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Le acquisizioni per la Galleria Nazionale della Liguria

di Farida Simonetti

La Galleria Nazionale di Palazzo Spinola aveva già nel suo atto di nascita, la donazione allo Stato italiano del palazzo e del suo patrimonio firmato nel 1958 da Paolo e Franco Spinola, ultimi discendenti della famiglia proprietaria, l’indicazione della duplice natura museale che la avrebbe caratterizzata: una dimora da conservarsi nel suo aspetto sei-settecentesco sorprendentemente integro, ma anche, nei piani ormai privi del loro decoro storico per i danni subiti durante l’ultimo conflitto mondiale, luogo in cui fossero raccolte e documentate le più significative testimonianze per la comprensione della storia artistica della regione, e cioè sede della Galleria Nazionale della Liguria.

In realtà, fino agli anni Settanta, la Soprintendenza genovese ha potuto molto raramente attuare reali scelte per il rag­giun­gimento di quel fine attraverso acquisizioni mirate, ma ha comunque svolto un’attenta operazione di incremento del patrimonio attraverso la possibilità di esercitare il diritto di prelazione in casi di richieste di esportazione. Questo tipo di procedimento ha determinato la formazione di un nucleo di opere importanti per il patrimonio nazionale, come la Resurrezione di Lazzaro di Mattia Preti o il Giudizio di Re Mida e il Supplizio di Marsia di Gian Carlo Panini, ma non direttamente legate all’obiettivo di creare una galleria “della Liguria”.

Nei decenni più recenti si è potuto invece proporre al Ministero per i Beni e le Attività culturali, cui spetta l’accettazione delle proposte avanzate per i singoli musei statali dalle rispettive Soprintendenze da cui dipendono, l’acquisizione di opere più strettamente pertinenti, immesse sul mercato antiquario o rese disponibili dai privati proprietari, significativi tasselli per documentare e permettere la più completa conoscenza delle migliori espressioni della cultura artistica sviluppatasi a Genova, fondamentale crocevia, per la sua storia e la sua ricchezza, di apporti derivati dalle culture mediterranee da un lato e da quelle nordiche dall’altro.

Rientra in questa linea guida l’acqui­sizione nel 2001, presso il mer­cato antiquario parigino, del Ritratto di Stefano Raggio di Joos van Cleve, un’opera, che si è così potuto ricon­durre in Italia, centrale nella rico­struzione di quel legame tra Genova e Anversa nel corso del ‘400 ap­portatore di fondamentali con­tributi artistici oltre che di ricchezze com­merciali.

Importante anche per la rarità di presenze nei musei genovesi è stata l’acquisizione della tavola di Barnaba da Modena raffigurante la Santa Caterina, resa nota da Roberto Longhi nel 1960 in una collezione cilena e riemersa in una vendita all’incanto milanese nel 2002, prezioso documento del percorso artistico del maestro mode­nese, personalità trainante dell’am­biente culturale dei primi anni del Trecento che Barnaba arricchì di contatti con il Piemonte, il territorio pisano e la Spagna.

D’altro canto, non dimenticando il rapporto con il patrimonio storico della donazione Spinola, nel 2000, ci si è impegnati a ricondurre nelle sale del palazzo il disegno di Carlo Maratta raffigurante L’autoritratto con l’apoteosi allegorica di Nicolò Maria Pallavicini, descritto da Alizeri nel 1846 tra i beni esposti, ma poi disperso fino alla ricomparsa sul mercato antiquario genovese, così come si è provveduto a far nascere, attraverso acquisizioni e donazioni, una sezione dedicata alla produzione di tessuti, prodotto che caratterizzò le dimore aristocratiche e rese Genova ricercata e affermata a livello internazionale, ma al quale non era specificatamente dedicato uno spazio di esposizione e ricerca come è divenuto il “DVJ-Damasco Velluto Jeans”.
A fronte di casi felicemente conclusi non sono mancati però anche occasioni perse come quella di inserire in una collezione pubblica un’opera più che nota non solo agli studiosi di storia dell’arte, ma anche agli appassionati di letteratura quale la rara e raffinata tavola con le Tentazioni di Sant’antonio Abate, tradizional­mente attribuita a Jan Brueghel, ma piuttosto di Jan Mandjin, vera preziosità della storica collezione genovese Balbi Piovera che diede titolo a un libro di Gustave Flaubert, costan-temente ricercata, invano, dai visitatori della città.
Un’occasione persa che lascia l’amaro in bocca, per fortuna fortemente compensato dalla soddisfazione che l’impegno di molti, in momenti così difficili, ha invece garantito al museo opere fondamentali come l’Ascensione di Ludovico Brea, acquisita a trattativa privata dopo due anni di approfondimenti scientifici e valutazioni economiche, o, ultimo acquisto, il Ratto delle Sabine di Luca Giordano, appartenuto alla storica collezione Cattaneo Ador-no ed acquistato all’incanto sul mercato antiquario milanese.

Una serie di acquisizioni di grande rilevanza per l’arricchimento del patrimonio pubblico, fondamen-tali segnali di vitalità e impegno che determinano, effetto assolu-tamente rilevante, il coinvol-gimento della città nelle attività del museo fino a determinare donazioni, comodati e anche, come è recentemente accaduto, l’essere designati eredi nel te­stamento di un collezionista.