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Brea? Meglio di Michelangelo

di Vittorio Sgarbi

Sorprende, in un momento come questo, contraddistinto dal forzato disimpegno economico delle istituzioni pubbliche nei confronti dell’arte, la scriteriata polemica attorno a un dipinto di notevoli dimensioni (258 x 123 cm), un’Ascensione a fondo oro, ben conservata, che faceva da elemento centrale di una grande ancona, opera, ricca di perduranti sapori fiamminghi e provenzali che assumono l’afflato del Rinascimento lombardo, dovuta al genio di Ludovico Brea, insieme a Donato de´ Bardi superbo artista ligure del Quattrocento. Un’opera acquistata dallo Stato, dopo regolarissima procedura, a beneficio della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola.

Per Genova, per la pittura ligure, che avrà pure conosciuto nel Seicento il suo secolo d’oro, ma che ha avuto anche un Quattrocento preziosissimo, l’Ascensione è testimonianza di eccezionale interesse, dal valore storico acquisito. Sappiamo, carte alla mano, quando fu concepita (1483), per quale committenza (il notaio Pietro di Fazio), per quale destinazione fisica (la chiesa della Consolazione in Artoria, successivamente mutata per l’omonima chiesa genovese). Si è detto tanto a proposito di un certo modo e intuizionistico d’intendere la storia dell’arte, che non farebbe distinzione autografiche fra le opere accertate per via documentale e quelle attribuite. Una questione riproposta, per esempio, in occasione dall’acquisto del crocifisso ligneo di Michelangelo, per il quale è lecito chiedersi se fosse il caso che lo Stato si mostrasse disponibile per una semplice ipotesi critica. Con l’Ascensione di Brea, ci troviamo, da questo punto di vista, in un’altra categoria, per la quale i dubbi sull’opportunità o meno di acquistare opere di instabile autografia non esistono più.

Si è anche detto che la dimensione “locale” di Brea non legittimerebbe quotazioni di mercato così elevate come quella raggiunta dall’Ascensione, oltre la soglia fatidica del milione di euro. Chi ha pratica di antiquariato, sa bene che esistono artisti di dimensione ancora più locale di Brea che, per le ragioni più varie, dalla rarità alla particolare fortuna critica, hanno quotazioni anche più alte, non dipendenti dalla popolarità. D’altronde, non sono certo i valori di mercato i parametri principali a cui uno Stato impegnato nella conoscenza e nella tutela dell’arte deve ispirarsi. Anche i non specialisti sono ormai coscienti che nella storia dell’arte non esistono solo valori di portata universale, ma anche testimonianza di interesse culturale che rispondono a esigenze diverse rispetto ai primi. Applicando al nostro caso: nella storia dell’arte ligure, che geograficamente interessa oltre che la fascia costiera fino al Nizzardo, da dove Brea proveniva, anche il basso Piemonte, Ludovico é indubitabilmente più rilevante di Michelangelo, per quanto il suo valore assoluto sia meno eminente. In quanto tale, le istituzioni che hanno il dovere di rappresentare la storia dell’arte ligure dovrebbero trattare Brea a un livello superiore di Michelangelo; eppure, siamo certi che se a Palazzo Spinola avessero promosso l’acquisto di un’opera di Michelangelo senza alcun rapporto con la Liguria, invece che dell’Ascensione, in pochi avrebbero obiettato, qualunque prezzo fosse stata pagata. Sarebbe stata una memorabile esibizione di provincialismo, da chi intende l’arte, secondo la logica della cultura-spettacolo, come una abbagliante parata di star. La perfomance di Ludovico Brea può essere invece detta luminosa. In equilibrio fra Jan Van Eyck e Piero della Francesca, Brea, come altri artisti della sua generazione, trasferisce il mondo gotico nella lingua moderna del Rinascimento, mantenendo un sapore arcaico tra devozionale e ieratico, che rende preziose le sue tavole. Nessun dubbio che la sua statura, nell’area ligure, vada commisurata con quella, altrettanto stimolante di Giovanni Bellini nell’area veneziana. Con il ruolo egemone. E la festa per il museo che ne accoglie questa ben augurante Ascensione.