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Marilyn. La luce, la dea, la luna

“Arrendersi non significa sempre essere deboli; a volte significa essere forti abbastanza da lasciar perdere”.
Questa frase di Marilyn Monroe è perfetta per raccontare il clima dell’ultimo servizio fotografico che l’attrice concesse a Bern Stern per “Vogue”,  in una stanza del Bel-Air Hotel di Los Angeles nel giugno 1962, a pochi giorni dalla prematura scomparsa dell’attrice avvenuta il 4 agosto in circostanze ancora misteriose.
Un corpo che si spoglia del mito per abbandonarsi alla fragilità dell’anima; una donna profondamente sola che cerca disperatamente di essere ascoltata per ciò che è e non per ciò che appare. Essere il paradigma della bellezza, la misura con cui tutte le donne si confrontano, è un traguardo ambito e nel contempo un inganno alla fugacità del tempo che scorre. Questo meraviglioso e struggente shooting fotografico racconta quel breve spazio in cui la semplice e silenziosa ragazza Norma Jean dimenticò di essere Marilyn Monroe.
Bern Stern, insieme a Annie Gottlieb, in un bellissimo volume illustrato dal titolo “Marilyn Viva”, stampato in Italia nel 1982 per le Edizioni Frassinelli, ha raccolto i ricordi di quella eccezionale seduta di posa, dove l’innocenza e il fuoco di Marilyn presero forma nelle più affascinanti fotografie scattate alla leggendaria attrice: “Credo che ogni uomo conservi nella sua mente l’immagine della donna che rappresenta per lui l’incarnazione dell’amore. Marilyn Monroe era per me questa immagine magica, come lo era per milioni di altri americani”.
La location fu la suite 261 del Bel-Air Hotel, “il più intimo ed esclusivo albergo di Los Angeles… un’armonia di linee e di spazi arricchita dalla presenza di alberi, fiori e quiete… un ponticello all’ingresso, cigni che nuotano nello stagno sottostante e un labirinto di bosso in cui ci si può perdere. Io volevo Marilyn nuda e semplice, e la volevo nello spazio fatto di luce… un nessun luogo di limpidezza assoluta”.
Il fotografo e l’attrice si preparavano ad un incontro travolgente che porterà al limite le fantasie di entrambi, lasciandoci delle immagini tanto iconiche quanto naturali nella loro disarmante bellezza: “Tutto quello che sarebbe accaduto fra noi, attraverso la macchina fotografica, sarebbe successo senza preavviso, sarebbe stata un’avventura in sé. Volevo che tutte le spine e i cavi e i riflettori funzionassero autonomamente, come il mio occhio e il mio cervello, così che fotografare lei sarebbe stato più semplice e meccanico che guardarla, e lo scatto dell’otturatore sarebbe stato come sbattere le palpebre”.
Arrivò il giorno dell’appuntamento fissato alle due del pomeriggio, ma lei non si presentò: “Mi conveniva prepararmi, perché quando fosse arrivata, mi sarei trovato di fronte alla Marilyn vera. Erano le sette. Era in ritardo di cinque ore soltanto. Scendendo le scale fui sorpreso nel vedere una ragazza che mi veniva incontro da sola fra le pergole. Aveva il fazzoletto legato intorno alla testa. Il sole stava tramontando dietro alle colline di Hollywood e la ragazza della porta accanto, la ragazza dei sogni di ogni uomo di questo mondo, stava venendo lentamente verso di me in quella luce dorata, io le andai incontro. Fu una sorpresa assoluta. No. Era proprio lei, Marilyn Monroe in carne e ossa. La sua pelle era fine e traslucida come seta pura. Con una lievissima sfumatura dorata come una pesca. Volevo che queste fotografie fossero morbide ma nitide. Una Marilyn nitida e librata un mezzo alla luce. Era viva. Uno spirito selvaggio. Uno spirito fuggevole come il pensiero e intenso come la luce che la investiva”.
La serata avanzava e il loro affiatamento diveniva sempre più intimo: “A un certo punto Marilyn stava giocando con un foulard rosa e io la colsi nell’atto di toccarsi leggermente, di sfiorarsi i boccoli, le sue… fioriture. Finalmente arrivammo alle due rose di chiffon. Gliele passai e lei ne mise una su ciascun seno. Oramai avevo raggiunto il livello desiderato. Entrammo così in un altro spazio in cui non esisteva nient’altro che noi due”.
Nella notte entrambi sperimentarono l’ignoto dove “non esiste sensazione più esaltante del fare l’amore con una macchina fotografica”,  mentre Marilyn “era la luce, la dea, la luna. Lo spazio e il sogno, il mistero e il pericolo”.
Le foto di questa folle e intensa seduta fotografica che li portò, in quasi dodici ore di lavoro, ad una complicità travolgente che le immagini riportano con naturale grazia, vennero giudicate da Vogue meravigliose, e alla sua morte furono scelte come le uniche in grado di renderle omaggio.
Ma i nudi più espliciti rimasero privati per molto tempo. Divenuti nel tempo iconici e al tempo stesso i più veri per raccontare Marilyn Monroe, una dea dell’amore fragile che ancora infiamma per la sua innocente e immortale vulnerabilità.

Lotto 79. Bert Stern, “Marilyn blu classic roses”, 2010. Stampa alla gelatina d’argento. Stima € 1.000 – 1.500