BEATO ANGELICO
A settant’anni dalla prima monografica del 1955 dedicata a Beato Angelico, allora allestita tra Firenze e il Vaticano nel quinto centenario della morte dell’artista, e che determinò un rinnovato interesse sulla sua opera, si è aperta l’attesa mostra dedicata al frate-pittore, la più grande in assoluto per numero di opere autografe riunite, che vede la partecipazione di Fondazione Palazzo Strozzi, Direzione regionale Musei nazionali Toscana e Museo di San Marco di Firenze.
La mostra ha la curatela di Carl Brandon Strehlke per la sede espositiva di Palazzo Strozzi, dove si ripercorre la vicenda artistica dell’Angelico attraverso le opere conservate al Museo di San Marco e a numerosi prestiti nazionali e internazionali; mentre a San Marco, nella sala che abitualmente accoglie i dipinti attualmente esposti a Palazzo Strozzi, le curatele di Angelo Tartuferi e Stefano Casciu approfondiscono gli esordi dell’artista e la sua attività di miniatore, illustrata attraverso l’eccezionale esposizione nella Biblioteca monumentale di alcuni preziosissimi codici miniati. Non ultimo, a San Marco, convento dei domenicani osservanti progettato da Michelozzo su commissione di Cosimo de’ Medici tra il 1437 e il 1443, ha sede il più esteso ciclo di affreschi dell’Angelico tra chiostro, sala capitolare, dormitorio e celle dei frati.
La mostra, che tra le due sedi riunisce 140 opere da 60 collezioni pubbliche e private, è stata allestita per sezioni tematiche e arricchita da diversi confronti che attestano sia i possibili riferimenti stilistici della sua formazione, sia il dialogo con i suoi contemporanei, sia l’eco e l’influenza della sua maniera.
Le fonti su cui ricostruire la nascita e l’arrivo a Firenze di Angelico sono scarse e assai dibattute, così come le notizie riguardo la sua formazione e la cronologia delle opere riferibili al secondo e terzo decennio del Quattrocento. Oggi gli studiosi presumono con maggiore convinzione che Angelico sia nato intorno al 1395 a Vicchio di Mugello, precisamente nella frazione di Rupecanina. Le prime fonti lo collocano a Firenze il 31 ottobre 1417 come “Guido di Piero dipintore”, ancora laico, al suo ingresso nella compagnia di San Niccolò al Carmine, presentato dal pittore e miniaturista Battista di Biagio Sanguigni, poi divenuto suo collaboratore. Sempre dalle fonti sappiamo che risiede in San Michele Visdomini, nelle vicinanze del Duomo – dove ha la bottega Ghiberti che sta lavorando alla porta nord del Battistero -, e del monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli, dove invece opera Lorenzo Monaco col quale Angelico potrebbe aver collaborato, se non altro frequentato la sua bottega fuori dalle mura del convento, sebbene l’opinione degli studiosi circa la sua possibile formazione presso il monaco camaldolese sia tuttora dibattuta.
Altro riferimento è al 1418, per un compenso di 7 fiorini ricevuto nell’ambito del progetto affidato a Ambrogio Baldese (identificato anche come Maestro della Madonna Straus), per la cappella Gherardini in Santo Stefano al Ponte. Poi più nessuna fonte certa fino al giugno 1423, quando come frate Giovanni di San Domenico di Fiesole viene pagato dall’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze per la realizzazione di una croce dipinta, ritenuta dispersa, ma che non si esclude potrebbe essere identificata con la croce in legno sagomata oggi al Museo di San Marco.
Non è certo l’anno della sua vocazione religiosa, verosimilmente avvenuta tra il 1419 e il 1420. È probabile che Angelico prima di entrare nel convento di San Domenico di Fiesole – fondato nel 1405-1406 dal leader del movimento dell’Osservanza Giovanni Dominici -, abbia iniziato il suo noviziato nella comunità di Cortona, nel periodo in cui è priore Antonino Pierozzi, esponente della Riforma domenicana e discepolo di Dominici, e dove, dopo un periodo trascorso a Foligno, nel 1413 si sono sistemati i frati riformati costretti ad abbandonare San Domenico per le tensioni sorte intorno a Gregorio XII, a cui Dominici è legato, ma a cui il governo fiorentino ha tolto l’appoggio dopo il Concilio di Pisa del 1409, con una Chiesa ancora più divisa e a quel punto tre papi a rivendicare il Soglio pontificio. Con la risoluzione dello scisma d’Occidente grazie al Concilio di Costanza del 1417, e un unico papa legittimamente eletto, Martino V, ai frati domenicani riformati è concesso il ritorno al convento di Fiesole, dove vengono ripresi i lavori per l’edificazione della chiesa consacrata nel 1435, e dove Antonino Pierozzi arriva come priore nel 1421, probabilmente seguito da Angelico.
