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Adolfo Franchi e Federico Fellini. Insieme nell’antro di Vulcano

Se ripenso a com’era via della Croce quando, da giovane apprendista verso la metà degli anni 70, frequentavo la bottega paterna, mi viene un po’ di malinconia. Artigiani di ogni sorta, falegnami, fabbri, calzolai, vetrai, insieme ai facchini, ai venditori di caldarroste in inverno, e tante altre variegate figure professionali, costituivano il popolo degli infiniti mestieri che faceva del Tridente un cuore pulsante di attività umane. Molti di questi personaggi prima di iniziare la giornata di lavoro avevano l’abitudine di incontrasi in uno dei caffè più prestigiosi della via: il bar D’Angelo.
Papà era uno di loro.
Era solito scambiare due chiacchiere con i frequentatori che attribuivano al rito conviviale del caffè mattutino una sorta di consuetudine sacrale. L’interno del caffè era organizzato con piccoli tavoli circolari con due o tre sedute, una sistemazione che teneva conto di quelle frequentazioni, poiché la chiacchierata mattutina mentre si sorseggia il caffè era il momento del dialogo tra coloro, che di lì a breve, si sarebbero concentrati nelle loro faccende quotidiane fatti di gesti abili e di materie inerti da trasformare in oggetti lavorati ad arte.
La contiguità dei tavoli consentiva il nascere di conoscenze spontanee. Non esisteva nessuna distinzione di casta o di genere, ci si trovava come abitudinari e la colazione generava una naturale propensione allo stare insieme. Franco Fabrizi, attore di cinema che abitava in zona, era un affezionato frequentatore del caffè D’Angelo, e lo era nelle stesse ore in cui il sole nascente disegnava le facciate dei palazzi della strada in linee oblique, rivelando la nascita di un nuovo giorno.
Franco era un uomo di statura alta e di raffinata eleganza che veniva spesso scelto dai registi per la sua carica di fascino e seduzione.
Gli incontri nascevano dapprima con un garbato saluto, poiché le persone che si incontrano ogni giorno, pur non conoscendosi hanno l’attitudine di corrispondere un gesto di buona educazione.
I tavoli disposti all’interno della grande sala, di fronte alla nutrita vetrina di pasticceria, si animavano dalle sei alle otto, prima dell’apertura delle botteghe artigiane che disseminavano la zona del tridente circoscritta da Piazza di Spagna, Piazza del Popolo e via del Corso e garantivano una animata e qualificata presenza di lavoro e di vita quotidiana.
D’Angelo era un bar-rosticceria molto frequentato per la bontà dei suoi prodotti e per la naturale sistemazione della sala che poteva accogliere molti clienti.
Meno celebre del caffè Greco di via Condotti, noto per la frequentazione di famosi intellettuali, il bar D’Angelo rappresentava un approdo nel quale potevi trovare una umanità variegata, di sicuro fatta di gente che non disdegnava il convivere di personaggi di levatura con anime semplici.
Così nacque la disimpegnata amicizia tra Franco Fabrizi e papà, forse anche per la passione che quest’ultimo coltivava per il cinema e per certi attori che avevano trasferito nell’immaginario collettivo l’idea di una vita sicuramente non reale, che comunque contribuiva a far sognare le persone comuni. Sono le occasioni in cui ci si trova per certe affinità, prima un cortese invito al tavolo per consumare insieme il rito socializzante della colazione, poi due chiacchiere per far scorrere piacevolmente il tempo e infine scoprire che si hanno delle passioni comuni da condividere. Fabrizi era un amante dell’arte e apprezzò immediatamente quell’artigiano affabile, tanto da promettere presto una visita nella sua bottega.
L’antro di vulcano, così l’attore di Cortemaggiore amava definire la bottega, divenne così un luogo di autentico pellegrinaggio per molti personaggi celebri, poiché ognuno di loro, rimanendo colpito dalla singolarità del posto, ne rimaneva talmente affascinato da raccontarne ad altri l’esistenza.
