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LE CIVILISATEUR: la vita suggerita di MAGRITTE

di Xavier Canonne

Quando nel dicembre 1965, su invito del suo avvocato e collezionista Harry Torczyner, René Magritte fece il suo primo e unico viaggio negli Stati Uniti in occasione della sua retrospettiva al Museum of Modern Art di New York, il pittore si preoccupò di sapere se potesse portare il suo cane in aereo e se gli hotel americani tollerassero i cani.È molto probabile (c’è da scommettere) che una risposta negativa, unita al suo poco piacere per i viaggi, avrebbe portato Magritte a rifiutare l’offerta. In riconoscimento della sua autorizzazione a riprodurre il motivo dell’uccello dalla silhouette di cielo, la compagnia aerea belga permise eccezionalmente di far viaggiare il suo cane in cabina: Loulou conobbe così, con i suoi padroni, “il suo battesimo dell’aria” e il suo soggiorno oltre-Atlantico.

L’aneddoto dimostra abbastanza bene l’attaccamento che Georgette e René Magritte, questa coppia senza figli, avevano per il loro animale domestico e, più in generale, per tutti quelli che li accompagnarono dal loro matrimonio nel giugno 1922, fino alla morte di Georgette in 1986.

Cani, gatti, colombe o altri piccioni – che erano restii ad uccidere, anche in tempo di guerra ̶ si succedettero infatti nelle loro diverse case, di cui le fotografie hanno spesso tenuto traccia, testimoni anonimi dell’esistenza della coppia, intimi compagni indifferenti all’opera a cui Magritte stava lavorando.
Del regno animale, i cani, dei Pomeranian Loulous, uno nero, uno marrone, poi uno bianco, poi uno nero, – un Loulou, due Jackie e poi ancora un Loulou – ebbero un posto privilegiato, Magritte non prendeva in considerazione di lasciarli a casa, li porta ovunque con sé, senza dimenticare le obbligatorie passeggiate quotidiane nel quartiere, favorevoli alle esigenze dei quadrupedi.

Lasciamo parlare Louis Scutenaire, l’amico di sempre, biografo e collezionista, non che un ammirabile poeta: “Coloro che conoscono il suo attaccamento per i suoi cani non saranno sorpresi di scoprire qui che ne ha avuti tre dal suo matrimonio, tre Pomeranian Loulous. Il primo fu Loulou che era tutto nero, il secondo fu Jackie che era marrone-rosso e il terzo, di nuovo Jackie, era tutto bianco.”
Se l’uccello, l’aquila, la colomba sono spesso presenti nelle opere di Magritte, il cane diventa più raro; con poche eccezioni, la figura dal cappello a bombetta che cammina o fluttua nei suoi quadri, è un passeggiatore solitario.

Le civilisateur, di cui Magritte concepì il titolo, è il ritratto di Jackie, secondo con questo nome, e terzo Loulou di Pomerania. Lungi dall’essere un’opera di circostanza, un dipinto realizzato per offrirlo a Georgette ad esempio, il cane prende posto nelle ricerche pittoriche di René Magritte, al pari degli altri elementi che le popolano. Dipinta nel giugno del 1944, l’opera è intrisa di colori e del tocco “impressionista” del periodo di “pieno sole” o “periodo solare”, che lo stesso Magritte ha chiamato “periodo Renoir”. Nel 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale, nelle ore più buie del Belgio occupato, sfogliando un libro sull’impressionismo, Magritte decise di prendere in prestito da Renoir il tocco frammentato, i toni caldi e fruttati, reinterpretando alcuni dei suoi dipinti, come Les grandes baigneuses o le Berger, e applicando inoltre il suo nuovo metodo a La Source de Ingres ( Les bons jours de Monsieur Ingres, 1943). Oltre a scongiurare il grigiore dell’Occupazione, si tratta per il pittore di dimostrare che è possibile affrontare argomenti seri e proseguire le sue ricerche adottando un modo più accattivante, eludendo “la grisallia” della vita quotidiana, in breve, opponendo il sole alla notte.

Lasciamo che Scutenaire menzioni ancora le opere di questo periodo: “Perché non dipingere come Renoir se i tic di quest’ultimo sono la vostra felicità? Che gioiosa compagnia triste, come nell’idiosincrasia (come disse volentieri, non senza puntare al gioco di parole, nuovo Monsieur de Bièvre) dell’artista, che imporre le sue immagini luminose agli spiriti sopraffatti dalle miserie della guerra! La moisson si oppone maestosamente alle privazioni, Le lyrisme alla siccità di bilanci mortali, Le sourire è il rovescio di dolori di ogni tipo, Le somnambule, La gorgone psicanalizza il combattente e il suo equipaggiamento, La cinquième saison, Le civilisateur sono ritratti leggermente inquietanti e al tempo stesso di pace. Il lavoro dei primi anni quaranta è un lampo nel buio dei tempi”.

