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Anwār-E Sohaylī di Husayn Kashifi e la luce dell’arte rinascimentale persiana

Manoscritto in persiano, riccamente decorato con oltre 100 miniature, del celebre libro letterario in prosa di racconti morali e aneddoti (appartenente al cosiddetto genere akhlaq) intitolato Anwār-E Sohaylī, che significa “Le luci della stella del Canopo” e “L’illuminante Suhayli”, un gioco di parole a calembour che allude al più fidato aiuto politico e ministro del sultano Husayn Bayqara’, il cui nome era per l’appunto Ahmad Suhayli.

È il capolavoro dell’intellettuale timuride Husayn Va’iz Kashifi (1436 – 1504), poeta, esegeta del Corano, studioso sufi e un astronomo, trascorse la maggior parte della sua carriera a Herat. Compose circa quaranta opere, quasi tutte in persiano, su argomenti che coprono l’intero spettro dell’apprendimento nell’Iran medievale nella seconda metà del XV secolo.

Spesso visto come un mero compilatore o divulgatore, Kāšefi è stato infatti determinante nel codificare e trasmettere lo stato dell’arte della conoscenza in un’ampia varietà di campi che vanno dalle scienze religiose islamiche alla magia e all’occulto.

Era una figura di tipo rinascimentale in una cultura che non aveva esperienza diretta del Rinascimento. A questo proposito può essere considerato come la controparte iraniana del noto poliedrico egiziano al-Soyuṭi (m. 911/1505), che era di origine persiana ma scrisse le sue opere in arabo.

Secondo l’Encyclopaedia Iranica: “Storicamente [lo Anwar-i Suhayli] appartiene a una tradizione diversa e più specifica: è la più importante rielaborazione persiana del ciclo indiano-mediorientale di favole di specchi per principi, noto in epoche e luoghi di- versi e in varie recensioni come Pañcatantra, Kalila wa Dimna, e le “Favole” di Bidpay (Pilpay).”

Nel dettaglio è un manoscritto in folio, che misura 270 x 150mm, che internamente si compone di  415 carte (2+411+2), per complessive 822 pagine; alcune carte mancanti verso la sezione finale del libro. Le dimensioni del pannello di testo sono di 200 x 140mm con testo persiano disposto su singola colonna di 17 righe, vergato in un’elegante calligrafia nasta’liq dell’India settentrionale in inchiostro nero, con parole funzionali rubricate.

L’esordio decorativo è impreziosito da un’imponente doppia pagina illuminata (‘unwan), che dà vita a una distesa abitata da minuziosi dettagli arabescati, trapuntati in oro brunito, blu intenso e verde scuro. In tutto il manoscritto lo specchio di scrittura si trova abbellito e delimitato da una fascia giallastra piuttosto spessa corrente lungo il suo intero perimetro, mentre le bordure esterne allo specchio di scrittura sono decorate profusamente per mezzo di disegni a sagome monocrome, sia animali che vegetali, verdi, gialle, viola, arancioni o di altro colore.

Questo codice vanta un notevole numero di carte (108) illustrate da animatissime miniature, reperibili lungo l’intero testo. I principali temi di queste illustrazioni consistono in: scene venato- rie, istantanee di intrattenimento campestre, quadretti cortesi come feste, processioni, udienze, assemblee, ecc.; miniature raffiguranti animali selvatici che interagiscono tra loro o con l’uomo; raffigurazioni di santi o asceti sia musulmani che indù; rappresentazioni galanti o romantiche nonché immagini di punizioni ed esecuzioni capitali. Legatura coeva in pelle marrone scuro con ribalta, decorazioni assiali a mandorla lavorate a secco e altre decorazioni modulari impresse a contorno. Buone condizioni generali nonostante alcuni fogli restaurati, altri con lievissimi difetti, nonché minimi segni di usura dovuti al trascorrere del tempo, quali puntini, macchie e sbavature.

L’opera si compone di quattordici capitoli, che si concentrano rispettivamente su: (1) evitare calunniatori, malelingue e persone con secondi fini; (2) la punizione dei malfattori e la loro disgraziata fine; (3) i benefici dell’accordo tra gli amici e i vantaggi di un aiuto reciproco; (4) osservare le azioni dei nemici e non indulgere a tollerare le loro macchinazioni; (5) i pericoli dell’imprudenza e del fallimento dei propri propositi; (6) i pericoli della fretta nel condurre le proprie faccende; (7) la vigilanza e la prudenza, e su come sfuggire ai nemici mediante stratagemmi; (8) la difesa dai malintenzionati e non fidarsi delle loro ipocrite pretese; (9) la virtù del perdono, che è la miglior qualità nei governanti e nei detentori del potere; (10) la giusta ricompensa delle azioni meritorie; (11) il pericolo di cercar di ottenere troppo e così fallire nel proprio intento; (12) le virtù della clemenza, della gravità, della calma e della compostezza nei governanti; (13) come i re dovrebbero evitare di parlare con persone perfide e traditrici; e infine (14) non prestare attenzione alle instabili vicissitudini del tempo, ma basare le proprie azioni sulle disposizioni di Dio.