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Michelangelo e l’umana forma del dubbio

di Michela Fasce

Una mostra su Michelangelo con la più alta presenza di sue opere originali ha quasi dell’incredibile. Il periodo storico e la tipicità delle opere del “divino artista” rendono l’allestimento e la scelta degli oggetti da esporre molto difficile, tuttavia è “una mostra grande”, accessibile (Michelangelo divino artista, Genova, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge – fino al 14 febbraio 2021 – a cura di Cristina Acidini, con Alessandro Cecchi ed Elena Capretti), comprensibile e direi anche accogliente, vista l’intimità che creano gli spazi dell’allestimento. Michelangelo è un artista complesso che “occupa” tutti i campi dell’arte, è figlio del suo tempo, il Rinascimento e si forma in quella Firenze de’ Medici in cui gli stimoli intellettuali alla creatività sono stati ai più alti livelli della storia dell’umanità, non ci sorprende pertanto che sia scultore, pittore, architetto e poeta ed è grazie alla presenza in mostra di alcune sue opere che se ne può osservare la raffinata e particolare tecnica esecutiva.
L’opera esposta che maggiormente mi ha colpito per la sua semplicità esecutiva, ma nello stesso tempo per la sua raffinatezza e la sua forza espressiva, è una piccola statua di legno di tiglio raffigurante un Cristo in Croce, mutilo delle braccia, eseguita negli ultimi anni della sua vita – nel percorso espositivo si trova nell’ultima sala. Sull’opera si osservano i segni delle piccole sgorbie che sono state utilizzate per scavare il sottile tronco (il peso si aggira sui due etti), che Michelangelo ha, probabilmente, scelto di lasciare a vista per quel suo modo di operare “non finito”, e presenta sulle gambe e sul torso le tracce parallele del piccolo attrezzo usato che diventano leggermente più larghe sui capelli e sulla base, mentre non si osservano segni di levigatura.
Il modo di lavorare “non finito” è spesso osservabile nelle opere scultoree della maturità di Michelangelo, ma alcuni esempi si hanno già in giovane età come nei Tondi Pitti e Taddei.

L’abbozzare il soggetto e lasciare in parte l’aspetto grezzo, non levigato, in cui si esprime meglio la tensione emotiva della raffigurazione che risulterebbe più attenuata se l’opera fosse rifinita e lisciata, è un concetto filosofico dell’artista che esprime nelle sue Rime “Non ha l’ottimo artista alcun concetto/ c’un marmo solo in sé non circoscriva/ col suo superchio, e solo a quello arriva/ la man che ubbidisce all’intelletto”. In questi versi l’artista racconta il suo lavoro di liberare il soggetto, già presente nel blocco di marmo, tramite il “levare il soverchio”, che è la metafora della liberazione dell’anima immortale dal corpo terreno e questo lo esprime lasciando l’opera grezza, senza arrivare alla levigatura finale, perché non utile alla rappresentazione; ma mentre alcune opere sono appositamente non finite e la scelta di lasciarle grezze esprime un’idea dell’artista, in altri casi si tratta di manufatti mai terminati a causa dell’annullamento da parte della committenza o la sostituzione con un altro soggetto, come per esempio i famosi Prigioni per il mausoleo di Giulio II, mai collocati sul monumento funebre; al contrario una delle opere meglio rifinite e levigate è la famosa Pietà conservata a San Pietro in Vaticano. Un’opera non finita, a causa di una venatura nera all’altezza del volto, ma portata a termine da un ignoto scultore, presente in mostra è il Cristo Giustiniani. Sul polpaccio sinistro è interessante notare nel sottosquadra la fila dei fori del trapano a mano che delimitano tutta la sagoma e che potrebbero essere stati eseguiti proprio dal maestro, visto che è noto che iniziava a scolpire proprio dal basso per poi salire verso le parti alte.
Gli affreschi presenti alla Cappella Sistina meriterebbero un capitolo a parte nella descrizione dell’operare di Michelangelo, cito solo il fatto che pur essendosi formato alla bottega del Ghirlandaio il “divino” non aveva particolare dimestichezza con la tecnica ad affresco e per eseguire la volta della Cappella fece diversi tentativi prima di raggiungere la perfezione. Tra i pochi dipinti del maestro quello attribuito e conservato alla National Gallery di Londra, la Madonna Manchester, è anche in questo caso un non finito e mostra i diversi momenti dello sviluppo pittorico; si può infatti vedere lo strato iniziale della preparazione (il gesso bianco applicato sulla tavola), il disegno progettuale, il verdaccio (il fondo verde applicato sotto l’incarnato) e infine il colore.

Un’ultima curiosità, prima di concludere, nella prima sala appena si entra sulla destra, è presente la “lista della spesa” più famosa della storia dell’arte. Quest’opera, in realtà il retro di un foglio in cui era scritta una lettera, rappresenta un menù scritto di pugno da Michelangelo e a fianco sono disegnate le vivande da acquistare elencate nello scritto; probabilmente la lista era destinata a qualche collaboratore che non sapeva leggere e che doveva andare ad acquistare le vivande, ecco perché i disegni sono eseguiti con minuzia di particolari e molta precisione.