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Carlo Fazzina e il presepe come teatro della vita

di Roberta Catello

Il collezionismo presepiale a Napoli, fin dalla sua comparsa in epoca barocca ha avuto connotazioni molto peculiari, sempre in bilico tra esigenze devozionali e ostentazione di prestigio sociale. Quando poi, intorno al primo quarto dell’Ottocento, si farà strada una nuova figura di collezionista, rappresentante del ceto medio, non più committente ma acquirente, si conclude la produzione di quella generazione di artisti che avevano contribuito a rendere “unica” la tradizione presepiale napoletana. Appassionato e amatore del genere ricerca ora sempre nuovi esemplari contattando i discendenti degli antichi collezionisti, il “nuovo” collezionista è disposto a sostenere grandi sacrifici economici pur di ampliare la sua raccolta. Questo è il caso dell’avvocato Antonio Perrone, dell’architetto Michele Cuciniello, dello scultore Giuseppe Catello delle più famose collezioni definite “storiche”.

Carlo Fazzina, pur avendo vissuto più di metà della sua vita a Roma, da quando ha lasciato Napoli ha mantenuto e coltivato con la città una relazione prima di tutto intellettuale e culturale, appassionata e profonda. Si è circondato di oggetti e collezioni che ricreassero un mondo napoletano nella sua casa romana: libri, gouaches e, soprattutto, i pastori e le scene dei pastori. La collezione è iniziata con i consigli di un amico di famiglia, antiquario e grande collezionista di pastori napoletani, discendente a sua volta da una storica famiglia di collezionisti di pastori la famiglia Catello ed in particolare dal ramo di Eugenio sr. La raccolta Catello cominciata con lo scultore Giuseppe (1814-1894) il quale, scrive Antonio Perrone – menzionando i suoi pastori e animali – “ne incetta sempre e con molta passione” fu molto ampliata (contava oltre mille pezzi), e sempre con esemplari sceltissimi, dal figlio Vincenzo, noto argentiere e scultore, alla morte del quale le numerose scene da lui composte furono ereditate dai figli Giuseppe, Roberto sr. ed Eugenio sr. Quest’ultimo, arricchirà di molto, il già consistente nucleo paterno e i suoi eredi hanno donato al Museo di Capodimonte, gruppi straordinari, unici per valore artistico e storico.

Gli esemplari della collezione Fazzina iniziata nei primi anni Novanta, provengono in buona parte dalla frequentazione e dai consigli di Renato, figlio di Eugenio sr, esperto e raffinato collezionista, ed è poi proseguita attraverso i contatti continui con il mondo e il mercato antiquario napoletano e romano. Come ogni collezionista la sua passione era in parte anche un’ossessione che nel corso degli anni non si è mai mitigata: non ha mai smesso di cercare, comprare, documentarsi attraverso aste, mostre, mercato antiquario, cataloghi del settore.  Negli anni, scena dopo scena, la collezione è diventata importante, affollata, le scene si sono moltiplicate, ingrandite, diventando ancora più approfondite le tematiche. La sua collezione era continuamente arricchita da pezzi che riteneva irrinunciabili, bellissimi, perfetti per quella scena. Amava e conosceva ogni singolo pastore, animale, oggetto, arrivato alla fine di un percorso di ricerca e scelta accurata. Come ogni collezionista ha voluto approfondire la materia attraverso lo studio della storia dei pastori: i suoi artisti,  le grandi collezioni, le grandi scene nelle chiese e nei musei a Napoli, la tradizione  e la simbologia,  fino a conoscerne nei particolari le misure , le tecniche e i materiali (la terracotta e la stoppa, le sete degli abiti, i gioielli,) e amava far vedere la sua collezione e raccontarne la storia e  cosa rappresentasse ogni scena, minuziosamente costruita e arricchita negli anni. Scene popolate di musici, contadini, ostesse, popolane, madonne, angeli, animali, strumenti musicali e un’infinità di oggetti. Di ogni pastore, animale, oggetto amava raccontarne come lo aveva trovato e scelto: è raro trovare una collezione così completa di esemplari, alcuni riconoscibili come realizzati da grandi scultori e artisti napoletani del Settecento. Era per lui un grande piacere accogliere in casa, nel suo salotto e mostrare condividendola, raccontandola, questa sua passione, era felice quando trovava un interlocutore attento e interessato, convinto e consapevole che riuscire a trasmettere un amore, una passione e una tradizione fosse importante, un compito, un omaggio devoto alla sua Napoli, perché nessuna altra città ha avuto così importante questa tradizione e coltivato questa arte.  Attraverso i pastori restava forte e quotidiano il suo legame con la “sua” città, con la “sua” storia, con la “sua” arte. Entrare nel salotto di casa era come mettere piede in una casa napoletana, di una famiglia napoletana, in maniera evidente, curiosa e potente.