Sotto la guida di Pierozzi – anche vicario dei frati osservanti domenicani, e poi priore di San Marco dal 1439, e arcivescovo di Firenze dal 1446 per volere di papa Eugenio IV -, avviene la formazione spirituale di Angelico, che nella comunità dei frati predicatori riformati emette i suoi voti di religioso. Il movimento dell’Osservanza interno all’Ordine domenicano esige un modus vivendi semplice, ottemperante alle norme scritte nelle Costituzioni domenicane, e allo spirito originario dell’Ordine riguardo l’obbedienza e la povertà; principi che formano la cultura spirituale di Angelico e che si manifestano nel ciclo di affreschi di San Marco pensati per la preghiera e la devozione dei suoi confratelli.
Angelico esercita la sua professione di religioso attraverso l’arte, e come frate-pittore non ha l’obbligo dell’iscrizione alla corporazione dei Medici e Speziali, che per Carl Brandon Strehlke potrebbe essere stata l’altra ragione, insieme alla sua profonda e sincera fede, che lo ha indotto a vestire i panni di religioso. Egli vive e lavora nel convento di Fiesole dove ha la sua bottega, osservante delle regole della comunità, ma come tutti gli artisti dell’Ordine domenicano è dispensato dalle preghiere corali. Le fonti più antiche, risalenti al 1472 circa, ci parlano di lui come di un frate disinteressato al denaro che destina tutti i suoi guadagni ai confratelli. In quanto ai documenti pervenuti relativi ai compensi ricevuti per le sue opere, alcuni risultano fatti alla comunità di Fiesole, spesso in natura – come i 27 barili di vino pagati da Palla Strozzi per la Deposizione -, altri fatti a lui personalmente; anche le trattative con i committenti, quando non riguardano il suo Ordine religioso, vengono di norma tenute dagli amministratori del convento.
Quando Angelico entra nella comunità di San Domenico intorno al 1420, con alle spalle almeno dieci anni di attività, è “il maggior pittore fiorentino dell’ultimo tardogotico”, per divenire nei successivi dieci anni di attività il pittore il più celebre di Firenze, “dotato”, scrive Tartuferi, “di un linguaggio coltissimo, sia dal punto di vista formale che dottrinale, ma nondimeno comprensibile a chiunque e soprattutto, allora come oggi, in grado di arrivare diritto al cuore”.
Qui lavora per la chiesa e il convento a un nucleo importante di opere, la gran parte andate disperse. È al Prado la pala con l’Annunciazione del 1425-1426, e al Louvre quella con l’Incoronazione della Vergine antecedente il 1435; sempre del museo francese è l’affresco staccato dal refettorio raffigurante una Crocifissione con i dolenti, mentre dal dormitorio del convento proviene l’affresco della Madonna col Bambino tra i santi Domenico e Tommaso d’Aquino oggi all’Ermitage. Sopravvive a San Domenico l’affresco col Crocifisso in quella che in origine era la sala capitolare del convento, e la Pala di Fiesole, solo nel registro principale, mentre la predella e i pilastri sono andati dispersi in diverse collezioni internazionali. La pala, originariamente realizzata in forma di trittico per l’altare maggiore della chiesa, che gli studiosi tendono a collocare intorno al 1420-1423, rappresenta la prima importante commissione pubblica dell’artista sostenuta dal mercante fiorentino Barnaba degli Agli, benefattore anche dei lavori del convento: è forse un omaggio alla sua munificenza il san Barnaba rappresentato alla destra della Vergine. Ampiamente rimaneggiata da Lorenzo di Credi nel 1501 secondo il gusto dell’epoca, è stata infine smembrata e dispersa nell’Ottocento.
È proprio con la Pala di Fiesole che si apre la mostra allestita al Museo di San Marco, qui riunita alle quattro tavole dei pilastri raffiguranti i santi Alessandro, Romolo, Nicola di Bari e Michele Arcangelo. Questa sezione dedicata agli esordi di Angelico, da una parte propone il confronto e il dialogo con gli artisti che negli anni della sua formazione possono essere stati per lui un modello di riferimento, mentre dall’altra, attraverso un numero selezionato di opere autografe, traccia il percorso che lo porta ad affermarsi come il più grande e ricercato pittore fiorentino della fine del tardogotico, fino ad abbracciare col suo personalissimo linguaggio la rivoluzione rinascimentale iniziata in pittura da Masaccio. Il confronto tra i due artisti proposto in mostra è fra la prima opera nota di Masaccio datata 1422 – il Trittico di San Giovenale conservato nel museo intitolato all’artista a Cascia -, e di Angelico la Pala di San Pietro Martire del Museo di San Marco, collocata negli anni 1422-1423 circa, e qui riunita per la prima volta alla sua predella del Courtauld di Londra.