Fabrizi non mancò di raccontare a Federico Fellini dell’esperienza delle sue visite presso la bottega, generando nel regista una ben riposta curiosità, stimolata dall’aver assistito all’alchimia del fuoco sprigionato dal forno, nel quale l’argento si trasformava dallo stato solido a quello liquido.  Durante l’operazione la stanza della fusione della nostra bottega era caratterizzata dai bagliori della fiamma alimentata da una ventola, il cui rumore decisamente frastornante non poteva non colpire un visitatore profano.  Il forno appariva come un cilindro composto da un materiale refrattario, rivestito di una camicia metallica e sistemato su un trepiedi, alla cui base si innestava un braccio collegato alla conduttura del gas e un altro alla ventola, con la funzione di alimentare la potenza della fiamma.
La sommità del cilindro era chiusa da un coperchio con al centro un grosso foro dal quale si sprigionava il potente fiotto di calore, la cui colorazione forniva l’indicazione dello stato della fusione.
La fiamma vibrava alternando cromie dal blu al giallo, fino al verde intenso. Le colorazioni diverse erano dovute ai vari gradi di trasformazione del metallo e ai sali di borace necessari per ottenere una fluida massa liquida. Quando il metallo giungeva allo stato di fusione ottimale papà sollevava il coperchio e con delle grandi pinze bloccava il crogiuolo in grafite, lo portava al di fuori del forno e mentre il contenitore era incandescente ne versava il contenuto liquido in una lingottiera in ferro.
Il gioco era fatto, il metallo si raffreddava gradualmente per ritornare all’originale stato solido.
Ma ciò che colpiva l’osservatore era l’atmosfera generata da quel sofisticato procedimento. La stanza nella quale era collocato il forno rimaneva volutamente senza luce artificiale, poiché nel buio si poteva percepire meglio il corretto grado di liquidità del metallo fuso.
Così si assisteva ad un’atmosfera di un tempo senza tempo, quella alla quale proprio Franco Fabrizi richiamava in un celebre dipinto di Jacopo da Bassano, nel quale il buio dell’ambientazione veniva illuminato dal bagliore del fuoco usato dal celebre dio mitologico nell’atto di forgiare le armi per Marte.
Ho conosciuto un personaggio che ti stimolerà – disse Fabrizi a Fellini, esortando quest’ultimo a visitare la bottega, instillando nel regista una certa curiosità. Naturalmente Fellini visitò la nostra bottega, dietro la promessa fatta da papà a Franco di ripetere l’esperimento della fusione.
Fellini rimase colpito alla vista di quello spazio che sembrava proprio come lo aveva descritto il suo collega, come l’antro di Vulcano.
Restò in silenzio e ammirato dalla magica gestualità di papà che armeggiava con destrezza il crogiuolo reso incandescente dall’argento fuso, mentre la fiamma vibrante e potente del forno dipingeva i loro volti illuminandoli di una calda luce radente.
Dopo quell’esperienza Federico confessò all’amico Franco Fabrizi che l’atmosfera vissuta in quell’occasione gli apparì immediatamente come un irripetibile evento scenografico, i cui esiti sarebbero rimasti fissati nella fervida mente del genio del cinema della Dolce Vita.
Conservo ancora il ricordo indelebile di quegli incontri.
Avevo da poco finito di frequentare il liceo artistico e dopo l’anno di militare ero tornato a tempo pieno in bottega.
Papà era geloso di quei momenti passati con Fellini.
Esortava me e mio fratello a non disturbare quelle occasioni di fitto dialogo tra i due.
Fu così che spiando dalla porta a vetri della stanza adiacente alla prima camera (così definivamo la stanza di accoglienza dei clienti, secondo una sorta di gerarchia degli ambienti del laboratorio), elaborai alcuni schizzi ritraendo con colpi veloci e sommari di matita i due Maestri.
Trovavo incredibile una certa somiglianza tra loro.
I capelli radi e lievemente ondulati pettinati all’indietro per entrambi, la stessa bonaria fisionomia e l’identico tono di voce, quasi esile e garbato.
Dalla porta a vetri a malapena percepivo i loro dialoghi, ma la fitta gestualità di entrambi era certo il segno di un passionale coinvolgimento per qualcosa che stavano concertando.
Da quegli incontri vennero fuori storie esaltanti, delle quali oggi il nostro archivio presenta una traccia importante.