Il presepe napoletano

La rappresentazione plastica della Natività risale al XIV secolo ma fu durante la dominazione aragonese, nel secolo successivo, che si assiste all’affermazione vera e propria di un fenomeno che affonda le radici nella diffusione dell’arte del legno: botteghe forestiere e italiane sono attive nella lavorazione di centinaia di figure intagliate a grandezza naturale – destinate a decorare le cappelle delle più importanti chiese napoletane – e preziosamente decorate dorate e policromate.

Tuttavia è solo nel Settecento che il Presepe diviene quel fenomeno artistico universalmente noto: privo di una specifica connotazione di tipo liturgico e devozionale, si trasforma in una finestra sul mondo, con rappresentazioni complesse e variegate, dove alle scene di vita quotidiana si associano episodi ripresi dai Vangeli Apocrifi e da simbologie più antiche. In questa epoca la rappresentazione presepiale, è concepita come un dialogo continuo e diretto con le moderne soluzioni della pittura recuperando nei suoi apparati scenici le forme leggiadre e fantasiose dell’architettura del tempo.  Sono rilevanti le affinità fra plastica presepiale e pittura nell’ ispirazione a tante Natività realizzate dai più grandi pittori del tempo, come Francesco Solimena, Francesco De Mura e Filippo Falciatore e nel recupero delle scene di genere di Giuseppe Bonito e di Gaspare Traversi.  Rappresentazioni che, nel presepe d’arte vivono in contesti scenografici molto raffinati, con fondali dipinti da artisti tra cui i paesaggisti Gennaro Greco, Michele Pagano e progettati da architetti del calibro di Nicolò Tagliacozzi Canale e Ferdinando Sanfelice.   Nel suo insieme unitario di piccole sculture, accessori e apparati scenici, il presepe mostrerà forti connessioni anche con la letteratura pastorale e burlesca coeva, con le conquiste tecniche raggiunte dalla scenografia e dalla regia del teatro barocco e più in generale con tutte le tendenze estetiche e di gusto dell’epoca.

Nel Settecento i presepi divengono delle vere e proprie azioni teatrali sul tipo dei tableux vivants, connotandosi di accenti mondani e realistici in accordo con la propensione illuminista all’analisi “scientifica” di tipi e di caratteri.  I pastori assumono il ruolo di “personaggi” all’interno di bozzetti di vita popolaresca e contadina, riprodotti con precisa ricerca fisiognomica dal vero ma anche ripresa dallo studio di pitture, incisioni, manuali e testi sul tipo del De humana physiognomia di Giovan Battista Della Porta. Queste rappresentazioni che indagavano con sincerità sugli aspetti più miseri della società, risultano tuttavia prive di ogni denuncia sociale della condizione contadina del popolo napoletano, contrariamente agli indirizzi scientifici proposti in quegli stessi anni da spiriti illuminati come l’Intieri e il Genovesi. La committenza napoletana del Presepe, infatti, insisteva sulla richiesta di tipi fortemente caratterizzati come pezzenti, gozzuti, sdentati e deformi che ben riflettevano il desiderio di evasione e di divertissement dell’aristocrazia e della borghesia. Un “gusto per la povertà” affine ad altre tradizioni presepiali coeve e in particolare a quella maraglianesca del presepe genovese che insiste su quel tipico “fare caricato”, presente fra l’altro anche nella produzione bolognese.

