Appartenente sin dagli ultimi scorci dell’Ottocento alla celebre collezione della famiglia anglo-americana Curtis di Palazzo Barbaro sul Canal Grande – uno dei cenacoli culturali più sofisticati della Venezia fin de siècle, frequentato da Henry James e John Singer Sargent -, la tela qui presentata costituisce una testimonianza di straordinario rilievo per delineare la prima attività di Jacopo Robusti. Il dipinto si inserisce con forza filologica nel dibattito sulla giovinezza del pittore, configurandosi come un nodo cruciale per comprenderne l’evoluzione stilistica.
La sua rilevanza qualitativa e formale trova puntuale riscontro nel recente saggio di Andrea Donati (cfr. Donati 2016), che definisce il dipinto “di grande bellezza”, ravvisandovi “tutte le caratteristiche del giovane Tintoretto, che qui muove i primi passi con assoluta audacia”. In questa fase germinale, databile intorno al 1538, la composizione risolve in modo magistrale ed empirico le prime influenze lagunari: da un lato vi si scorgono gli echi del paesaggio e della colta spazialità prospettica di Bonifacio Veronese – debitamente evidenziati a suo tempo da Rodolfo Pallucchini -, dall’altro emerge già quel senso di prorompente monumentalità mutuato dai modelli di Jacopo Sansovino, artefice della diffusione della “maniera” centro-italiana a Venezia.
Proprio il serrato dialogo con la cultura tosco-romana spinge l’esordiente Tintoretto a compiere una scelta tecnica singolare e di estrema accuratezza esecutiva, preparando la tela a guisa di una tavola, stendendo un’imprimitura così densa e meticolosa da celare interamente la trama del tessuto. Su questa superficie levigata, Jacopo definisce i volumi con una fierezza disegnativa e una stesura cromatica che dovettero apparire dirompenti agli occhi dei contemporanei e, come suggerito da Donati, tanta “spavalderia” pittorica dovette verosimilmente scuotere i rigidi canoni della vecchia guardia veneziana, intercettando la precoce diffidenza e il sospetto di Tiziano Vecellio di fronte a un talento così autonomo e indomabile (cfr. Donati 2016).
Sotto il profilo strettamente materiale e conservativo, la superficie pittorica è attualmente interessata da una antica vernice, il cui spessore ne attenua la primitiva brillantezza, ma ben si intuisce come annota Donati che, una pulitura delle vernici superficiali prometta di restituire ai tessuti e agli incarnati la vibrante vivacità originaria, svelando appieno la superba qualità cromatica e l’efficacia dei contrasti luminosi (cfr. Donati 2016, p. 276).
Fra i massimi innovatori del rinascimento veneziano, influenzato dalla cultura figurativa manierista, Tintoretto riuscì ad armonizzare la tradizione veneta di Giorgione e Tiziano con un entusiasmo coloristico così espressivo da diventare la sua cifra stilistica. Le composizioni decentrate, le direttrici diagonali unite a scorci audaci, rendono il suo veloce e nervoso modus operandi intenso ed emotivo nella forza narrativa, sorretto da un luminismo coloristico di una struggente ed essenziale modernità.

Lotto 41. Jacopo Robusti detto Il Tintoretto (Venezia, 1518/1519 – 1594), Madonna con il Bambino (La Madonna Curtis) 1538 circa. Olio su tela, cm 143 x 110. Stima € 50.000 – 80.000