I miei schizzi, due piatti in argento con lo sbalzo e cesello di alcuni disegni di Fellini tratti da alcune scene dei suoi film, una delle due lampade in argento nate dall’idea evocativa di rappresentare un oggetto ispirato alla sua grande arte da visionario: la lampada del Genio del Cinema Italiano, facendo riferimento alla favola del Genio di Aladino.
Fellini trovava divertente ed esaltante l’idea di veder trasformati i suoi appunti da cineasta in racconti tradotti in pezzi di argenteria.
Era così piacevole e coinvolgente per lui veder nascere gli stravaganti personaggi schizzati a matita, da chiedere a papà di poter assistere all’elaborazione di quelle idee tradotte nella materia dell’argento.
In quelle occasioni i due apparivano come bambini divertiti che sfidavano il tempo del lavoro, rendendolo così leggero e piacevole da far passare le ore senza rendersene quasi conto.
Papà era solitamente restio a rendere partecipe un cliente nell’elaborazione di un manufatto, convinto che i processi di produzione fossero troppo complessi per essere compresi dai non addetti ai lavori.
In questo caso fece un’eccezione.
Elaborò il piatto partendo da una lastra circolare di argento di ottimo spessore, la forgiò al tornio e vi applicò a fuoco una robusta bordura, poiché un’opera d’argento di qualità alta deve essere fatta con materiali generosi, senza risparmiare grammi come fanno nell’industria, ripeteva a noi figli come un mantra che si sarebbe fissato indelebile nelle nostre menti.
A questo punto invitò il Maestro, mostrando il piatto finito e fissato su ampio letto di pece nera, materiale necessario come superficie di riscontro per l’operazione di sbalzo e cesello dei disegni che sarebbero stati concordati e approvati da Fellini.
Ricordo bene lo sguardo del celebre regista, attento e coinvolto mentre il ferro da cesello scorreva veloce sotto la mano abile dell’argentiere, al quale spettava il compito di dare forma plastica agli schizzi di Fellini. La forma embrionale veniva elaborata dal retro, operazione non semplice, poiché si deve rendere una forma pensandola dal negativo. Elaborate le masse delle varie scene il piatto veniva distaccato dalla pece, messo a fuoco per ripulirlo di ogni traccia del bitume nerastro, per poi ricollocarlo sulla pece, stavolta lasciando evidente la parte in positivo.
A questo punto le masse delle figure prendevano gradualmente vita grazie all’abile destrezza dell’argentiere che definiva dettagli, contorni, rilievi, mentre Fellini nel vedere le forme prendere vita come d’incanto si esaltava usando la matita con destrezza, per fornire ulteriori suggerimenti e nuovi dettagli con il fine di perfezionare l’elaborato in metallo.
A causa della robusta corporatura di entrambi occupavano il lato lungo del banco di lavoro, chini e concentrati sullo spazio occupato dal piatto fissato nella pece, dai barattoli di ceselli, dai martelli di varia foggia e da una miriade di schizzi, matite, carte di diversa natura, dai cartoncini a frammenti di velina, da noi utilizzata per confezionare gli oggetti finiti, mentre nell’occasione erano funzionali all’immediatezza degli spunti di idee partoriti dalla fervida immaginazione di Fellini.
Quando le immagini sbalzate sulla falda del piatto si rendevano visibili all’occhio dei due Maestri ampi sorrisi di soddisfazione si dipingevano sui loro volti, il mestiere e l’arte di tradurre le idee in forme significanti aveva generato una forma di amicizia che sarebbe andata oltre quei magici momenti.
Nella bottega si creava un’atmosfera suggestiva, dovuta certamente alla convergenza di incontri in parte casuali, in parte prodotti dalle relazioni di un tessuto sociale e culturale di un’epoca storica unica per Roma. E dentro le mura di quella bottega si tracciava un’altra delle tante storie affascinanti che a posteriori lasciano un sentimento di riconoscenza e di malinconia per qualcosa di irripetibile, seppure l’antro di Vulcano non è più un celebre dipinto ma una storia di vita vissuta da due personaggi di statura umana e artistica singolare.

Claudio Franchi, estratto da “L’Ultimo Poeta Argentiere. Storia di un uomo che sapeva far parlare la materia” in corso di pubblicazione