ANSELM KIEFER. LE ALCHIMISTE
Nella Sala delle Cariatidi Anselm Kiefer ha messo in scena il suo ultimo ciclo pittorico dedicato alle Alchimiste, che si aggiunge a tutti gli altri cicli che l’artista ha rivolto alle donne che hanno lasciato un segno nella storia, ma che la storia ha dimenticate, da quelle dell’Antichità, a quelle della Rivoluzione, alle Regine di Francia.
Kiefer ha trasformato il maestoso salone di Palazzo Reale in un laboratorio alchemico, popolato da figure femminili che hanno accompagnato un’antica disciplina filosofica esoterica verso la nascita della scienza moderna, grazie alla loro sapienza, alle loro intuizioni, alla loro perseveranza che è andata oltre ogni pregiudizio.
Con ancora vive sui corpi delle Cariatidi le ferite lasciate dalla Seconda guerra mondiale, la sala si è presentata all’artista come la scenografia perfetta che ha ispirato le sue Alchimiste. Kiefer si muove tra le macerie con l’idea che non siano solo la tragica testimonianza di una fine, ma anche la manifestazione di un inizio. Per l’artista tedesco, che le macerie hanno rappresentato il suo primo ricordo, replicare ciò che è stato distrutto è come cancellare la storia, e questa sala di uno dei palazzi più prestigiosi di Milano progettato dal Piermarini, con ancora addosso i segni della guerra perché restasse vivo il senso della catastrofe nella memoria collettiva, è apparsa a Kiefer come il seme per germinare la sua nuova opera d’arte.
Il tema della trasformazione viene spesso evocato dall’artista, anzi è il fine della sua arte. I dipinti esposti alle radiazioni e agli elementi per sondare le loro mutazioni, l’uso della fiamma ossidrica, della foglia d’oro e d’argento, dei metalli vili come il piombo, la manipolazione da demiurgo della materia, il concetto della ciclicità delle cose, e poi l’arte intesa come forza trasformativa e rigenerativa, sono tutti elementi che hanno molte affinità con il mondo alchemico. Del resto è nella natura dell’artista sperimentare la materia attraverso i pigmenti, inventare nuove tecniche, fare uso di un linguaggio criptico e simbolico, e non è un caso se alcuni dei più grandi pittori del passato furono segretamente anche operatori alchemici.
Le Alchimiste di Kiefer sono sue alleate, sono sue complici, sono la rappresentazione di sé stesso. È l’artista che si svela come alchimista tra le alchimiste, come artefice dell’opera e lui stesso opera. Come puntualmente sottolinea la curatrice Gabriella Belli, la sovrapposizione è così stretta, così partecipata, che da spettatori ci troviamo “di fronte a una vera rivelazione, a una folgorazione”.
Nella Sala delle Cariatidi viaggiamo con Kiefer nel misterioso, sconosciuto, affascinante e variegato universo alchemico femminile.
L’alchimia, che nel suo percorso millenario ha attraversato culture diverse e sondato differenti campi del sapere, ha avuto nei secoli, pur tra alterne fortune, un’evoluzione straordinaria, che l’ha portata dall’Egitto ellenistico dove affonda le sue radici, attraverso la cultura arabo-islamica fino in Europa. Nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento l’alchimia in Occidente ha avuto uno slancio straordinario sino alle soglie della nascita della scienza moderna, prima di iniziare nel Settecento il suo declino tacciata di superstizione e ciarlataneria.
Oggi considerata antesignana della chimica moderna, l’alchimista osservava la natura per capirne le potenzialità nascoste; sperimentava la trasformazione della materia con il fine più ambizioso di creare la pietra filosofale, e con essa trasmutare i metalli vili verso il più alto stato di perfezione rappresentato dall’oro, ottenere l’elisir di lunga, acquisire saggezza e conoscenza. Pertanto l’alchimista non perseguiva come unico fine quello meramente economico di trasformare il metallo in oro, ma anche più nobile di elevazione dello spirito e purificazione dell’anima, perché trasformando la materia trasformava anche sé stesso.
