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Biennale, Palazzo Corsini, Firenze. Uniti per fare sistema

Intervista di Luca Violo a Bruno Botticelli
Antiquario e Segretario della Biennale di Firenze

Seppur il mercato fieristico internazionale abbia mostrato negli ultimi anni una qualche sofferenza, la Biennale di Palazzo Corsini riesce ancora ad attrarre un pubblico attento e affezionato. Qual è l’alchimia che rende questo evento ancora così attrattivo?

Sicuramente la principale alchimia è Firenze, una città in sé già attrattiva per gli amanti dell’arte. Negli ultimi anni, tra l’altro, ha visto crescere la popolazione degli stranieri che vi risiedono stabilmente, e che l’hanno scelta rispetto ad altre città più moderne. Del resto, il fascino di Firenze come culla dell’Umanesimo e del Rinascimento affascina gli stranieri da secoli. Questa, a mio parere, è la ragione per cui la Biennale, dal 1959 ad oggi, pur attraversando momenti alterni, ha retto rispetto ad ogni altra fiera del mondo.
Poi, c’è Palazzo Corsini, un tempo era Palazzo Strozzi, un contesto storico di grande prestigio che riflette l’esclusività delle opere esposte. Entrare in questo luogo è già parte dell’emozione che viviamo al suo interno. Penso che un limite di molte fiere internazionali siano proprio gli spazi anonimi e impersonali, che di volta in volta si adattano a manifestazioni diversissime tra loro.
Non ultimo, parte imprescindibile di questa alchimia sono gli antiquari italiani, che sono il cuore pulsante della Biennale. Non a caso, rispetto ad altre fiere antiquarie, Palazzo Corsini ha una collocazione diversa, quella di mostra mercato dell’arte italiana. Quindi, per il visitatore, è sì un viaggio tra oggetti diversi per epoca, stile e genere, ma riferiti o influenzati da una medesima cultura eterogenea, che appunto è quella italiana. Una caratteristica che, se vogliamo, si applica a tutte le fiere, ma che a Firenze acquista un plusvalore dato dal suo contesto.
Credo che l’alchimia sia dovuta anche al lavoro che hanno svolto tutti i segretari che mi hanno preceduto. Personalmente posso parlare solo di coloro con i quali ho lavorato: Giovanni Pratesi, che ha portato alla Biennale il suo stile puro e asciutto, prettamente toscano; e Fabrizio Moretti, che ha dato a questa manifestazione un tocco di internazionalità da par suo. Fabrizio è un prestigiatore del mondo dell’arte, un uomo che può vivere in ogni luogo e ha reso Firenze più internazionale di quanto non lo sia mai stata.

Il mercato dell’arte, più che dagli eventi politici ed economici, sembra essere condizionato dalla reperibilità di opere inedite e di grande qualità. Quanto è importante la figura dell’antiquario nel costruire e raccontare l’oggetto d’eccezione in un evento come la Biennale di Palazzo Corsini?

La figura dell’antiquario è fondamentale. Io non pensavo di intraprendere questo mestiere nella mia vita, ma negli anni Ottanta, a Palazzo Strozzi, allora sede della Biennale, quando lavoravo con mio padre e lo aiutavo ad allestire gli stand, incontrai un cliente che in qualche modo ebbe simpatia per me, e mi convinse a fare questo mestiere.
Dagli anni Ottanta ad oggi ritengo ci sia stata un’evoluzione rispetto al lavoro, alla qualità degli studi, alla figura stessa dell’antiquario, e tra i giovani sono sempre più numerosi quelli laureati in storia dell’arte. Lo storico dell’arte è di fatto divenuta una figura prioritaria nel nostro mestiere, con la quale l’antiquario condivide le intuizioni e gli studi.
Io penso al nostro lavoro, e penso a me stesso, come a un sarto, con pochissimi clienti a cui dedicare la massima cura. Sono poi i clienti che decidono di ampliare il loro guardaroba, e talvolta si spingono a farsi abiti a cui non avrebbero mai pensato.
La figura dell’antiquario è sempre più necessaria per le grandi collezioni, perché le persone hanno sempre meno tempo e, come ripeto spesso, oggi il tempo – e il tempo anche da dedicare alla ricerca di opere d’arte – è il vero lusso dei nostri giorni.
Una delle grandi forze di Palazzo Corsini è quella di essere biennale. Questo potrebbe apparire il lato debole della manifestazione in un mondo dove le novità durano un sospiro, e si è martellati quotidianamente da eventi culturali dei più disparati, anche per qualità; ma altresì, permette agli antiquari di trovare e studiare con attenzione nuove opere, sempre più difficili da reperire sul mercato. Oggi un anno non è più sufficiente, soprattutto rispetto al numero di fiere che offre il mercato internazionale dell’arte. Per questo, anche nelle grandi manifestazioni, talvolta si possono trovare opere già presentate nelle edizioni passate. Questo aspetto – parlo per me stesso, ma so che riguarda molti antiquari – ha rappresentato fin dall’inizio il problema principale.
Le opere di fascia alta che passano sul mercato italiano sono pochissime. Essere biennale vuol dire dare agli antiquari la possibilità di cercare e studiare con cura le opere da presentare al mondo del collezionismo. 

