Amabile e intrigante, talentuoso e vanitoso oltre misura, Giovanni Boldini è l’esempio di come una maniera possa divenire sia tratto identificativo di una stagione di straordinario sviluppo economico, politico e sociale – come la Belle Époque che tra Otto e Novecento esalta il potere della borghesia nata dalla rivoluzione industriale – sia un coacervo di geniali stilemi compositivi e cromatici, che rendono l’artista ferrarese riconoscibile tanto quanto un secolo dopo lo sarà il seriale e colorato Andy Warhol, cantore dei mitici anni Sessanta americani.
È quindi molto interessante comprendere come si sia formato un autentico brend della storia dell’arte, amato e celebrato oggi come allora.
Le opere di Boldini sono eleganti e ariose e giocano con la storia che si flette al piacere della pittura. Nelle scene galanti come nei celeberrimi ritratti l’artista rimane fedele a una percezione epidermica e sensoriale, che esalta la pittura per la pittura, la bellezza per la bellezza. Egli celebra il suo prodigioso talento con disarmante naturalezza, che non contempla momenti di malinconia, ma solo un’effervescente joie de vivre.
L’artista con soave leggerezza racconta brevi frammenti di ozioso privilegio borghese, che tanto piace a quel pubblico che bramandolo vi si riconosce. La tecnica è sicura nel dosare i passaggi cromatici e nell’alternare leggere spatolate a dettagli rifiniti con pennello sottile; la tavolozza luminosa e trionfante vive di fugaci equilibri, una condizione che Boldini spesso oltrepassa per eccesso di entusiasmo.
La fine degli anni settanta dell’Ottocento vede sfiorire il grande successo del quadro galante, stile Goupil, e affermarsi il ritratto – soprattutto femminile – riletto da Boldini come un genere da sviluppare in maniera grandiosa. Le sfrangiature divengono sempre più ariose, e le cromie si impostano sulle armonie dei grigi-argento, dei marroni e dei neri, sull’esempio dei maestri del Seicento come Frans Hals e Diego Velázquez. La maniera boldiniana prende spessore e si scopone per pastosi frammenti cromatici, dove con sintesi e scioltezza l’artista ferrarese trova quella riconoscibilità che l’ha reso immortale.
La donna diviene la forza che muove le passioni del pittore, oramai divenuto una celebrità nei migliori salotti della Ville Lumière. Merito dell’affascinante e anticonformista contessa Gabrielle de Rasty, amante e modella “divina” del pittore, con la quale Boldini sperimenta una pittura intimamente sensuale. Come Berthe – la giovane musa a lui sentimentalmente legata per quasi un decennio – lo aveva introdotto ai segreti di Montmartre dopo il suo definitivo trasferimento a Parigi nel 1871, così la vivace contessa diviene il tramite della sua fortuna artistica nell’alta società francese.
Con l’avvento del nuovo secolo Boldini vuole carpire la febbrile inquietudine della modernità, che esprime in un segno abbreviato e nervoso, quasi irridente della verosimiglianza; le pennellate veloci e guizzanti divengono piume fuggevoli che raccontano il felice teatro della vita. L’artista gioca a ritrarre le proprie modelle in spazi sempre più neutri e spogli, dove l’immagine, oltre al dato sensibile, è filtrata dal riflesso della memoria, quasi fossimo testimoni di un cupo presentimento che si appalesa tragicamente con la Grande Guerra.
È sul crinale degli eventi che sconvolgeranno l’Europa che si colloca il ritratto di Josefina Alvear de Errázuriz, databile al 1915, esitato da Wannenes a 124.000 euro.
Nata a Buenos Aires nel 1859, erede di una potente famiglia di origine spagnola, nel 1897 sposò l’influente diplomatico cileno Matias de Errázuriz, e insieme costituirono una delle più importanti collezioni d’arte dell’America Latina, che decoravano il magnifico ed eclettico palazzo appositamente progettato da René Sergent (oggi Museo Nazionale di Arti Decorative di Buenos Aires). A seguito degli incarichi diplomatici del marito, che spesso lo conducevano all’estero, la famiglia soggiornò a Parigi negli anni novanta dell’Ottocento, e successivamente dal 1906 al 1917.
In questo ritratto di Josefina – più volte fermata da Boldini sulla tela – il plasticismo si sfrangia e perde sostanza divenendo quasi un bozzetto, tale è la rapidità della pennellata guizzante che ferma pochi ma decisivi elementi compositivi che costruiscono la sottile figura e l’abito di squisita fattura. Il focus è tutto concentrato sul volto magnetico e sfuggente, che con una leggera torsione guarda oltre lo spazio della tela. Lo sfondo è neutro e mette in risalto il carattere curioso e l’espressione compiaciuta di Josefina.
Un ritratto a mezzo busto modernamente classico che rimanda a Éduard Manet, restituendoci un Boldini maturo e meno mondano, capace di semplificare la forma e il colore per raggiugere l’essenza della pittura.