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Palazzo Strozzi. Liberi di spaziare

FONDAZIONE PALAZZO STROZZI FIRENZE / ARTURO GALANSINO
di Luca Violo

Diverse contemporaneità si alternano nel calendario delle mostre del museo. Da dove nasce questa esigenza?

Palazzo Strozzi lavora nella continuità delle sue proposte culturali alternando l’antico al contemporaneo. Marina Abramovic The Cleaner, prima mostra dedicata ad una donna conclusasi a gennaio, ha portato a Palazzo Strozzi oltre 180.000 visitatori e, motivo che mi riempie di soddisfazione, per la metà giovani al di sotto dei trent’anni – il pubblico delle mostre è solitamente un pubblico più anziano, che ha tempo, potere di spesa, e una cultura più approfondita – e cosa bellissima da dirsi, per il 70% donne. Quindi, oltre al grande interesse per l’arte antica, avvertivamo che Firenze meritasse anche un’azione forte sul contemporaneo, come abbiamo dimostrato in questi ultimi tre anni. Firenze è sempre stata una città contemporanea per le grandi innovazioni artistiche che qui sono nate e frequentata da un enorme flusso turistico, in buona parte turismo di qualità. Tra l’altro, essere in una città come Firenze pone anche altri vantaggi legati al contemporaneo, ossia l’opportunità per gli artisti di costruire un dialogo tra passato e presente. In Italia che è la nazione della Biennale di Venezia, la più antica istituzione di arte contemporanea al mondo, mancava un luogo in grado di offrire a un pubblico generalista, ovvero non di nicchia, grandi eventi contemporanei come si trovano all’estero, e Palazzo Strozzi, a nostro modo di vedere, poteva incarnare questo ruolo. Sono stati successi strepitosi uno dopo l’altro, dalla nostra prima mostra in grande stile dedicata a Ai Weiwei tre anni fa fino a Marina Abramovic, che ha battuto ogni record di visitatori, battendo addirittura Picasso, ossia i tradizionali blockbuster del mercato delle mostre.

Quali sono i criteri che determinano le scelte future?

Tutte le istituzioni necessitano di diversi anni di programmazione, soprattutto se si vuole tenere alto il livello di qualità. Alla mostra di Verrocchio lavoravo già cinque anni fa, da prima di diventare direttore generale di Palazzo Strozzi. Per una mostra d’arte contemporanea ci vogliono circa due anni e mezzo di lavoro. Quindi abbiamo una programmazione almeno triennale, ossia il nostro calendario ad oggi è già fissato fino al 2022. Ed è questa la nostra forza. Palazzo Strozzi non ha una collezione da cui partire, è il nostro limite e al contempo la nostra forza perché siamo liberi di poter spaziare. In questo senso ci sentiamo di dover portare a Firenze e in Italia i capisaldi di quella che è oggi la scena contemporanea, sempre scegliendo gli artisti nel modo più vario possibile. Non c’è una linea che li accomuna se non quella dell’assoluta qualità del loro lavoro.

Come è possibile trovare un equilibrio tra offerta culturale d’eccellenza e rispetto del budget?

Il consenso cresciuto attorno a Palazzo Strozzi è dovuto alle nostre scelte, a volte considerate ardite e controcorrente, ma di grandissimo successo con delle ricadute economiche importanti. Abbiamo superato la riduzione di fondi pubblici, circa della metà, avvenuta poco prima del mio arrivo, che ha richiesto un deciso cambiamento di sistema e di organizzazione del lavoro, in un momento non facile perché di fatto coincidente con l’inizio del mio mandato. Purtroppo, l’Italia dispone di pochi vantaggi economici per quanti investono nella cultura, a differenza ad esempio degli Stati Uniti che possono vantare un sistema fiscale favorevole al fundraising culturale. Oggi Palazzo Strozzi può contare su un 20% di fondi pubblici, in gran parte della Regione e del Comune (inoltre proprietario del palazzo). Per il resto a sostenerci sono il 40% di fondi privati, e lo straordinario 40% ottenuto dalla sola vendita dei biglietti, risultati eccellenti, spesso difficilmente paragonabili con la maggior parte delle istituzioni museali ed espositive.

Come gli artisti si sono confrontati con gli spazi illustri del Palazzo?