I settantatré anni di storia di Palazzo Corsini sono uno specchio dell’evoluzione del nostro gusto. Cosa racconta in più la Biennale oggi rispetto al passato?

Racconta una trasversalità importante, che a mio avviso è naturale nel collezionismo. Già nell’Ottocento si raccoglievano oggetti del Grand Tour e contemporaneamente opere coeve che esprimevano il gusto contemporaneo dell’epoca. Poi, negli anni Cinquanta e Sessanta, questo concetto si è perso, quando una nuova borghesia ha deciso di affrancarsi da quello stile eclettico e cosmopolita di ascendenza archeologica promosso da Johann Winckelmann, creando delle collezioni filologiche legate a un preciso contesto locale.
Oggi siamo in un mondo completamente diverso, dove, senza più distinzioni di epoche, generi e stili, un’opera contemporanea e un fondo oro convivono insieme nella stessa collezione. Tutto ciò è altresì il segno di una cultura globalizzata che ha modificato il nostro modo di guardare al mondo, il nostro stile di vita e il nostro gusto, anche quello collezionistico. Ritengo anche, e questa è un’impressione degli ultimissimi anni, che si stia sorpassando quell’idea dell’arte come bene di lusso e di investimento. Si colleziona per passione e piacere, almeno per quel che riguarda l’arte antica.

Rispetto alle grandi fiere come il Tefaf, la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze ha sempre scelto di restare estremamente selettiva in un contesto architettonico prestigioso e carico di storia. Quanto tutto questo può rappresentare un valore aggiunto per il collezionista e l’appassionato?

Sono due realtà estremamente diverse. Tefaf Maastricht e New York, Frieze Masters e Masterpiece London, poi cancellata nel 2023, sono fiere internazionali alle quali anch’io ho partecipato, che offrono una visione globale del mercato dell’arte, dove è possibile trovare e acquistare ogni tipologia di oggetto, il che è pure interessante, ma forse dispersivo.
La Biennale di Firenze da sempre si propone come fiera dell’arte italiana. È una scelta? Sì. Come pure è una scelta rimanere in un palazzo storico piuttosto che in polo fieristico, ed è una scelta cercare di arricchire ogni anno la nostra proposta culturale.
Insieme al board con il quale condivido le strategie, vedo il futuro di Palazzo Corsini sempre più legato alla città di Firenze, una visione che non vuole essere provinciale, bensì un valore aggiunto per la promozione internazionale della Biennale.
Firenze è un centro fondamentale per gli appassionati e gli studiosi d’arte, grazie ai suoi musei e ai suoi monumenti, alle sempre più numerose fondazioni e alle biblioteche. Qui si trovano gli Uffizi, la Palatina e l’Accademia, solo per citare le gallerie più conosciute e visitate al mondo; qui ha sede il Kunsthistorisches Institut, punto di riferimento fondamentale per gli studiosi, grazie alla sua vasta raccolta di libri e documenti d’arte. Per questa edizione abbiamo stipulato un accordo con la Soprintendenza per reciproci sconti riservati ai visitatori della Biennale e dei Musei Civici di Firenze, tra cui Palazzo Vecchio, Santa Maria Novella, Museo Bardini e Cappella Brancacci.
Credo sia una scelta indispensabile fare sistema con la città, come è indispensabile accogliere antiquari con una storia significativa alle spalle. Non può essere una fiera dove si approda senza un curriculum di spessore. Quindi, la Biennale può solo restare selettiva, se non di più.

Tra collezionisti, esperti e appassionati qual è il pubblico che visita la Biennale di Palazzo Corsini?

Come tutte le fiere internazionali dedichiamo una giornata ai grandi collezionisti, ai curatori e direttori museali, agli studiosi, e a tutti coloro che fanno parte delle istituzioni. Ciò nondimeno la Biennale è visitata da un vasto numero di appassionati e curiosi dell’arte, non per questo collezionisti.
Per il futuro immaginiamo una fiera capace di coinvolgere anche i giovani – sfida difficilissima, ma alla quale ci stiamo appassionando -, sia attraverso l’uso dei social – confrontandoci con dei professionisti, non necessariamente legati al nostro mondo -, sia attraverso singoli eventi nell’ambito della fiera che siano attrattivi anche per chi non conosce la storia dell’arte, ma conosce i nomi assoluti. Quest’anno, per esempio, nel Salone del Trono esponiamo il disegno di Michelangelo del primo progetto della facciata della basilica di San Lorenzo, commissionato da papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, e conservato a Casa Buonarroti. Inoltre, stiamo studiando visite riservate ai licei artistici, ma più in generale a tutti i ragazzi delle scuole superiori che possono essere interessati all’arte.
Assieme al disegno di Michelangelo, gli appassionati potranno anche ammirare il bronzo raffigurante l’Apollo del Belvedere di Alari Bonacolsi, proveniente dalla Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia.