240 Views |  Like

ADI. Il compasso del gusto

ADI DESIGN MUSEUM/Giuseppe Finessi* di Francesco Andreucci

Il design è un’icona del made in Italy nel mondo, insieme alla moda, alla cultura del cibo, del lifestyle, e naturalmente all’arte. Quali storie racconta l’ADI Design Museum Compasso d’Oro?
Abbiamo pensato e progettato questo Museo per raccontare in modo più esaustivo la storia degli oggetti, che non è la storia dell’autore e dell’imprenditore soltanto – come qualcuno dice, del padre e della madre dell’oggetto -, ma sono diverse altre professionalità che insieme al progettista e all’azienda contribuiscono alla sua nascita e alla sua fortuna. Pensiamo, ad esempio, a Giovanni Sacchi, un grande ebanista che costruiva in modo sublime modelli di design in legno, quando le stampanti 3D erano ancora lontane da venire. Pertanto, abbiamo voluto che questo Museo non fosse solo uno spazio ben illuminato dove esporre gli oggetti, ma uno spazio dove attraverso documenti, materiali, ed altre meraviglie del design italiano, come noi amiamo chiamarle, – che sono le campagne pubblicitarie, le fotografie d’epoca, gli schizzi, i disegni esecutivi, e molto altro -, si possa contestualizzare e definire la storia dell’oggetto. Ci sono uffici tecnici, centri per la ricerca e lo sviluppo dei progetti che non sono semplicemente luoghi in cui si trasforma un pensiero in disegno esecutivo, ma sono luoghi di grande professionalità. Questo studio ha significato per noi mesi e mesi di programmatica ricerca d’archivio. I magazine italiani, di cui almeno una quindicina molto importanti – pensiamo a Domus e Casabella, riviste quasi centenarie ormai storicizzate -, hanno contribuito a far conoscere al mondo il design italiano; ma anche grandi fotografi, come Aldo Ballo e Luigi Ghirri, e storici dell’arte, come Giulio Carlo Argan e Leonardo Sinisgalli. Quindi, la formula che abbiamo scelto è quella di raccontare la storia del design italiano da un altro punto di vista, che non è quello del semplice oggetto, ma soprattutto del contesto storico e culturale che l’ha reso possibile.
Quali sono i tratti più significativi del Museo?
Quando, più di due anni fa, abbiamo iniziato a pensare a questo Museo, ci siamo accorti che poteva essere il momento di concepire un spazio espositivo non diviso per stanze o ambienti separati, ma fluido e permeabile, dove dalla collezione permanente, immaginata sempre in trasformazione, si potesse arrivare alle mostre temporanee e viceversa. Attraverso la collezione storica – che abbiamo chiamato “Il Cucchiaio e la Città”, citando titolazioni storicizzate e sedimentate, che in qualche modo potevano essere oggetto di una riattualizzazione -, abbiamo provato a immaginare un progetto di ordinamento, che poi è diventato un progetto espositivo, costruito intorno all’idea che ci fosse una collezione storica permanente capace di cambiare nel corso dei mesi, attraverso la rotazione, l’implementazione, la variazione dei materiali, e all’interno di questa ossatura così cronologica, poter dedicare momenti di approfondimento a un particolare progetto, ogni volta nuovo, con un ricco corredo di archivio. Quindi, un programma espositivo in continua evoluzione che permetta di fare ricerca, perché facendo ricerca si fa attività espositiva e divulgativa, ci si riappropria della storia, dei fondamentali che ci identificano, oltre a condividere un ricchissimo archivio con il nostro pubblico e gli studiosi.
Ricerca e divulgazione, quale valore hanno nell’entità del Museo?
