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al-Sabah – Islam fra logica e infinito

L’INTERVISTA: Giovanni Curatola di Luca Viòlo

Da una bottiglia in vetro smaltato di epoca Mamelucca del XIV secolo, acquistata nel luglio 1975, a una collezione di 30 mila oggetti: quali motivazioni hanno portato Sheikh Nasser Sabah Ahmed al-Sabah, Sceicco del Kuwait, a creare una raccolta di arte islamica unica al mondo?

Certamente la scoperta e il desiderio di Sheikh Nasser di approfondire la cultura delle sue origini. Questa, almeno, è l’idea che mi sono fatto in questi anni di reciproca frequentazione, di conoscenza e di costanti viaggi in terra araba.
Acquistato a Gerusalemme – dove per altro Sheikh Nasser ha studiato cultura islamica – questo vetro ha rappresentato per lui una specie di rivelazione, ossia la necessità di conoscere e meglio comprendere la grande arte islamica, e quindi di iniziare una raccolta ben studiata e non casuale che, al di là delle grandi collezioni permanenti che sono dei musei di Damasco, del Cairo e di Tehran, è in assoluto unica e folgorante, oltre ad essere stata la prima mai realizzata da un privato.

Per la cultura araba cosa rappresenta una collezione come quella dello Sceicco del Kuwait?

Questa raccolta, nella sua esemplarità, possiamo altresì considerarla come il risveglio culturale e di mercato dell’arte islamica, fino allora sopiti, tanto da poter affermare che la nascita del Museo di Doha nel Qatar è conseguenza diretta di questo rinnovato interesse, che prende le mosse proprio negli anni Settanta con lo Sceicco del Kuwait.
L’urgenza di apprendere, di scavare nella storia fino alle origini, ma anzitutto di uscire dalla schiavitù del colonialismo e riappropriarsi delle proprie radici, era bensì un sentimento che da molto, molto tempo scuoteva le coscienze del mondo arabo.
In un breve ma significativo excursus storico, possiamo ricordare alcuni degli episodi più eloquenti, quali l’indipendenza tunisina dal dominio francese raggiunta nel ‘56, che nell’anno seguente, sotto la guida del suo leader di lotta e poi primo presidente Habib Bourguiba, si costituirà in Repubblica. Cruentissima e sanguinosa è stata invece la guerra franco-algerina, che dopo quasi otto anni di scontri di estrema violenza e crudeltà, nel ’62 otteneva la tanto ambita indipendenza. Il ’79 è invece l’anno della Rivoluzione iraniana, dell’arrivo dell’Ayatollah Khomeini dal suo esilio francese, e della conseguente fine della monarchia persiana, con l’uscita di scena del suo ultimo Scià Reza Pahlavi. Insomma, paesi di un mondo che stava velocemente mutando, ognuno coi suoi tempi storici, ognuno a suo modo, ognuno con le sue conseguenze.

Una caratteristica peculiare della collezione è che stata pensata per essere sempre aperta a nuove acquisizioni. Qual è attualmente la sfera di interessi di Sheikh Nasser?

Sheikh Nasser prosegue nella sua acquisizione di opere d’arte, affinché queste completino i pochissimi vuoti che ancora esistono nella collezione. Se infatti sul mercato si presentano oggetti particolarmente seducenti dal punto di vista dello studio e della raccolta, e di una bellezza e importanza palesi tali da non poterli ignorare, egli non manca di acquistarli, in specie se appartenenti al periodo pre-islamico – dal quale attualmente è oltremodo attratto – periodo che per noi e per la nostra concezione della storia consideriamo classico.
Sono questi oggetti antichissimi, appartenenti alla dinastia degli Achemenidi piuttosto che a quella dei Safavidi. Un periodo comunque molto importante, poiché rappresenta le radici di quella che poi sarà l’espressione culturale islamica.
Forse, ciò che di diverso ho potuto osservare in questi ultimi tempi, è che quella furia iniziale che lo aveva mosso, divorando il mercato in maniera indefessa, si è in parte affievolita.

Al di là del piacere di possedere una così straordinaria raccolta, quali sono i valori che egli vuole trasmettere?

Ciò che in verità oggi più preme allo Sceicco – come ogni grande collezionista d’arte – è che la sua raccolta e la sua Fondazione siano riconosciute e siano note al mondo dell’arte. Da qui è iniziata la catalogazione di tutte le opere, che in questo momento, ripeto, più dell’acquisizione rappresenta il suo principale impegno, così da rendere la sua raccolta fruibile e comprensibile ai più, in particolare a quelle persone prive o con scarsa conoscenza della cultura islamica. Tutto ciò pensato con notevole intelligenza ma anche illimitata disponibilità economica, e concernente mostre itineranti e la produzione su larghissima scala di accuratissimi cataloghi, con testi e fotografie molto ben realizzati, e uno sforzo economico tale che certo supera di gran lunga il costo finale del libro.

Islam in Italia: quanta parte di questa civiltà è patrimonio della storia italiana?

È una domanda su cui potremmo parlare per giorni e giorni, tanto è notevole l’importanza che l’arte e la cultura islamica hanno avuto in Italia, e ciò non da tempi recenti, ma da secoli e secoli di storia. Un’importanza altresì favorita dall’estrema vicinanza geografica di questi due mondi, dal trovarsi sostanzialmente su sponde antistanti lo stesso mare: il Mar Mediterraneo. L’arte occidentale ha pertanto subito la seduzione di questa civiltà evoluta, ammaliante quanto esotica, che i traffici commerciali hanno reso ancor più diffusa.
Tutta la nostra cultura medievale è fortemente intrisa di elementi di continuità tanto col mondo bizantino – di cui siamo assolutamente consci – quanto col mondo islamico, del quale, stranamente e inspiegabilmente, siamo totalmente inconsapevoli, e quando questi fattori di coesione vengono da storici e studiosi evidenziati, resi palesi, gli accogliamo sempre con incredibile stupore. Ciò, spiace dirlo, ma non è altro che la riprova di quanto sia profonda la nostra ignoranza.
Possiamo trovare degli esempi, per così dire, paradigmatici?

