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La pittura è un capriccio della fantasia

Capriccio è un termine coniato alla fine del rinascimento e possiede secondo i dizionari due diversi significati con un punto in comune. Capriccio era un movimento dell’anima, o più precisamente una subitanea eccitazione della facoltà immaginativa che dava origine ad ogni varietà di immagini mentali, ma dal punto di vista pittorico è indubbio che il genere si sviluppò a Roma durante i primi decenni del XVII secolo e trovò ispirazione grazie alle rovine dell’età classica. Se gli antecedenti si riscontrano nelle opere di Viviano Codazzi e Giovanni Ghisolfi, è indubbio che fu Giovanni Paolo Panini a nobilitare queste peculiari creazioni, con una straordinaria propensione paesistica e archeologica. Esemplare in tal senso è il dipinto con il Capriccio architettonico di Roma con arco, obelisco, esedra e figure che sarà esitato nell’asta genovese di Dipinti Antichi del 30 novembre 2022 (lotto 319, stima € 80.000 – 120.000), per l’evidente impatto scenico, le colte citazioni dall’antico e le tonalità cromatiche atte a modellare al meglio i volumi, secondo i migliori parametri espressi dall’artista. Giunto a Roma nel 1717, Panini concepì straordinarie vedute dell’Urbe e suntuosi Capricci architettonici, ottenendo uno straordinario successo collezionistico e le sue qualità sono ben percepibili osservando nel nostro caso le varietà di atteggiamenti e gesti delle figure, la luminosità del cielo e la cura nel descrivere i dettagli degli edifici e delle rovine, condotti con scioltezza ammirevole. Nel nostro caso confermano una datazione precoce, all’inizio del terzo decennio, le tonalità cromatiche e i chiaroscuri con cui sono connotate le architetture, così i brani di figura, che trovano analogia con quelle di Benedetto Luti. Osservando la tela, possiamo notare che l’arco presenta figure alate proprio a delimitare il fornice come si riscontra negli archi trionfali di Tito, Settimio Severo e Costantino, mostrando sull’attico l’epigrafe dedicatoria.

Altro elemento peculiare della veduta è l’obelisco egiziano visibile a destra, citazione archeologica, ma altresì elemento d’arredo urbano di cui Roma conta innumerevoli esemplari. Questi monoliti furono in parte trasportati nell’Urbe a partire dall’epoca di Augusto dopo la conquista dell’Egitto avvenuta con la battaglia di Azio del 31 avanti Cristo, ma non pochi furono quelli realizzati in epoca imperiale e su cui vi venivano copiati i geroglifici. Si deve ricordare che a partire dal pontificato di Sisto V si agì programmaticamente al riposizionamento di obelischi antichi per magnificare la potenza della Chiesa e del papato e che all’epoca di Panini erano quanto mai apprezzati dai cultori dell’antichità. Si può quindi ribadire l’importanza di questo capolavoro del come uno dei più importanti dell’artista, quando inizia a esprimere la propria autonomia pittorica oramai pienamente affrancato dagli esempi dei Bibiena e in grado di condurre un Fare grande, rinnovando gli esempi del Ghisolfi.

Prezioso un Ritratto di gentiluomo di Antonio David (Venezia, 1680 – 1737) del 1730 circa (lotto 318, stima 7.000 – 9.000 euro), ricondotto alla sua mano da Alessandro Agresti, e da considerarsi come una preziosa e rara aggiunta al catalogo del pittore, per la notevole valenza estetica e l’ottima conservazione.

Quando nel 1686 è a Roma la sua  fama è documentata dal prestigio dei committenti e dallo straordinario successo la propria attività nella Città Eterna. I suoi mecenati sono la corte papale, il cardinale Francesco Acquaviva d’Aragona, le famiglie Colonna, Corsini, Farnese, Patrizi, Sacchetti ma all’elenco bisogna altresì ricordare i grandi nomi dell’aristocrazia europea, in modo particolare gli Stuart che in esilio a Roma, nel 1717 scelsero David quale pittore ufficiale, aprendogli le porte della committenza inglese. La sua pittura è assai vicina a quella di Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio (1639-1709), anche se la raffinatezza e l’intonazione cromatica precocemente rococò, attenta alla posa degli effigiati e alla resa delle vesti, curando scrupolosamente i dettagli delle stoffe e dei merletti. Lo porta a esiti di un sottile classicismo che riscontreremo più avanti nelle opere di Pompeo Batoni,

Emozionante il bozzetto di Ubaldo Gandolfi (S. Matteo della Decima, 1728 – Ravenna, 1781), raffigurante Il ritrovamento della Vera Croce, che Donatella Biagi Maino indica come studio preparatorio per la pala realizzata nel 1775 per la chiesa di Sant’Eusebio a Vercelli, commissionata verosimilmente da monsignor Giuseppe Maria Langosco di Stroppiana. (lotto 299, stima 25.000 – 35.000 euro).

L’opera documenta al meglio il talento del pittore, capace di rinnovare la tradizione emiliana coniugandola alle suggestioni venete di Sebastiano Ricci, Giovanni Battista Tiepolo e Giovanni Battista Piazzetta, con esiti di efficacissima oratoria illustrativa. Allievo di Felice Torelli ed Ercole Graziani, Ubaldo Gandolfi iniziò la propria carriera alla fine del quinto decennio e sempre in quegli anni frequenta l’Accademia Clementina, rivelando una specifica attenzione agli esempi dei Carracci e di Guercino. Negli anni Sessanta, dopo i soggiorni di studio a Firenze e Venezia, la sua produzione rivela un chiaro mutamento di gusto, altresì influenzato dal fratello Gaetano, anch’esso documentato nella città lagunare nel 1760. In quest’opera di Ubaldo Gandolfi si rivela appieno la sua straordinaria efficacia scenica, quanto mai teatrale e barocca in cui esibisce la propria vasta ed eterogenea cultura artistica.