Il museo non è solo un luogo che conserva opere e oggetti di valore, ma un attore protagonista del fare ricerca, e il risultato di questa non può che essere quello della condivisione, quindi, della divulgazione. Abbiamo costruito un progetto consci del primato internazionale del design italiano, e in particolare della collezione storica del Compasso d’Oro, riconosciuta dalla Sovrintendenza di interesse nazionale. Ma, pur storicizzata, la collezione deve comunque essere sostenuta attraverso la ricerca di nuovi materiali di archivio, perché non sempre le aziende e gli autori stessi, hanno le energie, le risorse ed il tempo per conservare e ordinare i loro progetti. Tutto questo per non perdere la memoria, la storia di un oggetto, che racconta di noi, di come eravamo e di come siamo. Il nostro è un lavoro quasi archeologico andando a cercare in luoghi disparati un documento, un qualche cosa che possa portarci a nuove scoperte o ad arricchire il materiale che già conserviamo. Il Museo raccoglie 2.500 pezzi tra documenti, oggetti finiti, manoscritti, fotografie, pubblicazioni, schizzi e modelli esecutivi, ed è questa la ragione che ci ha portato a pensare alla formula degli approfondimenti, corredando l’oggetto esposto di materiali diversi che aiutano la sua lettura. Quindi, per chi fa il mio mestiere le scoperte non sono mai abbastanza, ma certamente lo sono per riuscire a raccontare le tante componenti, le tante qualità, le tante verità di un oggetto.
Il Compasso d’Oro nato da un’idea di Gio Ponti nel 1954, rappresenta la consacrazione del percorso di ricerca di ogni designer, che si confronta con l’eccellenza creativa al servizio del prodotto industriale. Com’è cambiato il design italiano ed internazionale in questo ampio lasso di tempo?
Come in tutte le discipline il design si è molto evoluto, si è perfezionato, ha avuto momenti di grande accelerazione, dei grandi traguardi, in qualche passaggio storico, come in tutti gli ambiti, non ha sempre mirato a perseguire un lavoro di eccellenza, ma l’onda lunga è quella di un primato del design italiano che continua a registrare e interpretare al meglio le caratteristiche e le necessità del proprio tempo. In questo il Compasso d’Oro rispetto ad altri premi è uno specchio credibile con uno sguardo ampio a tutte le esigenze e alla nostra vita. Questo per sottolineare che il mondo del design non è solo domestico e il Compasso d’Oro, nonostante sia nato all’interno di una comunità di appartenenza che è quella dell’architettura – fu Gio Ponti che nel ‘54 ideò questo importante riconoscimento, inizialmente sostenuto da “La Rinascente”, i grandi magazzini per la casa -, nonostante quest’anima e questa partenza il premio da subito è stato capace, e ancor oggi lo dimostra, di guardare a tutto il mondo della produzione, con l’obiettivo di sostenere, promuovere e riconoscere un’estetica industriale diffusa. Se guardiamo ai riconoscimenti dalla sua prima edizione a oggi, tra menzioni d’onore, premi alla carriera e premi internazionali, troviamo gli oggetti più diversi: dal giocattolo Zizì di Bruno Munari del ‘54, alla 500 di Dante Giacosa del ‘59, alla sedia scolastica T12 di Luigi Caccia Dominioni e Achille e Piergiacomo Castiglioni del ‘60, ai Teleindicatori alfanumerici per stazioni ed aeroporti di Gino Valle del ‘62, alla metropolitana milanese di Franco Albini, Franca Helg e Bob Noorda del ‘64, alla lampada Eclisse di Vico Magistretti del ‘67, alla poltrona Sorana di Afra e Tobia Scarpa per Cassina del ‘70, alla rivista Modo di Alessandro Mendini del ‘79, ai controsoffitti Tecniko di Carla Venosta dell’81, al servizio da thè di Richard Meier per Alessi dell’84, alla sedia Tonietta di Enzo Mari per Zanotta dell’87, alla parete divisoria Cartoons di Luigi Baroli per Baleri Italia del ‘94, alla seduta cinetica Spun di Thomas Heatherwick del 2014, al progetto architettonico di OMA per la Fondazione Prada del 2018, alla Ferrari Monza FP1 di Flavio Manzoni del 2020, fino alla mano protesica Hannes di Ddpstudio, ultima premiata. Insomma, il mondo del design raccontato dal Compasso d’Oro è un mondo molto ampio, è una narrazione, da questo punto di vista, che riesce a registrare ed a raccontare l’evoluzione del gusto del nostro Paese.

* Curatore della Mostra permanente Collezione Storica del Compasso d’Oro