Numerosi testi alchemici femminili sono stati oggetto di approfonditi studi solo in tempi abbastanza recenti, a partire dagli anni Ottanta-Novanta del Novecento, grazie soprattutto al lavoro svolto da studiose e ricercatrici. Testi conservati in archivi e biblioteche eppure mai cercati, forse perché nessuno presumeva di trovarli, ma che oggi diventano la testimonianza documentata del contributo significativo dato dalle donne a questa antica disciplina.
È addirittura una donna, Maria la Giudea, ad essere considerata tra i fondatori dell’arte alchemica. A dare testimonianza della sua esistenza sono numerosi trattati, a partire dal più antico seppur frammentario testo alchemico di Zosimo di Panopoli, risalente intorno al IV secolo, che descrive Maria come una delle grandi sagge vissute nel passato, alla quale attribuisce l’ideazione di sofisticate apparecchiature per la distillazione e la sublimazione, e tecniche di laboratorio fondamentali all’opera alchemica, alcune ancor oggi utilizzate come il “bagnomaria”.
Altra donna dell’antichità che le fonti indicano come figura di primissimo piano è Cleopatra, non la mitica regina d’Egitto ma l’alchimista vissuta tra il III e IV secolo ad Alessandria, la città che con la sua biblioteca era il cuore della cultura ellenistica dove confluivano tutti i saperi. A lei sono attribuiti testi come il Dialogo dei filosofi e di Cleopatra e la Chrysopoeia, un antico documento alchemico su foglio singolo ritrovato in un manoscritto greco del X-XI secolo conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia, dove per la prima volta appare la rappresentazione dell’ouroboros, raffigurato come un serpente che si mangia la coda con al centro il motto “l’uno è il tutto”. Nella tradizione alchemica simboleggiava la ciclicità delle operazioni che portano alla creazione della pietra filosofale e alla fabbricazione dell’oro.
Sono rarissime e poco documentate le testimonianze di donne che nel Medioevo in Europa si dedicarono all’arte alchimia, rischiando anche l’accusa di stregoneria. La leggenda di Perenelle nella veste di alchimista e maga del Trecento ha avuto origine solo tre secoli dopo, nel 1612, quando compare il primo dei testi apocrifi attribuiti al marito Nicolas Flamel, che descrive le ricerche e le sperimentazioni compiute in laboratorio con la moglie per creare la pietra filosofale.
Con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento l’arte alchemica ha avuto un notevole sviluppo a cui le donne hanno dato un contributo significativo, più spesso operando segretamente in laboratori improvvisati nelle loro stesse abitazioni tra alambicchi e fornelli; oppure nel ruolo di collaboratrici a fianco dei loro consorti, ma di fatto alchimiste. Di Rebecca Vaughan, moglie del filosofo ermetico gallese Thomas Vaughan, conosciamo le sperimentazioni di laboratorio condotte insieme al marito negli anni Cinquanta del Seicento grazie al manoscritto conservato alla British Library, in cui l’alchimista e filosofo ricorda il ruolo fondamentale avuto dalla moglie nelle loro scoperte.
Diversamente dagli uomini le donne perseguivano obiettivi più pratici e meno utopistici della ricerca della pietra filosofale, mettendo le loro naturali doti intuitive, l’innato spirito di osservazione, la facilità con la quale manipolavano le materie prime, assieme alla sapienza medica ed erboristica a beneficio della comunità, in particolare delle donne.
Un sapere tutto femminile che intrecciava nozioni di cosmesi, chimica, farmacopea, medicina che le donne si tramandavano di generazione in generazione attraverso ricettari spesso pubblicati sotto pseudonimo, come il più famoso libro segreto del Rinascimento attribuito a Isabella Cortese, probabile nome di penna inventato per accrescere il mistero, o per mantenere l’anonimato in una comunità di iniziati che guardava con pregiudizio alle donne. Marie Meurdrac combatté contro questi pregiudizi affinché il suo lavoro più importante trovasse una pubblicazione. La Chymie charitable et facile, en faveur des dames, uscì nella prima edizione del 1666 sotto pseudonimo, a cui seguirono diverse ristampe e traduzioni in tedesco e italiano. Rivolto a educare un pubblico femminile alla chimica sia sotto l’aspetto pratico che teorico, il libro tocca diversi argomenti, dalle apparecchiature, alle tecniche di laboratorio, alle proprietà e all’uso delle sostanze chimiche, ai rimedi medici, alle ricette cosmetiche.
