294 Views |  Like

Non ci si salva da soli

PUBBLICO & PRIVATO/ di Tomaso Montanari

Cosa abbiamo imparato dall’emergenza del Covid, per quanto riguarda il nostro rapporto con il patrimonio culturale?
Forse la prima cosa che abbiamo capito è che il nostro privato non basta. Chiusi – letteralmente – ognuno nel proprio privato, abbiamo sperimentato fino in fondo l’impotenza di questa privatizzazione di ogni cosa: famiglia contro famiglia, Stato nazionale contro Stato nazionale, interesse contro interesse. L’illusione della connessione continua non bastava a nascondere la percezione nitida di una tremenda solitudine, in cui ognuno doveva salvarsi da sé combattendo malattia e povertà con armi piccole, inadeguate e impotenti perché singole e non collettive. Private, appunto. Dal ‘tutto è pubblico’ del Sessantotto siamo giunti ora, al termine di un trentennio ultraliberista globale, al ‘tutto è privato’.

«La libertà è come l’aria, si capisce quanto vale quando comincia a mancare»: quando ai più fragili (e dunque ai più preziosi) l’aria è mancata letteralmente per colpa del maledetto virus, e a tutti noi è mancata la libertà di andare dove vogliamo, mi è tornata in mente questa celebre frase che Piero Calamandrei disse agli studenti milanesi nel 1955, spiegando che la Costituzione era proprio quello: l’aria e la libertà che per vent’anni erano mancate. Negli anni trenta, Calamandrei e un gruppo di amici (i fratelli Rosselli, Leone Ginzburg, Benedetto Croce, Luigi Russo e molti altri…) lasciavano di sabato le città infettate dal fascismo, e cercavano nelle campagne e nei monumenti l’aria della libertà. La Costituzione, poi, con l’articolo 9 che protegge lo spazio pubblico (il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione), disse solennemente che il nostro essere comunità è fondato anche sui luoghi che ci hanno plasmato come tali mentre noi li costruivamo.

Ebbene, forse ora quell’esperienza non ci appare più così pittorescamente remota: forse in questi mesi abbiamo compreso più profondamente che la pubblica via, la chiesa monumentale, il parco (e quindi il paesaggio, l’ambiente) sono qualcosa di più che semplici contenitori: sono la nostra anima comune, la nostra identità democratica collettiva. Un’anima che si specchia in modo speciale nelle piazze. «L’abbondanza di piazze in Italia e in Francia si spiega per un misto di condizioni climatiche e attitudini dei rispettivi popoli: non per caso sono Roma e Parigi le città che associamo all’idea di piazza pubblica perfetta. Ma condizioni climatiche quasi identiche si trovano anche in Grecia e in Spagna, dove però non ci sono piazze storiche comparabili, se non mutuate da Italia e Francia. È l’importanza della dimensione della vita politica in Italia e poi in Francia a determinare la nascita e lo sviluppo di questa tipologia urbanistica» (Paul Zucker, Town and Square, 1959). Attraversando di corsa, nei giorni del confinamento, le grandi piazze italiane, – deserte, e dunque così simili a quelle delle città metafisiche di Giorgio De Chirico – si poteva vedere quasi a occhio nudo l’intreccio profondo che da noi lega lo spazio e la comunità: politica viene da ‘polis’, che in greco vuol dire ‘città’.

Il Medioevo delle libertà comunali, delle città la cui aria rende liberi, costruisce le piazze che ancora oggi danno forma al nostro immaginario. Pensiamo a quella che forse è la più bella d’Italia, il Campo di Siena: un grande teatro, capace di accogliere tutta la cittadinanza. Una piazza che ha la forma del manto della Vergine, divisa in nove spicchi a ricordare il governo dei Nove: ma soprattutto la scena dell’autocoscienza civica. Un primo emiciclo parlamentare.
Ecco il punto: il rapporto tra il patrimonio e la politica. Il nostro disprezzo per la politica (che purtroppo fonda su molte buone ragioni) ci ha fatto forse dimenticare che la soluzione non è immaginare la società come una somma di privati, ma è invece rifondare lo Stato. Uno Stato giusto, uno Stato capace di funzionare: uno Stato diverso. Ma uno Stato. Negli ultimi anni il Museo Ginori a Firenze non ha trovato un acquirente privato capace di comprarlo, salvarlo, rilanciarlo. Ha dovuto farlo lo Stato. Quando il mitico fondo fotografico Alinari era sul punto di esser disperso, ha dovuto comprarlo la Regione Toscana. Nessun privato si è fatto avanti. E ora il Covid ha fatto cadere la maschera a un altro mito. Il Museo Egizio di Torino, il primo museo pubblico conferito a una fondazione di diritto privato sta rischiando di morire: senza i suoi 600.000 euro di incassi al mese non sa come pagare gli stipendi ai 55 dipendenti, né come pagare le utenze da cui dipende anche la conservazione materiale delle collezioni, ancora di proprietà pubblica. Nessuno dei soci locali della Fondazione – Regione Piemonte, Comune di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT – può o vuole accollarsi la salvezza dell’Egizio e così il ministro Franceschini sta cercando fondi statali per garantirla. Ecco perché una storia secolare ci aveva portato a pensare che certi beni particolarmente preziosi – la salute, con le sue terapie intensive, o i musei – dovessero essere garantiti dallo Stato, che non dipende dal mercato. Mentre ci mancavano l’aria e le camminate nelle piazze forse l’abbiamo ricordato: non ci si salva da soli.