È supportata da Tartuferi e da una parte della critica l’opinione che in primis Gherardo Starnina sia la personalità che nel giovanissimo Angelico ha avuto maggiore rilevanza, insieme a quella di Masolino da Panicale, contribuendo entrambi alla sua formazione stilistica e culturale. Di diversa opinione è Carl Brandon Strehlke, che individua in Lorenzo Monaco il suo riferimento iniziale.
Ulteriori confronti proposti in mostra sono con il Maestro della Madonna Straus e il più giovane Maestro del 1419 (forse da identificare con l’artista Battista di Biagio Sanguigni). Non meno importante per il giovane Angelico è lo scultore Lorenzo Ghiberti, col quale più tardi lavorerà alla commissione del monumentale tabernacolo da destinare alla sede dell’Arte dei Linaioli (la corporazione fiorentina dei mercanti di lino), eseguito tra il 1432 e il 1436 e conservato al Museo di San Marco: ad Angelico va la decorazione della grande tavola e degli sportelli, a Ghiberti il progetto della cornice marmorea.
Le opere di Angelico scelte come testimonianza dell’evoluzione stilistica da lui perseguita sono allestite secondo un percorso cronologico. Al periodo iniziale della sua produzione appartiene la Tebaide del Museo di San Marco (1415-1420 circa), la cui attribuzione è tuttora dibattuta, e la Crocifissione Griggs del Metropolitan di New York (1418-1420 circa); mentre la Madonna dei Cedri del Museo Nazionale di Pisa è l’opera che prelude alla sua svolta stilistica, che si compirà appena dopo con il trittico per l’altare maggiore della chiesa fiesolana di San Domenico.
Prossime alla Pala di Fiesole, e databili intorno al 1422-1423, sono la Madonna col Bambino in trono dello Städel Museum di Francoforte, e le due tavole da collezione privata raffiguranti l’una Santa Caterina d’Alessandria e San Giovanni Battista, l’altra Santo vescovo e Sant’Agnese, “uno dei vertici della pittura italiana nel passaggio fra l’ultimo gotico e il Rinascimento”, scrive Tartuferi. È invece di poco successiva la Crocifissione dell’Ashmolean di Oxford (1424-1425 circa).
Chiudono questo percorso il dittico della Natività e dell’Orazione nell’orto del Museo di San Domenico a Forlì, e l’Imposizione del nome di san Giovanni Battista del Museo di San Marco, entrambi databili al 1428 circa, che “documentano”, scrive Tartuferi, “il compimento della maturazione in senso rinascimentale del grandissimo artista e il suo contributo fondamentale, da autentico antesignano, alla pittura di luce”.
Il percorso di visita prosegue col racconto di Angelico a San Marco, che oltre a ospitare la più importante collezione di dipinti su tavola dell’artista (attualmente nella sede espositiva di Palazzo Strozzi), conserva anche il più esteso ciclo di affreschi del frate-pittore, che comprende il chiostro di Sant’Antonino con San Domenico che abbraccia la croce, la sala capitolare con la grande Crocifissione, i corridoi e le celle del dormitorio dei frati al primo piano del convento, che si apre con la celeberrima Annunciazione. Qui si afferma un’estetica che è sobria, leggera ed essenziale.
Il complesso di San Marco, che prevedeva la ristrutturazione del convento, la biblioteca, la chiesa e parte dei suoi arredi, è il primo progetto patrocinato da Cosimo de’ Medici di ritorno dal suo esilio nel 1434, e sostenuto insieme al fratello Lorenzo, destinato a un ruolo rilevante nella storia della famiglia se non fosse prematuramente scomparso nel 1440. Un esilio che doveva durare dieci anni, ma che grazie agli abili intrighi politici di cui i Medici erano maestri, vede Cosimo rientrare a Firenze solo dopo un anno dalla sua condanna, il 5 ottobre 1434. Ripreso in mano saldamente il potere, il primo tra i rivali politici che avevano tramato contro di lui ad essere bandito da Firenze è il ricchissimo banchiere Palla Strozzi, che ad Angelico aveva affidato per la cappella di famiglia in Santa Trinita la pala d’altare con la Deposizione, lasciata incompiuta da Lorenzo Monaco.
Il convento nasce sulle spoglie del complesso tolto ai monaci Silvestrini da Eugenio IV su pressione di Cosimo, e destinato ai frati domenicani di Fiesole che aspirano ad aprire a Firenze una comunità di osservanti, favoriti anche dai rapporti finanziari che dal 1421 intercorrono fra il banco mediceo e il capitolo generale dei domenicani. A Michelozzo viene affidato il progetto di ristrutturazione, realizzato tra il 1437 e il 1443; ad Angelico la decorazione del convento, principiata probabilmente a partire dal 1438.