Tuttavia il grande interesse delle donne per le discipline scientifiche poteva essere soddisfatto solo contando su loro stesse, sulla loro capacità di ingegnarsi, di istruirsi da autodidatte, essendole precluso l’accesso ai luoghi del sapere, alle università e alle accademie, sebbene negli ambienti aristocratici fosse garantita loro un’istruzione di base e un circolo di conoscenze che certamente le favoriva.
Non è un caso se a partire dal Quattro-Cinquecento l’alchimia venisse studiata, osservata, praticata con fervore dalle donne delle corti europee, talvolta anche come strumento per sancire la propria autorità politica. Caterina Sforza è una figura emblematica di queste donne di potere che esercitarono l’alchimia. Figlia del duca Gian Galeazzo Sforza, dopo l’assassinio del marito Girolamo di Riario, divenne reggente per conto del figlio dei domini di Imola e Forlì, che difese strenuamente sino alla fine. Le sue nozioni chimiche, alchemiche, erboristiche confluirono in un corposo manoscritto noto come Experimenti, che lei considerava la sua eredità più preziosa lasciata al figlio Giovanni dalle Bande Nere, nato dal matrimonio con Giovanni de’ Medici. Il manoscritto è il risultato dei suoi molteplici interessi, delle sue conoscenze pratiche ed esoteriche apprese dai testi alchemici, da scienziati e speziali con i quali intratteneva una fitta corrispondenza epistolare, senza disdegnare i riti magici della tradizione popolare.
Un esempio della determinazione delle donne allo studio, anche quando questo le veniva negato, è la nobildonna danese Sophie Brahe, vissuta a cavallo tra Cinque e Seicento. Sorella del noto astronomo Tycho Brahe, formò la sua educazione alla scienza contro la volontà della famiglia. Sin da adolescente seguiva il fratello nelle osservazioni del cielo e degli astri, che spesso la menzionava come la sua più preziosa collaboratrice. Da lui ricevette un’educazione alla chimica e alla botanica, ma studiò da autodidatta l’astronomia, appresa dai libri e finanziandosi da sola le spese per le traduzioni dei testi in latino e di autori stranieri.
In tempi più vicini ai nostri emerge la figura di Mary Anne Atwood, scrittrice inglese e autrice in incognito di due importanti testi sull’ermetismo e l’alchimia spirituale. Nel 1850, finanziata dal padre che con lei condivideva lo stesso interesse per la filosofia ermetica, pubblicò il libro A Suggestive Inquiry into the Hermetic Mystery. Tuttavia l’opera venne ritirata e le copie distrutte dalla stessa autrice e dal padre, pensando che rivelasse i segreti di una materia sacra che doveva essere praticata solo da iniziati. Il libro riapparve nel 1918 dopo la sua morte.
Sono 42 le Alchimiste di cui Kiefer ha reso un’immagine, ha interpretato il pensiero. Ma, come si domanda Gabriella Belli in conclusione del suo saggio in catalogo, quale è stato il loro merito? “Pur partendo dalle arti alchemiche e praticandole, ebbero il coraggio di sovvertire le priorità, le più desistendo dalla ricerca della pietra filosofale, per addentrarsi in terreni altrettanto ignoti ma di più innovativo utilizzo, aprendo con i loro “secreti” più di una porta alla scienza moderna. Di questi meriti, di queste competenze al femminile, e del rumore delle voci delle donne, quando rivendicano i loro talenti, parla la mostra, in uno sconfinamento continuo con un tema più generale e ancora più importante, che si legge in controluce all’epifania di questo straordinario raduno. È il tema della rigenerazione, della cura, della spoliazione dai pregiudizi, della congiunzione dei principi opposti, della luce e delle tenebre, del rapporto maschile-femminile, del bene e del male, della vita e della morte, in una discesa all’oscurità dell’ignoto alchemico ma anche in una risalita alla luce della ragione e della scienza, a cui la pittura di Kiefer dà voce esemplare”.