituita ad hoc nel 1922. La mostra riannoda così i fili che legano le opere ai monumenti della Piazza dei Miracoli, restituendo la vitalità di un patrimonio che continua a interrogare il presente.
Una postazione video permette in mostra di seguire la storia del pergamo e delle sue sculture, offrendo una visione d’insieme delle complesse vicende del monumento. In mostra sarà esposto anche lo splendido modellino ottocentesco in gesso e legno, che l’ebanista pisano Giuseppe Fontana eseguì come prima proposta di ricostruzione. Alla fine del percorso, una riproduzione 3D del pergamo, appositamente realizzata nella stessa scala del modello di Fontana, permetterà di visualizzare con immediatezza le parti originali di Giovanni e le varie integrazioni otto e novecentesche.
L’esposizione si distingue per la qualità dei prestiti internazionali, a conferma della fortuna di Giovanni Pisano all’estero. Oltre al Metropolitan Museum of Art di New York, arrivano opere, ad esempio, anche dal Museo del Louvre e dal Museo d’Orsay di Parigi, dal Victoria and Albert Museum di Londra.