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Tutti attenti all’ S&P 500

di Alessandro Secciani

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio i mercati di tutto il mondo hanno visto la morte in faccia. Dopo un triennio di crescita continua senza neppure un minimo di calo negli inevitabili momenti difficili, in nove sedute l’S&P 500, il più importante benchmark azionario americano e di conseguenza del mondo, è passato in sole nove sedute da quota 2.873, che rappresentava l’ennesimo record storico, a 2581: in 30 anni non si era mai verificata una caduta così veloce dai massimi, per di più senza neppure il minimo preavviso. Non molto meglio è andata alle altre principali piazze europee ed emergenti.
Persino la Cina, uno dei mercati azionari finora più decorrelati con l’America, ha seguito il trend: lo Shanghai Composite in pochissime sedute è precipitato da un massimo di 3.587 punti a 3.129. Chi pensava che i buoni fondamentali della Cina e la sua crescente potenza potessero determinare comportamenti diversi del mercato è stato ampiamente smentito.
Anche la finanza più alternativa in quei giorni ha avuto i suoi problemi: il bitcoin, una moneta virtuale creata sul nulla e che ha attirato miliardi di dollari (in fondo un’opera d’arte) da un massimo di 19.891 dollari è precipitato a 6.393.
Poi, dopo la fase di terrore, dovuta a un ritorno di volatilità che nessuno si aspettava, tutto si è nuovamente calmato. Il solito S&P 500, che resta il benchmark faro di tutti i mercati del mondo (non solo azionari), ha ripreso a crescere piano piano ed è tornato in area 2.800, sostanzialmente vicinissimo ai massimi assoluti di fine gennaio. La legge che taglia la tassazione alle aziende Usa e previsioni di incremento degli utili del 18,4% hanno ridato le ali al listino di Wall Street. E circa altrettanto ha fatto la piazza di Shanghai: che è risalita fino a 3.300, per poi leggermente ritracciare. Persino il bitcoin, che tutti davano per morto e sepolto sotto il peso di una bolla finalmente scoppiata, ha ridato segni di vita e si è riportato quasi fino a quota 11 mila, per poi ritornare in verità intorno a 7.500 nel momento in cui viene scritto questo articolo. In pratica, secondo gli ottimisti, tanto rumore per nulla.
E l’arte? Chiaramente l’ottimismo manifestato nel 2017 e nei primi giorni del 2018 stava spingendo con molta forza le quotazioni nelle maggiori aste mondiali (essenzialmente a Londra e a New York) e, vista la velocità della caduta e del successivo rientro, non c’è stata di fatto ancora alcuna seria conseguenza sui prezzi battuti in asta. Certamente il ritorno della paura qualche segno lo lascerà sulle granitiche certezze di qualche mese fa che tutto sarebbe andato per il meglio.
Del resto il rapporto fra Arte contemporanea e S&P 500 è molto stretto.
Un confronto tra l’andamento dell’S&P 500 e l’Art Global Index, uno dei compendi più completi a livello globale delle transazioni in asta, sui rendimenti trimestrali a partire dai primi tre mesi del 2008 fino alla metà compresa del 2017, una serie storica fatta in entrambi i casi di 78 dati, dà risultati di un certo interesse.
Innanzitutto notiamo un elemento: complessivamente le azioni hanno reso nettamente meglio. Nel periodo preso in esame l’Art Global è salito del 56%, mentre l’S&P 500 ha fornito agli investitori più del 150%. Ma il discorso diventa diverso se andiamo a osservare due sotto-indici dell’Art Global, ossia quelli che riguardano le opere del dopoguerra e dell’era contemporanea. Entrambi rappresentano il più lucroso sotto-insieme con performance cumulate che sono risultate rispettivamente +145% e +129%. Questa cifra sconta un triennio di cali iniziato a metà 2014: ai picchi dell’estate del 2014, infatti, i profitti totali erano + 203% e +153%. Il rendimento medio trimestrale è stato pari a +1,53% per le azioni e +1,27% per l’arte contemporanea. Le rispettive standard deviation hanno messo a segno rispettivamente 8,31% e 4,89%. Quindi sembra il classico caso di un asset class che segue le stesse logiche dell’altra, solamente con un po’ meno rendimento e meno rischio.
In conclusione il mercato dell’arte si trova di fronte a un bivio, esattamente come i mercati azionari: la caduta dell’inizio del 2018 potrebbe essere considerata un mero incidente e c’è la possibilità che tutto ritorni come prima. Oggi secondo la maggior parte degli analisti è l’ipotesi più probabile, ma in questo campo i cambiamenti di idea sono repentini. In ogni caso c’è da monitorare quota 3.000 per l’S&P 500: se venisse raggiunta in tempi ragionevolmente brevi sarebbe una prova di forza enorme da parte dell’equity Usa e avrebbe un effetto trascinamento su tutto. Oppure è possibile che nel meccanismo economico-finanziario dell’America, che resta la maggiore potenza del mondo, si sia rotto qualcosa e che si vada verso un inevitabile declino. In tal caso il mondo dell’arte non potrebbe che seguire.