L’arrivo di Angelico a San Marco, insieme a un piccolo gruppo di frati della comunità di Fiesole, nove in tutto, avviene nel febbraio del 1436, mentre nel convento procedono i lavori di ristrutturazione, forse già in vista del suo impegno artistico che però non impedisce al frate-pittore di spostarsi e accettare altre commissioni. A San Marco si avvale infatti della collaborazione dei suoi allievi, che sotto la sua supervisione seguono il progetto decorativo da lui ideato per il convento, lasciando a sé le opere o le parti principali del lavoro.
Per i suoi confratelli di Firenze crea immagini di scevra essenzialità – forse indirizzato nella scelta dei temi dal suo mentore Antonio Pierozzi, eletto priore di San Marco nel 1439 -, che rispondono a un anelito di crescita spirituale nel valore più caro ai domenicani riformati, che è il valore di povertà. Ogni frate nella sua piccola cella ha un’immagine che aiuta alla contemplazione, alla meditazione e alla preghiera, perché la crescita nella fede sia anche alimentata dalla bellezza dell’arte. Per i frati più anziani, come per le celle destinate ai fratelli laici, Angelico dipinge immagini prese dalla vita di Cristo, mentre per i novizi ricorre al tema del Crocifisso e san Domenico, caro ai frati predicatori. Quindi un Angelico lontano dal tono autocelebrativo richiesto dalle grandi committenze pubbliche, forse più che mai vicino alla rivoluzione plastica ed espressiva di Masaccio, dove i corpi hanno un peso umano e terreno, come il ladrone della grande Crocifissione del Capitolo.
Oltre a patrocinare i lavori del nuovo convento, Cosimo affida a Michelozzo il progetto della prima biblioteca pubblica moderna. Concepita per desiderio di Cosimo come luogo del sapere aperto non solo ai frati ma a tutti gli studiosi, anche laici, viene edificata al primo piano, dove era il dormitorio, tra il 1441 e il 1444. Per la biblioteca Michelozzo crea uno spazio rinascimentale a tre navate, scandite da colonne con capitelli ionici e archi a tutto sesto. Nelle navate laterali si trovavano i banchi in legno dove gli studiosi potevano consultare i volumi alla luce naturale proveniente dalle finestre, mentre dai restauri è emerso il colore verde originario delle pareti, pensato per non affaticare gli occhi dei lettori, visibile ancora in una campata della biblioteca. Qui confluisce la preziosa raccolta del bibliofilo e umanista fiorentino Niccolò Niccoli, giunta per disposizione testamentaria a sedici amici, tra cui Cosimo, che decidono di destinare a San Marco. La raccolta andata per grandissima parte dispersa a partire dall’Ottocento, comprendeva autori classici latini e greci, testi in ebraico e arabo, trattati naturalistici, scientifici e teologici, alcuni nuovamente esposti a San Marco in occasione della mostra.
Sempre in biblioteca alcuni preziosi codici illustrano l’attività di Angelico miniatore, che si fonda nel solco della tradizione dei monaci camaldolesi di Santa Maria degli Angeli e del loro massimo interprete Lorenzo Monaco, e delle altre botteghe fiorentine come quella di Mariotto di Nardo. Tuttavia, nella sua attività di miniatore, parallela e non meno importante a quella di pittore – sebbene siano pochi i manoscritti a lui ascrivibili pervenuti sino a noi – Angelico ha come modello sia la grazia di Masolino che l’eleganza di Ghiberti. La stessa attenzione minuziosa che egli mette nella miniatura – che certamente ha vuto un ruolo fondamentale nella sua formazione -, lo stesso desiderio di sperimentare soluzioni innovative, si ritrovano nei dettagli di tutta la sua produzione, dai dipinti agli affreschi. La mano dei collaboratori rintracciabile in ognuno dei suoi codici, rientrava nel metodo di lavoro delle botteghe dei miniatori, dove il programma decorativo ideato dal maestro era portato avanti insieme agli allievi sotto la sua supervisione. Eccezionalmente sono esposti il più antico codice miniato a lui attribuito, il Graduale 558 di San Domenico a Fiesole, insieme all’Antifonario 43 e ai Saltieri di San Marco. Altre pagine miniate proposte in mostra sono opera di artisti come Benozzo Gozzoli, Domenico di Michelino e Zanobi Strozzi, che si formano alla sua bottega e portano avanti la svolta da lui impressa nella miniatura fiorentina.