L’entusiasmo di Scutenaire non fu condiviso, tutt’altro, dai collezionisti e dagli ammiratori del pittore, restii a questa nuova maniera nella quale Magritte intravede l’opportunità di offrire al surrealismo nuove possibilità, un bagno di giovinezza, lasciando indietro i discepoli applicati o gli imitatori. Stampato nel 1946 ma non pubblicato, il manifesto Surréalisme en plein soleil concludeva così: “Non si bisogna temere la luce del sole con il pretesto che sia quasi sempre servita solo a illuminare un mondo miserabile. Sotto caratteristiche nuove e affascinanti, le sirene, le porte, i fantasmi, gli dei, gli alberi, tutti questi oggetti dello spirito saranno riportati alla vita intensa di luci brillanti nell’isolamento dell’universo mentale”.

Perorando la causa del suo nuovo modo di pitturare con André Bréton, tornato dal suo esilio americano, Magritte gli scrisse nel giugno del 1946, dopo un incontro: “Non si tratta di abbandonare la scienza degli oggetti e dei sentimenti che il surrealismo ha creato, ma di usarlo a fini diversi rispetto a un tempo, o ci annoieremo a morte nei musei surrealisti così come negli in altri”.

Da Parigi, arriva questa secca risposta, preludio a qualche anno di screzio tra i due uomini:“E come sarebbe, dal momento che sente il bisogno di andare a prenderlo da Renoir? Lei va a prenderlo ma lui non la segue e oltretutto il sole di Magritte sarebbe altro, per definizione. Siate certo che nessuno dei suoi ultimi quadri mi dà l’impressione del sole (Renoir, sì): davvero non la più piccola illusione. È colpa mia, dopo tutto? …”.
A mezzo busto davanti al paesaggio di un tempio dorico, Jackie, prende, nel dipinto, l’aura di un imperatore più che di un guardiano, una figura storica che posa dinnanzi a un arredamento immutabile che oppone l’effimero della vita del cane alla perennità dell’edificio, accostando al marmo tinto di rosa dalle luci dell’aurora, il candore del manto bianco. Nel catalogo ragionato dell’opera di Magritte, al numero 561, David Sylvester, suggerisce che il tempio greco potrebbe essere stato preso in prestito dallo scenario del dipinto di Paul Delvaux, Le temple, Le canapé vert (1944), Magritte sostituisce ironicamente il nudo di un giovane efebo con il ritratto del suo cane. Tuttavia, due anni più tardi, Magritte consegna una nuova versione del Le civilisateur, una tempera del 1946 ripresa nel Catalogo ragionato al numero 1208, avendo questa volta sostituito l’antico tempio, con una fitta foresta a forma di fortezza, ambientazione che troviamo in due olii datati 1944, La vie précédent (CR n. 565) ed Elsinore (CR n. 567). Questa gouache verrà esposta da novembre a dicembre 1946, presso la galleria Dietrich a Bruxelles, insieme ad un altro “ritratto” d’animale, questa volta del suo gatto, una gouache intitolata Raminagrobis (CR n. 1207), dove il felino è sdraiato sui binari come una locomotiva.
Due mesi dopo Le civilisateur, nell’agosto del 1944, Magritte ne consegna una seconda versione, un olio in cui il suo cane è presentato di profilo davanti a un paesaggio luminoso, una tela dipinta sotto forma di vignetta (Le civilisateur, 1944, CR n ° 574 ), il pittore desidera abbandonare la forma rettangolare dei suoi dipinti per “rafforzare il genere artistico di queste immagini” e farli apparire come “i riflessi di un mondo a parte, di un mondo diverso da quello dei generali, dei banchieri e di tutte le altre corporazioni”.
Magritte realizza ancora, nell’ anno 1944, diverse opere legate al tema degli animali, come il ritratto di un busto di cavallo in una radura, Le météore (CR 559), quello di un maiale che si volta verso lo spettatore, nei vicoli di un cimitero (La bonne fortune, 1945, CR n. 579) o ancora quello di un gufo che fuma la pipa mentre guarda un paesaggio attraverso la finestra (Le somnambule, 1946, CR n. 608).

In una lettera datata 10 giugno 1944, ricordando Le civilisateur, con uno schizzo, Magritte scrisse a Marcel Mariën: “Ho iniziato un nuovo dipinto dell’ordine del cavallo; con un raro entusiasmo e di buona lega. Nougé, che ha visto la cosa iniziata, la trova della massima importanza. È curioso, mi pare, vedere utilizzata la figura umana, poi gli oggetti, sostituiti da animali che sembrano suggerire meglio la vita. (La vita reale, diversa da quella che costruiscono gli statisti)”.

Opera, a primo acchito commovente, Le civilisateur, dal titolo così appropriato, fissando lo spettatore dai suoi piccoli occhi neri, sembra però portare con sé un severo giudizio sulla follia omicida degli uomini in quegli ultimi anni di guerra, della quale ancora non erano state rivelate tutte le atrocità.