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Giovan Battista Piranesi, Le antichità romane e il gusto del Grand Tour

Considerata l’opera più importante di Giovan Battista Piranesi Piranesi, Le antichità romane furono realizzate nel 1736 ma richiesero otto anni di studi e consacrarono l’autore come principale interprete del XVIII secolo dell’archeologia romana. È composta da quattro volumi che raccolgono 216 (di 218) tavole calcografiche che rappresentano le maggiori vestigia della Roma antica come apparivano all’inizio del Settecento.

Il primo volume è dedicato all’urbanistica di Roma antica e alla descrizione degli edifici pubblici tra cui le mura e gli acquedotti. Il secondo e terzo volume si dedicano ai sepolcri e alle strutture funerarie mentre il quarto è dedicato alle più importanti opere d’ingegneria come il mausoleo di Adriano, la Curia Hostilia, e il teatro di Marcello. Particolarmente celebri e rappresentativi dello stile dell‘artista sono i titoli incisi a doppia pagina del secondo e terzo volume con le “affollate” vedute immaginarie dei monumenti antichi.

L’opera deve la sua genesi al diffondersi in Europa del fenomeno del Grand Tour, ovvero un lungo viaggio per le principali città d’interesse artistico e culturale dell’Europa continentale, considerato quasi d’obbligo allora per le persone del gran mondo: tappa fondamentale di questo giro era ovviamente Roma, con i suoi monumenti della civiltà antica e le sue prestigiose gallerie d’arte.

In questo modo nell’Urbe si formò una cospicua comunità internazionale e il Piranesi, in virtù della sua attività di incisore ed architetto, non tardò a diventare un punto di riferimento irrinunciabile della nuova vita artistica e intellettuale sorta in città. L’opera avrebbe dovuto essere finanziata dal nobile James Caufield, conte di Charlemont, che però ritornò in patria prima che questa fosse pubblicata, lasciando il Piranesi, che aveva anticipato molte delle spese necessarie alla pubblicazione, in gravi difficoltà finanziarie. Il Piranesi riuscì comunque a pubblicarla, non prima però di aver eraso da alcune delle prime incisioni, la dedica al conte.

Le sue tavole incise, segnate da un’intonazione e una grafica drammatiche, appaiono improntate ad un’idea di dignità e magnificenza tutta romana, espressa attraverso la grandiosità e l’isolamento degli elementi architettonici, in modo da pervenire a un sublime sentimento di grandezza del passato antico, pur segnato da inesorabile abbandono.

L’arte di Piranesi, infatti, ha radici profondamente affondate nella tradizione del rococò del quale egli rappresenta uno degli ultimi eredi. Quest’adesione al rococò è riscontrabile non solo nella qualità del disegno, sfatto ed evocatore, ma soprattutto nella natura stessa delle sue opere, che si configurano come invenzioni capricciose (come si legge nel frontespizio delle Carceri): con questa denominazione squisitamente rococò, infatti, Piranesi voleva indicare il carattere immaginoso e inconsueto delle proprie creazioni.

La tormentata ricerca di Piranesi alla ricerca di una perduta classicità capace di conservare le immortali proporzioni si inserisce anche all’interno del neoclassicismo. Con la sensibilità neoclassica, infatti, Piranesi condivide l’impegno metodico e teorico e la passione per l’archeologia, maturata dopo la visita degli scavi di Ercolano. Questa caratteristica della poetica piranesiana fu rapidamente colta da Marguerite Yourcenar, che in “Con beneficio d’inventario” (Bompiani, 1985) commentò:

«L’autore delle Vedute e delle Antichità Romane non ha certo inventato né il gusto delle rovine, né l’amore per Roma. Un secolo prima di lui, anche Poussin e Claude Gelée [Claude Lorrain] avevano scoperto Roma con occhi nuovi di stranieri; la loro opera si era nutrita di quei luoghi inesauribili. Ma mentre per un Claude Gelée, per un Poussin, Roma era stata soprattutto il mirabile sfondo di una fantasticheria personale o di un discorso di ordine generale, ed un luogo sacro anche, accuratamente purificato da ogni contingenza contemporanea, situato a mezza strada dal divino paese della Favola, è l’Urbe stessa, sotto tutti i suoi aspetti e in tutte le sue implicazioni, dalle più banali alle più insolite, che Piranesi ha fissata ad un certo momento del XVIII secolo, nelle sue migliaia di tavole, insieme aneddotiche e visionarie. Non ha solo esplorato i monumenti antichi da disegnatore che cerchi una prospettiva da riprodurre; ne ha personalmente frugato i ruderi, un po’ per reperirvi le antichità di cui faceva commercio, ma soprattutto per penetrare il segreto delle loro fondazioni, per imparare e per dimostrare come vennero costruiti. È stato archeologo in un’epoca in cui il termine stesso non era in uso corrente»

Nell’asta del 30 maggio 2023 i quattro volumi in un’edizione del 1756 (Rotili, venduto da Bouchard) sono stata battuti a 25.000 euro.