La metratura delle sale del palazzo può sembrare esigua rispetto a quelle dei grandi musei internazionali, ma se uniamo i due piani espositivi e contiamo anche il Cortile e la facciata si parla di migliaia di metri quadri. Ai Weiwei nel 2016 ha allestito a Palazzo Strozzi la sua più grande mostra fino ad allora. Anche Bill Viola e Marina Abramovic hanno organizzato da noi le loro retrospettive tra le più grandi. È sempre una sfida, perché operare in un palazzo come questo è complicato comunque: niente si può spostare o toccare, gli spazi non sono modulabili, tutto è fisso e immutabile. La mostra site-specific di Carsten Höller e dello scienziato Stefano Mancuso sull’interazione tra piante e esseri umani, è stata forse la mostra più difficile che abbiamo mai realizzato in questo senso. Pensi a due scivoli enormi situati nel Cortile senza nessun aggancio alle pareti e perfettamente self-standing, e pensi cosa ha significato portare da dieci metri sottoterra sulla facciata dei tubi che spargevano, calibrandola al millimetro per garantire corretti parametri scientifici, l’aria distribuita sulle piante rampicanti in facciata. Quindi, strano a dirsi, ma in questo palazzo rinascimentale riusciamo comunque a fare mostre che a livello di dimensioni e ambizione sono comparabili, e spesso superiori, a quelle di grandi istituzioni internazionali che operano in architetture molto più moderne e funzionali.

Quanto è stato importante esporre in questo museo per Bill Viola?

Per Bill Viola la mostra a Palazzo Strozzi è stata, in un certo senso, il coronamento della sua carriera, che si è costruita in un costante dialogo tra videoarte e arte e iconografia classica. Le sue opere erano messe per la prima volta a confronto diretto con i capolavori dei maestri del passato che per lui sono stati un’importante fonte di ispirazione. Opere a cui, durante gli anni giovanili passati a Firenze, ha guardato e sulle quali ha basato decenni della sua ricerca. Un grande lavoro filologico, ma anche una grande emozione per lui perché a Firenze è iniziata la sua carriera.

Social media e didattica. Quanto incidono?

Dal mio arrivo abbiamo lavorato in modo molto efficace sui social media. Rispetto a quattro fa è esploso il numero dei follower, ma soprattutto c’è molto seguito ed interesse intorno ai temi che postiamo sulle nostre piattaforme: per Marina Abramovic si parla di milioni e milioni di visualizzazioni. Siamo forti sulla didattica e sull’accessibilità per tutti i tipi di pubblico, quindi anche verso i pubblici speciali. Abbiamo programmi per le famiglie, per le scuole, per gli anziani, per le persone affette da Alzheimer, autismo e Parkinson, insomma cerchiamo di dare un’offerta per tutti e tante chiavi di lettura ad ogni mostra.

Quali sono gli aspetti principali della mostra “Verrocchio, il maestro di Leonardo” curata da Francesco Caglioti e Andrea De Marchi, aperta fino al 14 luglio 2019?

Si tratta della prima mostra mai fatta sul Verrocchio, forse perché si presentava come una mostra quasi impossibile da realizzare: le sue opere sono poche e sparse ai quattro angoli del mondo, i prestiti sono difficilissimi, il tema è piuttosto complicato, l’impatto economico sul budget forte. L’idea era partita cinque anni or sono, come ho già detto, quando ancora lavoravo a Londra, come un piccolo dossier intorno a Verrocchio, artista ben rappresentato nelle collezioni britanniche. Poi arrivato a Firenze questa idea si è trasformata in una grandissima mostra con oltre 120 opere giunte dai più importanti musei del mondo: i miei colleghi sono stati degli straordinari prestatori, tutti convinti del valore scientifico di questa iniziativa. Il nostro intento è presentare Verrocchio come un nuovo protagonista e un grande nome del Rinascimento, non soltanto perché è stato il maestro di Leonardo, ma perché è stato davvero il punto di snodo, colui che è riuscito a connettere due mondi diversi: il mondo di Donatello – di cui era allievo – e il mondo appunto di Leonardo, della cosiddetta maniera moderna. Dalla sua bottega sono passati tutti i grandi protagonisti della generazione a venire: Perugino maestro di Raffaello, Ghirlandaio maestro di Michelangelo. Verrocchio è stato colui che ha creato il linguaggio del tempo di Lorenzo il Magnifico, che sulla mimesis, sulla prospettiva, sulle caratteristiche del cosiddetto primo rinascimento, è stato in grado di innestare un’eleganza raffinatissima e tormentata, a tratti ellenistica, che caratterizza il suo stile straordinario. Un tema fondamentale della mostra riguarda il rapporto tra il maestro e il giovane Leonardo da Vinci, di cui abbiamo dei veri capolavori giovanili: purtroppo manca il Battesimo di Cristo degli Uffizi, pala emblematica perché opera della bottega di Verrocchio con il celebre dettaglio dell’angelo dipinto da Leonardo. Abbiamo anche delle nuove scoperte, in particolare una terracotta, la Madonna col Bambino del Victoria and Albert Museum di Londra, databile intorno al 1472, che secondo Francesco Caglioti che da molti anni studia il problema, è l’unica scultura verosimilmente attribuibile a Leonardo. È sorto un consenso internazionale intorno a questa attribuzione, che farà discutere e probabilmente cambierà la visione sugli esordi di Leonardo.