Numerosi sono gli artisti che hanno riflettuto questa fascinazione in epoche diverse, e fra i più sensibili, senza dubbio, possiamo citare Gentile da Fabriano. Interessante, a questo proposito, è il saggio che al problema ha dedicato molti anni or sono, e più precisamente nel 1986, la storica Sylvia Auld, in Oriental Art, dal titolo: “Kucifising Inscriptions in the Work of Gentile da Fabriano”.
Uno degli esempi fra i più evidenti parlando di Gentile, è certamente la Madonna dell’Umiltà, del 1423, appartenente al Museo nazionale di San Matteo a Pisa, dove il lembo del panno che avvolge Gesù riporta in arabo il famoso versetto tratto dal Corano: “Non v’è altro Dio al di fuori di Allah”. Oltre ciò, un altro elemento interessante è costituito dall’ampia aureola della Madonna abbellita da forme chiaramente arabizzanti, le stesse che ritroviamo nelle aureole della splendida Pala dell’Adorazione dei Magi, ancora del 1423, conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. E queste non sono che alcune tracce relative a Gentile.
Ma in altri artisti e in altre epoche ritroviamo ancora l’influenza della cultura araba, come ad esempio nel David del Verrocchio, quindi nel primo Rinascimento, capolavoro dell’artista datato fra il 1472 e il 1475, appartenente al Museo Nazionale del Bargello, dove sui lacci che fermano l’armatura ritroviamo riprodotta una grafia plausibilmente pseudo-islamica.
È pertanto un mondo cha ha indubbiamente stimolato e incuriosito l’Occidente colto, non soltanto sul piano della fascinazione per l’esotismo, ma attraverso una catena più profonda, più concettuale.

Esistono quindi dei legami tra Islam e Occidente che vanno oltre le reciproche diffidenze?

In noi portiamo da sempre una quantità di acquisizioni relative all’Islam che purtroppo non riescono a superare il livello inconscio, per motivazioni che sarebbe interessante indagare. Episodi, momenti che abbiamo interiorizzato e che io – forse per mestiere, forse per attitudine – ritrovo ovunque e non avverto in alcun modo come estranei alla nostra cultura, e che nei secoli passati hanno rappresentato motivo di grande interesse per artisti, ma anche per intellettuali e collezionisti. A riprova di ciò, la piccola sala di arte islamica del Museo Nazionale del Bargello, conserva una lapide commemorativa della fondazione della Moschea di Assuan, che già faceva parte delle collezioni medicee, datata al 1083 d.C., corrispondente al 473 Égira (termine quest’ultimo che sta ad indicare l’emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina e la nascita dell’islamismo).Quindi, in verità, noi siamo profondamente impastati con questa civiltà.
L’Italia è da sempre crocevia strategico col mondo mediorientale. Il ponte ideale che da secoli ci unisce è stato fonte di traffici artistici e commerciali, di maestranze che per lavoro si spostavano con frequenza e contaminavano vuoi la nostra vuoi la loro cultura, di pellegrinaggi in Terra Santa, ma anche di quasi cento anni di guerre sanguinose e cruente quali le Crociate, invocate dal papato per il dominio religioso – da musulmano a cristiano – di Gerusalemme e della terra di Gesù Cristo.
Pertanto, molta parte di una civiltà che oggi osserviamo con sguardo lontano, invero ci appartiene assai da vicino.

L’arte islamica è sacra o profana?

Preso atto che nel mondo islamico la scrittura è una delle forme artistiche più rilevanti, prima di addentrarci molto cautamente nella sacralità della sua arte – e sottolineo al di là degli stereotipi – vorrei in primis soffermarmi sul Corano, e su questa interessante dicotomia che presenta fra “parola” (il Corano nel suo significato di recitazione, e quindi oralità) e “testo scritto” (il Corano nel suo valore di libro sacro che viene direttamente da Dio).
Ciò detto, trovo che uno degli attributi, delle forme di maggior sacralità nell’arte islamica, sia quello di esprimersi attraverso forme geometriche. Quando guardiamo agli elementi decorativi questi sono invariabilmente dei meravigliosi intrecci, raramente di arabesco, più spesso il risultato di pura logica matematica, rappresentata con grande capacità, grande qualità, grande sagacia. In queste forme straordinarie, in questi modelli ripetuti all’infinito, spesso è sotteso, a mio giudizio, un discorso religioso, poiché proprio il termine “infinito” è uno degli attributi di Dio: Dio è infinito; Dio non è in alcun modo rappresentabile.

La preghiera per il musulmano è una forma di astrazione, di fantasia, il momento in cui si presenta solo, nudo con se stesso davanti a Dio, e per questo deve liberare la sua mente da qualunque circostanza concreta, e niente è più efficace che seguire una forma geometrica, una forma astratta e ripetitiva all’infinito, che infine lo conduce ad una sorta di incantamento.
È questa oltre ciò una ragione degli elementi ornamentali che decorano le moschee: il musulmano nella sua preghiera segue il cerchio piuttosto che l’ottagono e in ciò si perde e allontana dalla sua mente ogni altro pensiero, aiutandolo nella concentrazione verso l’assoluto, verso Dio.