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La natura sensuale e melanconica del Guercino

Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (Cento 1591 – Bologna 1666) inizia la sua avventura artistica nella bottega del tardo manierista centese Benedetto Gennari Senior. Secondo Malvasia, Guercino aprì la sua accademia del nudo nel 1616: qui insegnava a una ventina di scolari quello che lui non aveva mai imparato da nessuno.

Il pittore che esercitò una prima e importantissima esperienza formativa sul giovane centese fu Ludovico Carracci che insieme ai cugini Annibale e Agostino, aveva fondato a Bologna nel 1582 l’Accademia degli Incamminati con l’intento di abbandonare il virtuosismo e l’artificio della pittura di maniera per approdare a un rinnovamento profondo e radicale della cultura figurativa basato sul ritorno alla natura.

Roberto Longhi in “Momenti della pittura bolognese” uscito su “Archiginnasio” nel 1935 superbamente sintetizza questa partecipata necessità del vero: «è palese che il movente dei Carracci è un movente lombardo inteso a scavalcare il cadavere del manierismo e a comunicare direttamente ad apertura non di libro, ma di finestra con lo spettacolo mutevole delle circostanze di natura».  Lo stile dei Carracci è tutto nello stretto legame con la realtà quotidiana, una realtà che viene indagata attraverso l’utilizzo del disegno dal vero, ma anche mediante una profonda meditazione di tutta la tradizione rinascimentale: questa miracolosa sintesi che li portò a fare propri l’equilibrio e l’armonia di Raffaello, la potenza e il vigore delle figure di Michelangelo, il cromatismo acceso di Tiziano e quella che la critica definisce la “struggente melanconia sensuale” di Correggio.

Nella prossima asta genovese di Dipinti Antichi e del XIX secolo del 27 novembre 2024 sarà esitato una splendida tela del Guercino maturo, databile al 1643 raffigurante “Sant’Andrea abate” (lotto 196, stima 40.000 – 60.000 euro), che presenta un’affascinante patina dettata dall’invecchiamento delle vernici ma che non attenua la comprensione del disegno, le preziosità delle stesure e i raffinati accostamenti cromatici.

Manifesti sono i passaggi verdi e rosso violacei tipici dell’artista, l’uso dell’oltremare e delle lacche, così le pennellate morbide che, in alcuni brani, lasciano trasparire l’imprimitura. Da notare sono le lumeggiature con cui l’autore ha connotato i lineamenti e le rughe del santo, mentre le tenui alternanze chiaroscurali plasmano l’immagine di una modulazione emotiva che nulla toglie al suo esito ‘monumentale’. Questi aspetti indicano, di conseguenza, una esecuzione matura da associare al Quinto decennio del Seicento, ben prima dello stile smaltato e delle tipologie umane idealizzate che contrassegnano le opere tarde.