Le scene della tradizione evangelica

Nel Seicento i gruppi plastici saranno più articolati e le scenografie più complesse; lo spunto narrativo resta focalizzato intorno ai tre momenti fondamentali della Nascita, l’Annuncio ai pastori e la Taverna o Diversorium. In questa epoca si fa strada la specializzazione tecnica dell’artefice di pastori; si prediligono manichini lignei vestiti con arti snodabili e testina in legno o in telaplastica, a volte ricoperte da una parrucca in base al ruolo “recitato”. Si va incontro, anche attraverso la specializzazione di materiali diversi, alla impostazione teatrale e alla concezione dinamica dei complessi presepiali settecenteschi, in aperto contrasto con la statica ieraticità delle figure più antiche.

La scena dell’Annuncio è quella più poetica delle tre in quanto destinata agli umili, ai pastori sfiancati dalla fatica e immersi in un sonno ristoratore mentre qualcuno di loro continua a vegliare il gregge e, attonito, raccoglie la gioiosa novella. Tutto si svolge intorno a stalle e rozze cascine, dove la rappresentazione del mondo contadino povero e deprivato è esibito in maniera sommessa secondo una sensibilità arcaica tutta settecentesca che celebrava i valori di un’umanità semplice e innocente. Riprendendo i pittori animalisti come Domenico Brandi e Rosa da Tivoli, l’episodio acquista un sapore bucolico e pastorale, in quanto il realismo e la forza espressiva non diventano mai pretesto di denuncia sociale.

 L’episodio della Natività, ambientata in una grotta secondo un’estensione della tradizione evangelica poiché San Luca si limita a riportare che Maria, dopo aver accolto il Bambino in fasce lo depose in una greppia cioè in una mangiatoia – da qui la presenza costante del bue e dell’asino che compaiono prima ancora di San Giuseppe – mantiene nel tempo schemi iconografici piuttosto rigidi che nel Settecento perdono l’originaria intonazione religiosa per trasformarsi in una “festa mondana”. La sacra famiglia si distingue a fatica perché contornata da una varietà di scene profane tratte dalla vita quotidiana e, come in una azione teatrale, si muovono i personaggi variamente atteggiati e abbigliati con diverse fogge. Nei piccoli presepi o nelle rappresentazioni inserite negli scarabattoli, sarà tuttavia preferita un’ambientazione dall’effetto pittorico ottenuto con l’inserimento di un’architettura diruta, memore dei templi classici seguendo l’esempio della Natività di Filippo Falciatore.

Nella Taverna o diversorium dove secondo il racconto evangelico la coppia sacra non trova riparo, diviene attuale il sogno napoletano della ruralità, che vestiva “l’abito della festa” per andarsi a rimpinzare nell’osteria, e della parte più diseredata del popolo che devastava gli alberi della “cuccagna” sotto lo sguardo divertito degli aristocratici. In età barocca la scena configura una quotidianità fatta di personaggi che sembrano usciti dalla commedia dell’arte dilatandosi in più momenti dalla tavola imbandita con gli avventori, ai suonatori che allietano il pasto e i giocatori della morra o del tressette: rappresentanti di un’umanità godereccia rivolta soltanto a quel modesto, vagheggiato “paradiso” in terra. Qui compare una grande varietà di cibarie, nature morte ispirate alla tradizione pittorica napoletana dei Ruoppolo e dei Recco, maioliche di ogni forma e per tutti gli usi provenienti dalle fabbriche dalle fabbriche locali come quelle di Giustiniani, Del Vecchio, Del Ponte della Maddalena.

Bibliografia: E. Catello, Il presepe napoletano del Settecento in “I nuovi quaderni dell’antiquariato”, Milano 1991.
A. Catello, Il presepe napoletano. Supplemento de “il Mattino”, Napoli 1993.
R. Catello, in La cantata dei pastori, Electa Napoli, 1996.
R. Catello, in Civiltà del presepe a Napoli, Electa Napoli 1997.
R. Catello, in Il Presepe Reale, Mondadori-Electa Milano 2009.

Si ringraziano: Angela Catello, Sergio Fazzina e Annamaria Gianrusso. Un ringraziamento particolare al Prof. Nicola Spinosa