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La conoscenza crea cittadinanza

PUBBLICO & PRIVATO/Tomaso Montanari

Il partenariato pubblico-privato può seguire vie meno battute e più promettenti di quellecelebrate dai mass media. Nell’estate del 2014, per esempio, è nata MeMo – Cantieri per la cultura, un’associazione privata costituita da giovani archeologi e storici dell’arte (in prevalenza donne), ma partecipata da società in house della Regione Molise e dell’Università del Molise: in seguito ad un accordo strategico tra tutti gli attori istituzionali, il Ministero per i Beni culturali ha affidato a MeMo i «servizi di assistenza culturale e di ospitalità per il pubblico negli istituti e luoghi della cultura» statali del Molise, concedendo gli spazi gratuitamente (almeno per la fase di start up), e mantenendo invece a sé la biglietteria. MeMo si propone di collegare strutturalmente alla ricerca i laboratori didattici, la realizzazione e pubblicazione di guide ai monumenti, un programma di viaggi virtuali nelle antiche città molisane (grazie alle ricostruzioni proposte dal CNR, che è parte dell’accordo) e anche una serie di attività ancora più spiccatamente divulgative (come degustazioni di prodotti tipici collegate alla conoscenza delle tradizioni gastronomiche locali). Il punto veramente innovativo non è affidare la concessione ad un soggetto non profit, ma è scegliere un soggetto in base alla sua capacità di fare ricerca, e di farla non ‘privatamente’, ma in stretta connessione con università e organi della tutela: una connessione che non è imperniata su un passaggio di denaro, e non impone modelli gestionali all’amministrazione, la quale rimane completamente libera. La produzione e la redistribuzione di conoscenza sono l’aspetto centrale – sempre eluso nel dibattito sul ruolo del privato –, perché la mediazione della cultura umanistica verso il grande pubblico ha senso solo se è fatta dagli stessi studiosi che rinnovano incessantemente quella cultura: la conoscenza crea cittadinanza solo se è, a sua volta, continuamente rinnovata dall’esercizio professionale del senso critico, e cioè alimentata dalla ricerca. Solo questa prospettiva si rivolge a cittadini, e non a clienti: e dunque solo questa prospettiva sottrae il patrimonio ad una logica di mercato, e cioè non lo mercifica. Il progetto è stato fortemente voluto dalla Direzione dei Beni culturali del Molise, che lo considera parte di un «programma di educazione al patrimonio culturale, inteso ad agevolare il riavvicinamento delle ‘pietre’, ossia delle testimonianze materiali di civiltà presenti sul territorio o esposte in strutture museali, al ‘popolo’, ossia alla collettività sia locale che nazionale, attraverso un percorso di riscoperta della loro valenza identitaria». È la prima volta che una struttura del Ministero adotta questo punto di vista, e questo impegno può davvero fare la differenza. Le poche esperienze che fino ad oggi sono andate in questa direzione sono sempre sorte spontaneamente, ed hanno anzi incontrato una certa resistenza da parte delle soprintendenze: e, d’altra parte, l’assenza di un attore istituzionale ha reso più difficile saldare i due aspetti fondamentali, e cioè la pratica della ricerca e il radicamento sociale. Prendiamo due esempi napoletani. La cooperativa La Paranza è riuscita a ricreare uno straordinario senso di comunità intorno alle Catacombe di Napoli (concessele in gestione, dal 2009, dal Vaticano, che le possiede), facendo triplicare il reddito turistico prodotto dal monumento e ridistribuendolo in tutto il quartiere della Sanità come un reddito diffuso, sociale, in qualche modo pubblico. L’esatto contrario di una privatizzazione: una riappropriazione collettiva di un bene comune. Se nella storia della Sanità c’è, tuttavia, un punto debole è il fatto che – nonostante la formazione specifica di alcuni singoli membri della cooperativa – non si è creato per ora un vero centro di ricerca: e dunque il rischio è che le Catacombe e gli altri monumenti non siano un luogo di creazione, ma solo di mediazione, della conoscenza. Un caso speculare è quello del Parco Sommerso della Gaiola, di Posillipo, affidato ad una cooperativa di archeologi: qua si fa ricerca, ma manca invece una vera e profonda integrazione nel tessuto civile e sociale: sia in senso culturale, che in senso economico. Occorre, dunque, andare verso un modello capace di tenere insieme un’autentica pratica della ricerca col radicamento civile e con la redistribuzione sociale del reddito. In questo senso le università – se solo riuscissero ad evadere dalla loro autoreferenzialità – potrebbero giocare un ruolo importante: non per elargire patenti di credibilità scientifica, ma per connettere alla propria attività di ricerca e di didattica queste cooperative della conoscenza. Con questa prospettiva potrebbero essere vinte le legittime preoccupazioni delle soprintendenze circa la tutela, e quelle degli enti locali circa la possibile privatizzazione dei siti concessi.

