1327 Views |  Like

Daniel e Ariana Curtis a Palazzo Barbaro a Venezia. Una casa affacciata alla cultura del mondo

Affacciato sul Canal Grande, Palazzo Barbaro fu per secoli dimora di una delle famiglie più illustri della storia veneziana; alla morte dell’ultimo discendente, Marcantonio Barbaro, nel 1858, l’edificio subì la sorte di molti palazzi cittadini nel secolo che seguì la caduta della Repubblica, passando di mano in mano fino ad arrivare ad una coppia di bostoniani, Daniel Sargent Curtis (1825-1908) e Ariana Wormeley Curtis (1833-1922), che lo presero prima in affitto nel 1881 e ne acquistarono poi il secondo piano nobile e i piani superiori nel 1885.

Ne seguì un restauro condotto con rispetto e misura, dalla riapertura dell’antica porta d’acqua gotica sul Canal grande al recupero degli stucchi e dei dipinti del soffitto del salone, dove tuttora si conservano le tele di Giambattista Piazzetta, Sebastiano Ricci e Antonio Balestra.

Da allora i Curtis arricchirono la casa con acquisti mirati, il più memorabile dei quali il “Ritratto del cavalier Giovanni Grimani” di Bernardo Strozzi, aggiudicato nel 1894 alla storica vendita del patrimonio Morosini-Gatterburg in concorrenza, secondo la testimonianza di Henry James, con il Museo di Berlino e oggi conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

La collezione qui presentata riflette proprio la stratificazione di gusti e generazioni: accanto a dipinti antichi di scuola veneta ed emiliana, convivono l’arredo veneziano del Sette-Ottocento, insieme a tappeti, porcellane e oggetti d’arte asiatica, testimonianza di quel gusto cosmopolita e collezionistico tipico delle grandi case veneziane di fine Ottocento.

Tra i dipinti antichi presenti in questa vendita spicca la celebre “Madonna Curtis”, una Madonna con il Bambino databile intorno al 1538 del giovane Jacopo Tintoretto, appartenuta alla collezione fin dalla fine dell’Ottocento e studiata dalla critica sin dagli anni ’50 del Novecento.

Un nucleo di particolare interesse è costituito dai dipinti di Ralph Randolf Latimer, nipote di Ariana Curtis, che immortalò gli interni del palazzo, la biblioteca, il salone degli stucchi, la stanza un tempo occupata dai ritratti di Sargent, offrendo oggi una testimonianza visiva diretta degli stessi ambienti che la collezione ha abitato per oltre un secolo.

A questa memoria domestica si affianca un’opera che restituisce in modo ancora più diretto il clima artistico del palazzo: “Ofelia (studio)”, del 1892, di Antonio Mancini, appartenuta alla Raccolta Curtis fin dall’origine ed esposta alla Prima Biennale di Venezia del 1895. Mancini esponeva in quegli anni accanto a Ralph Curtis e a John Singer Sargent, che ne sostennero la carriera e lo accolsero come ospite a Palazzo Barbaro; Daniel e Ariana, che gli commissionarono i propri ritratti, acquistarono da lui più opere, di cui questo dipinto costituisce oggi testimonianza diretta.

Furono proprio questi ambienti – la biblioteca dove Daniel Curtis annotava a margine i cinquemila volumi della sua raccolta, il salone dove Robert Browning lesse le proprie poesie inedite fino alla morte nel 1889, lo studio dove Sargent, legato da profonda amicizia al figlio dei Curtis, il pittore Ralph, dipinse nel 1898 il celebre Interno veneziano, oggi alla Royal Academy di Londra – a rendere Palazzo Barbaro un luogo unico, capace di nutrire anche il gusto di Isabella Stewart Gardner, che vi soggiornò più volte a partire dal 1890 traendone ispirazione per il proprio palazzo – più tardi il celebre museo – di Boston, Fenway Court.