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GIULIO PAOLINI un viaggio di parole

CARNET DE VOYAGE di Roberta Olcese

L’arte è un’emozione che toglie il fiato, si può viverla solo virtuale?
Nei mesi dell’isolamento sono mancati i contatti. Si poteva visitare Art Basel a Hong Kong grazie alle piattaforme online e partecipare ai vernissage entrando in “virtual room” create per colmare l’impossibilità di uscire di casa. Le dirette Instagram sono diventate i nuovi canali della comunicazione. Eppure è bastato un incontro epistolare con l’artista Giulio Paolini in occasione della scomparsa del critico Germano Celant lo scorso 29 aprile, per tornare nel mondo reale.

Paolini è uno dei più celebrati artisti italiani viventi, di matrice concettuale è anche considerato “un poverista” perché legato a Celant fin dalla prima mostra sull’Arte Povera a Genova alla Galleria La Bertesca nel 1967 – “mi ha tenuto per così dire a battesimo” ricorda. A settembre in occasione dei suoi 80 anni sarà celebrato con una personale al Castello di Rivoli “per la quale da tempo sto preparando nuove (e ultime?) opere”.
Il rapporto tra Celant e Paolini è durato fino alla fine anche se al di là dell’arte e l’amicizia, i punti in comune erano pochi: l’età, entrambi classe 1940 e la città d’origine, Genova. Per il resto ognuno aveva la sua vita come ricorda Paolini: “La nostra amicizia non annovera particolari esperienze di vita vissuta, bensì comuni trascorsi professionali. Mi piace ricordare, tra tutti, la mia prima mostra a New York da lui curata presso la Sonnabend Gallery, nel 1972, e a Milano la grande personale presso la Fondazione Prada, nel 2003”.
Celant di giorno pensava all’arte che con lui sarebbe diventata “Povera” ma la sera finiva a giocare a boccette nelle sale dietro al Porto. La definizione Arte Povera è diventata una gabbia per entrambi. “Arte povera è un’espressione così ampia da non significare nulla” diceva lo storico dell’arte.
Paolini com’era da giovane? Senza troppi pudori, si dipinge così: “Bello, dicono, ma pur sempre “castigato” nel ruolo di artista devoto all’evoluzione della propria ricerca, nel panorama in continuo mutamento del linguaggio d’arte. Apparivo molto rigoroso, certo convinto della necessità del mio percorso“.
Molto diverso da Celant, sempre vestito con un giubbotto di pelle nera e il capello bianco lungo al punto giusto, una cifra riconoscibile in piena Laguna. Alla Fondazione Prada ancora l’anno scorso a Venezia, Celant ha curato la più importante retrospettiva di Jannis Kounellis, un altro “poverista” che si è mantenuto tale nel tempo. Paolini sembra allergico alle etichette ma non rinnega le origini: “Il mio lavoro è associato alla “stagione” dell’Arte Povera, anche se la mia appartenenza a quella corrente non è mai stata del tutto piena e condivisa. Voglio dire che da sempre il mio lavoro ha conosciuto un’inclinazione diversa, cosiddetta “concettuale”: non tanto orientata sul gusto dei materiali, ma piuttosto fedele alle radici della storia dell’arte. In certi momenti una tendenza, un movimento è giusto che trovi una sigla ma ogni etichetta dopo un po’ si logora, sbiadisce e quel che resta, quando resta, va assaggiato e consumato a piccole dosi.Da “poverista”, non tardai però a considerarmi “arricchito”: non certo per i favori del mercato, ma per la mia particolare tendenza a guardare e a identificarmi con i valori dell’arte e della sua storia, della sua propria “perennità””.
Il lavoro di Paolini si è smaterializzato opera dopo opera, sublimandosi nella celebrazione delle scenografie teatrali, passione che ha portato avanti insieme alla ricerca sull’uso della parola.

“È proprio il teatro, come dimensione avvolgente, totale, il mio luogo d’elezione per la sua potenzialità suggestiva senza uguali. Se potessi reinventarmi un futuro, non così breve come quello che mi aspetta, credo vorrei nascondermi dietro le quinte e godermi lo spettacolo”. Dichiara senza troppi indugi.
“Le parole sono importanti” recitava lapidario Nanni Moretti e Paolini le ha celebrate al punto da scrivere poesie come confida in questa corrispondenza privata: “Condivido pienamente questa frase e apprezzo molto Nanni Moretti. Di tanto in tanto, e quasi segretamente, mi capita di formulare delle “scritture in versi” (non oso chiamarle poesie) che non nascondo di desiderare raccolte un giorno in una sorta di antologia, come eco laterale, ma non secondaria della mia attività artistica”. La prima opera arriva a vent’anni, con un tiralinee e un compasso, a 27 ha cambiato stile. Cosa è successo?
“Se nei primi anni Sessanta, a partire da “Disegno geometrico” la mia attenzione era focalizzata sulla superficie visibile del quadro, con “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” (1967) è interamente concentrata su chi guarda. L’idea del quadro non è dunque l’immagine che ci mostra, ma il fatto stesso che noi siamo lì a osservarlo. Attraverso l’uso del mezzo fotografico, mi inoltro ancor più in quella che era la mia vocazione, più che di autore o di pittore, di spettatore in attesa: con la fotografia, in “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” e in altri quadri che seguiranno, cambio identità: da spettatore travestito da pittore mi ritrovo autore travestito da spettatore”.

Il viaggio con Paolini è terminato, a unirci sono bastate le parole.