La via molisana alla gestione democraticamente ed economicamente sostenibile del patrimonio culturale si candida a rappresentare un modello di sintesi ed è, dunque, una best practice cui potrebbero ispirarsi altre università e altre direzioni regionali o soprintendenze: quante chiese (per esempio a Napoli, o a Bari o a Palermo) così riaprirebbero, dopo decenni, e quanti laureati potrebbero trovare almeno un primo lavoro? E quanti monasteri, abbazie, palazzi e castelli in tutta Italia potrebbero così diventare luoghi in cui – grazie a un altro privato – il lavoro, la cultura e l’uguaglianza costituzionale si incontrano davvero? Finora il patrimonio culturale non è entrato nel dibattito sul futuro di un’economia civile che sostituisca all’obiettivo dell’accumulazione dei singoli quello del bene comune. Ciò dipende anche dalla distorsione per cui, nel discorso pubblico, il patrimonio culturale coincide sostanzialmente con singoli musei, meglio se celeberrimi. Ma la stragrande parte di esso consiste invece in ville, palazzi o complessi conventuali collegati a orti, parchi, tenute o addirittura a notevoli porzioni di paesaggio.

Quella che è forse la più interessante e positiva esperienza di gestione pubblico-privata del patrimonio culturale italiano ha a che fare proprio con un sistema complesso di musei, siti archeologici, siti minerari e foreste: alludo alla toscana Società Parchi di Val di Cornia, costituita il 18 luglio 1993 per iniziativa dei comuni di Piombino, Campiglia Marittima, San Vincenzo, Suvereto e Sassetta, e di alcuni soci privati. All’origine di questa scelta singolare c’è un rarissimo caso di coordinamento volontario della pianificazione territoriale, per cui fin dagli anni settanta i diversi comuni della Val di Cornia hanno intrapreso un cammino comune in nome della tutela e della apertura ai cittadini di un territorio dalle qualità straordinarie. Questo progetto ha permesso di tenere insieme una ricerca archeologica di altissimo livello e un oculato progetto di gestione dei siti e dei musei che ne sono scaturiti, anche attraverso una fitta collaborazione con l’università e la soprintendenza. In questo quadro, la presenza dei soci privati non era orientata al conseguimento di un profitto diretto (la società non ha distribuito dividendi, né assegnato fonti di reddito ai soci), ma alla volontà di partecipare ad un processo di valorizzazione del territorio che avrebbe (indirettamente, ma certamente) valorizzato anche le imprese private dei soci. Se, insomma, la forma era quella della società per azioni, lo spirito delle circa trenta imprese che partecipavano come soci era quello di una sorta di mecenatismo partecipativo. D’altro canto, la presenza dei privati ha permesso (almeno fino ad un certo punto) di arginare le tipiche cattive pratiche delle amministrazioni comunali, e soprattutto ha indotto la Società a costruire una sostenibilità economica purtroppo assai rara nelle strutture pubbliche. E, in effetti, attraverso non tanto la gestione dei musei (come sempre in perdita), ma attraverso quella dei parcheggi e delle aree litoranee presenti nel territorio dei parchi, la Società ha raggiunto nel 2007 il pareggio di bilancio: e dunque una rarissima e preziosa autosufficienza economica. Poco dopo il modello è andato in crisi a causa di una trasformazione societaria: per poter accedere all’affidamento diretto della gestione del sito di Populonia (concesso dal Ministero per i Beni culturali), la Parchi di Val di Cornia ha rinunciato alla partecipazione dei privati, diventando pubblica al 100% e dunque potendo figurare come società in house dei comuni. Paradossalmente, l’uscita di scena dei privati e il contemporaneo scadimento della classe politica hanno indotto i comuni a trattare la Società come una loro controllata strumentale, limitandone l’autonomia e riprendendone un controllo diretto. Così, mentre si anteponevano le ragioni del marketing a quelle di uno sviluppo continuo della ricerca e di una vera valorizzazione culturale (che erano state le vere ragioni sociali della Parchi di Val di Cornia), il comune di Piombino ‘sfilava’ alla società la gestione dei parcheggi costieri, sottraendole una primaria fonte di reddito, e riportando gli utili sotto il 60% del bilancio, in modo da comprometterne decisivamente l’autonomia: insomma, il pubblico si è comportato come la caricatura di un cattivo privato.

Ma questo epilogo deludente non era affatto obbligato, e non compromette la validità di un modello di gestione che per le sue caratteristiche di complessità si adatterebbe molto bene alle moltissime – anzi maggioritarie – aree del Paese in cui non esiste una singola emergenza appetibile dai privati for profit, ma esiste invece un tessuto di arte, natura e storia che richiede forme di gestione capaci di tenere insieme una vera ricerca, una apertura ai cittadini e una tutela senza compromessi, attraverso la collaborazione tra un pubblico attento alla sostenibilità economica e un privato capace di mantenere pubblico, o addirittura di rendere ‘più pubblico’, il patrimonio che contribuisce a governare.