Uno degli incontri più significativi nella maturità artistica di Antonio Mancini (Roma, 1852 – 1930) fu quello con Daniel Sargent Curtis, collezionista americano e raffinato promotore delle arti, che insieme alla moglie ariana Wormeley Curtis trasformò Palazzo Barbaro sul Canal Grande in uno dei più importanti centri della cultura internazionale a Venezia.
Il rapporto tra l’artista e la famiglia Curtis superò il tradizionale rapporto tra pittore e committente, configurandosi come una profonda consonanza culturale all’interno del raffinato ambiente internazionale che animava la dimora veneziana. Particolarmente significativo fu il legame con Ralph Wormeley Curtis, figlio di Daniel e ariana, pittore e appassionato conoscitore d’arte, che disponeva a Palazzo Barbaro di un proprio studio. Tra i due artisti si instaurò un rapporto di reciproca stima e frequentazione, alimentato dagli scambi nei rispettivi atelier e dalla comune appartenenza a quell’ambiente veneziano internazionale che riuniva personalità come John Singer Sargent, Henry James, James McNeill Whistler ed Ettore Tito.
Per Mancini Palazzo Barbaro rappresentò non soltanto una prestigiosa sede di committenze, ma un luogo privilegiato di confronto con una cultura figurativa internazionale. Qui, tra aprile e maggio del 1895, l’artista realizzò il celebre ritratto di John Lowell Gardner Jr., oggi conservato all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, durante il soggiorno veneziano della famiglia Gardner. Le annotazioni di John Gardner ricordano le sedute di posa e i momenti conviviali trascorsi con Mancini ed Ettore Tito nelle sale del palazzo.
Presentato alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia del 1895 (n. 205), il dipinto qui presentato è indicato nel catalogo come Ofelia (studio). Insieme al Ragazzo romano (cfr. Virno, cat. 332), anch’esso esposto alla medesima rassegna e dichiarato in catalogo di proprietà di Daniel Sargent Curtis, l’opera apparteneva già alla raccolta veneziana dei Curtis, come documentato dalle fonti d’archivio, sebbene tale provenienza non fosse esplicitata nella scheda espositiva.
La definizione di “studio” potrebbe spiegare l’assenza della caratteristica graticola, elemento frequente nella pittura di Mancini degli anni Novanta. attraverso questo procedimento l’artista costruiva la composizione mediante singoli campi cromatici, che acquistavano piena unità visiva solo attraverso l’osservazione a distanza. Nelle lettere indirizzate ai collezionisti, e in particolare a Daniel Curtis, Mancini illustrava il proprio metodo pittorico e sottolineava l’importanza della corretta distanza di visione delle sue opere. Curtis, pur apprezzandone la forza innovativa, prediligeva dipinti privi dei segni visibili della graticola, chiedendo all’artista opere “semplici e grandi” e “senza gabbia”.
L’opera raffigura una figura femminile a mezzobusto immersa in una luce radente, identificata con Agrippina Ruggeri, una delle modelle più frequentemente ritratte da Mancini. La giovane donna appare con il capo cinto da una corona di foglie che si estende anche sull’abito, trasformandola in una presenza sospesa tra ritratto e allegoria. Il riferimento all’Ofelia shakespeariana emerge nella postura raccolta, nelle mani giunte e nell’espressione assorta e malinconica della protagonista.
La composizione rivela pienamente le qualità più innovative della pittura di Mancini: una pennellata libera e vibrante, costruita attraverso tocchi brevi e luminosi, capace di dissolvere il confine tra forma e materia pittorica. La figura emerge da un fondo appena accennato, mentre la luce concentra l’attenzione sul volto e sulle mani, traducendo la dimensione psicologica del soggetto attraverso una straordinaria intensità espressiva.
Il riferimento al mondo shakespeariano non fu episodico nella produzione dell’artista: circa trent’anni più tardi Mancini sarebbe tornato sul tema di Amleto con un ulteriore abbozzo dedicato al principe danese. In questo senso Ofelia (studio) del 1895 rappresenta un momento particolarmente significativo della sua ricerca sulla figura umana, sospesa tra realtà, introspezione psicologica e suggestione simbolica. Conservata nella raccolta Curtis di Palazzo Barbaro, l’opera costituisce dunque una testimonianza eccezionale non solo della maturità creativa di Mancini, ma anche del ruolo svolto dalla famiglia Curtis nel sostenere e valorizzare una delle personalità più originali della pittura europea tra XIX e XX secolo.
